Viaggiare è vivere

I sentimenti unici creati dal viaggio

247

Viaggiare.

Se questa non è la cosa più bella in assoluto che l’uomo possa fare, è sicuramente una delle più meravigliose.

Tutto inizia dal momento in cui sai che partirai: la trepidazione, l’attesa, l’ansia per l’aereo, ricontrollare i biglietti decine di volte, fare le valigie, e poi stendersi sul letto e pensare: domani non sarò più qui.

Poi arrivi alla stazione, alla fermata dell’autobus, all’aeroporto, per aspettare il treno, l’autobus o l’aereo che ti porterà verso nuovi orizzonti. Tu, con la tua valigia in mano, in mezzo ad altre migliaia di persone che vanno di fretta. Ti fermi a guardarle un istante. Gli uomini d’affari in giacca e cravatta che vanno con passo spedito, trascinandosi dietro un minuscolo trolley, i bambini che corrono dietro ai genitori, gli stranieri che si guardano intorno, le persone che si devono salutare prima di dividersi e che si scambiano un ultimo, straziante bacio.

Ti avvii quindi al check-in, mostri la carta d’identità con la foto che odi e metti la valigia sul rullo. Per un pelo non supera il peso massimo. Raccogli le tue cose, fai una scappata in un negozio dell’area duty-free per, magari, comprarti un libro da leggere durante il volo. Ti prepari quindi per l’ultimo step: ti togli cintura, orecchini, braccialetti e qualsiasi altro oggettino metallico tu abbia addosso, cellulare, tablet, computer, zaino, e metti tutto nel contenitore. Poi, con un lungo passo solenne, varchi quella porta che fa continuamente bip-bip. Speri, col cuore in gola, che con te non lo faccia. Chiudi gli occhi, vai oltre e non senti nulla. Li riapri.

Ti dicono che puoi andare. Grazie al cielo.

Recuperi le tue cose dal contenitore e ti rimetti tutto in fretta e furia per non creare intralcio. Riprendi la tua valigia e ti avvii verso il gate, sicuramente il più lontano dell’aeroporto. Quando finalmente lo trovi, ti siedi, apri il tuo libro nuovo, lo richiudi e ti rialzi. Ti avvicini al vetro e, come un bambino, guardi gli aeroplani parcheggiati sulla pista. Uno sta per decollare. Va sempre più veloce, velocissimo, e alla fine si alza, librandosi nell’aria come un uccello. Dopo un’infinità di tempo, annunciano che i passeggeri del tuo volo sono pregati di imbarcarsi.

Riprendi la tua valigia e ti avvii, controllando, tra tutte le persone in fila con te, che nessuno abbia la faccia da terrorista (è brutto da ammettere, ma in fondo ognuno di noi se la fa addosso dalla paura).

Esci, finalmente, dall’aeroporto. Ti avvicini, trepidante, all’aereo. Sali la scaletta sentendoti un divo di Hollywood, con i capelli al vento, e scatti una foto della fiancata dell’aereo da mandare ai tuoi amici. Abbassi la testa per entrare, mostri un’altra volta il tuo orribile faccione sulla carta d’identità e vai in cerca del tuo posto. Ti siedi vicino al finestrino, ovviamente, per poter guardare le nuvole durante il viaggio.  Dopo un’infinità, finalmente, viene annunciato che l’aereo sta per decollare, spegni il cellulare, fai un respiro profondo, allacci la cintura, ti metti comodo e aspetti, col cuore a mille. Parte.

Accelera, accelera, accelera, accelera tantissimo, così tanto da far paura e, alla fine, come se fosse la cosa più naturale del mondo, si alza.

Senti che le ruote si staccano dal terreno, senti che stai volando. Guardi sotto di te: casette, macchinine minuscole e campi colorati si snodano sotto i tuoi occhi. Ed ecco il primo strato di nuvole: improvvisamente non vedi più niente. In un battito di ciglia, però, ti ritrovi sopra di esse. Ed ecco lo spettacolo che stavi aspettando: un immenso, candido mare di nuvole che si estende sotto di te, un mare di panna montata in cui vorresti buttarti.

Dopo qualche ora viene annunciato che l’aereo è in fase di atterraggio, e tu ringrazi di essere ancora vivo dopo gli innumerevoli infarti avuti ad ogni turbolenza.

L’aereo scende, scende, e con un tonfo tocca terra: tu sei felice, elettrizzato, perché sei su una pista d’atterraggio situata sul terreno di un paese straniero, un paese che non vedi l’ora di scoprire. Attendi pazientemente di poter uscire e, finalmente, dopo aver sceso la scaletta, poggi per la prima volta il piede sul suolo di quel Paese. Una terra nuova. E ti guardi attorno, guardi gli addetti ai bagagli con curiosità, per conoscere i tratti della gente del posto. Ti guardi attorno come per dire: è permesso? Posso entrare nel vostro mondo?

Ti avvii a recuperare il tuo bagaglio.

Prima, però, devi mostrare la tua foto alla dogana. Non ti scambiano per nessun ricercato e, quindi, puoi proseguire. Una volta recuperata la valigia, felice che non sia stata smarrita, ti avvii verso l’uscita con un bel sorriso stampato in faccia, come per far sapere a tutti che sei nuovo di lì, appena sbarcato, in attesa di conoscere un mondo completamente nuovo. Ti soffermi a leggere scritte in una lingua straniera, ti giri attorno come un bambino felice, e senti il tuo cuore pieno di gioia. Sei lì, sei arrivato! Quando, infine, esci, guardi il cielo, per scoprire di che colore è in quella parte di mondo.

Ciò che provi per il resto del viaggio non è nient’altro che… felicità.

Te ne vai in giro, scorrazzando di qua e di là, scattando foto a ogni cosa come solo un giapponese saprebbe fare, osservando le abitudini delle persone e restandone stupito. Osservi le loro espressioni facciali, i loro sorrisi, i capelli, il modo in cui si vestono, come parlano e ridono tra di loro. Ti aggiri tra le strade sorridendo al mondo, fingendoti uno di loro. Sì, perché tutto il mondo è paese e tu, anche lì, anche se sei lontano da dove sei cresciuto, ti senti a casa. Ti soffermi su ogni minimo particolare, ogni foglia di ogni albero, sui segnali stradali, sulle crepe nel marciapiede, sui balconi delle case, sui nomi scritti sui citofoni, sui colori. Te ne vai in giro così, come se fossi una piuma, scrutando il mondo attorno a te.

E non vuoi più tornarci, in albergo.

Alla fine di ogni strada che percorri ti perdi in un’altra e non riesci a fermarti, così ti aggiri in un labirinto dal quale non vuoi uscire per nulla al mondo. Rimarresti così, a vagare per sempre per le strade di quel paese straniero del quale sei ospite.

Non è nemmeno felicità. È un sentimento indescrivibile. Forse alcuni non lo sapranno comprendere.

È quella cosa che provi verso il tramonto, quando sei stanco dopo aver vagabondato tutto il giorno. E ti ritrovi lì, fermo, in mezzo a gente che non conosci, a palazzi che non hai mai visto, sotto un cielo che non è il tuo. E ti guardi attorno, socchiudendo gli occhi per non rimanere accecato dalla luce dorata del sole. Ti senti cullato dalla sua luce, ti senti a casa, ti senti parte del mondo, non più soltanto del tuo paesino o della tua città. No. Ora sei parte di qualcosa di più grande. E sai che ciò che stai vedendo attorno a te, le persone che ridono, il fiume, e grattaceli, gli alberi, persino gli autobus, sarà qualcosa che ricorderai per sempre e che ti mancherà da morire. Tutto ciò avrà sempre un posto speciale nel tuo cuore.

Ti guardi attorno, e ti senti vivo.

Viaggiare è vivere.

3 COMMENTS