Zingari in viaggio verso l’eldorado chiamato Italia

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Questa storia di zingari comincia in una terra lontana, ma neppure tanto ormai, ad oriente oltre i Carpazi nella Moldavia rumena in uno sperduto paesino di campagna di cui non si ricorda neppure il nome.

Presso una tabara di zigani, come si dice da quelle parti, tra fango, sporcizia e cavalli sono nati Mihai e Bogdan. Fratellastri perché dati alla luce, ad un anno l’uno dall’altro, dalla stessa madre ma con padri diversi. Stupenda femmina amante dell’alcool e irresistibilmente attratta dalla compagnia maschile, neppure lei avrebbe saputo dire con esattezza chi fosse il padre dei suoi figli.

I due crescono insieme seguendo i sani principi della cultura zingara, ripudiando il lavoro come il diavolo e venerando l’arte del raggiro e del furto. Talentati musicisti, amano i cavalli, sono dotati dell’immancabile passione per l’oro.

Già alla tenera età di nove e dieci anni si sentono stretti in quel piccolo abitato, zingari conosciuti impossibilitati ad esprimersi al meglio.

Si organizzano per fare delle scorrerie nei villaggi vicini, da bravi cavallerizzi riescono a spostarsi agilmente tra le campagne. Ma la gente è povera ed i loro bottini sono magri: un pollo, della frutta, alcune volte riescono a trafugare qualche bottiglia di distillato di prugne un articolo molto ambito per gli scambi. La madre li lascia a loro stessi partendo, tra le braccia della sua ultima fiamma, con una carovana di zingari verso occidente in cerca di fortuna.

Col passare del tempo l’idea di avventurarsi in qualche città comincia a solleticarli, ma il regime comunista morde più che mai la miseria dilaga e i gendarmi non sono certo teneri con i ladruncoli di strada specialmente se sono zingari. Costretti a stringere i denti e tirare avanti per una dura esistenza di stenti e miseria, ma lungi da loro l’idea di dover lavorare.

Passano anni difficili ma in un modo o nell’altro riescono sempre a riempire lo stomaco e a trovare un riparo dalle intemperie.

La caduta del comunismo rappresenta per loro un nuovo inizio. Sono giorni turbolenti che vedono l’avvento di un nuovo ordine: la democrazia! Il sogno occidentale avanza, l’economia comincia a risorgere grazie all’operosità della gente, lo stato di polizia non c’è più e si respira aria nuova. Capiscono subito di avere un mondo di opportunità pronte per essere colte. In men che non si dica sono già a Piatra Neamts, la città più vicina, insieme i due zingari sono dei veri artisti del furto e maestri del raggiro. Trovano terreno fertile e fanno razzie a mani basse, ma ben presto la voce si spande e cominciano ad essere conosciuti.

Costretti a levare le tende per evitare di essere presi e massacrati di botte dalle vittime o peggio dai gendarmi. Arrivano a Bacau stessa storia, anzi peggio!

Un sera nel tentativo di scippare un uomo con la solita tecnica: uno lo distrae con qualche pretesto o per chiedere insistentemente l’elemosina e l’altro sfila il portafogli e via. Purtroppo sono stati maldestri nella scelta del pollo, rivelatosi un agente in borghese pronto a prenderli sul fatto. Fortuna vuole che sono vicino alla stazione dei treni e riescono a sgattaiolare via salendo a bordo di un convoglio in partenza. Fu una lunga notte di lavoro su quei vagoni ma al mattino avevano racimolato un discreto bottino mentre le malcapitate vittime urlavano e sbraitavano all’inutile ricerca dei ladri.

Si ritrovano senza volerlo a Brasov, antico nodo commerciale della Romania e rinomata stazione di vacanza per i benestanti.

Ed è proprio in questa città che i due entrano in contatto con i primi europei occidentali, attratti dalla curiosità di visitare l’est dopo il comunismo ma anche in cerca di divertimenti e donne a basso costo. Non gli sembra vero di vedere quei signori così pieni di soldi, ingenui agnelli da macello per due lupi famelici come loro. Cominciano anche a maturare una favolosa visione dell’occidente confermata una sera, intorno al fuoco, da un anziano capo di zingari del luogo.

Parlava di ville aperte e colme di ori e gioielli, denari e ogni ben di Dio pronte per essere colte dalle loro abili mani. La genti di quei luoghi vivevano tranquille senza quasi neppure chiudere le porte. Meglio della leggendaria eldorado!

Dovevano andarci! Ma come? Arrivare alla frontiera sarebbe stato un gioco da ragazzi ma poi senza documenti? Difficile procurarseli per vie normali nella lor condizione di zingari accattoni e girovaghi, ottenerli con altri mezzi era però molto costoso. Ma una mattina il destino gli sorride. Seduti sul bordo della piazza centrale come due sciacalli in attesa di carne, si presenta ai loro occhi una meraviglia. Un Mercedes di super lusso nuovissimo e tirato a lucido, risaltava in mezzo alle poche carrette presenti come un diamante tra i sassi. Accosta davanti al vicino bar e ne scende un grasso ed ingenuo tedesco, abituato alla legge e all’ordine lascia la macchina incustodita per prendere un caffè.

Si trattava dell’occasione di una vita, non potevano farsi sfuggire un gioiello simile. Fortuna la loro instancabile voglia di apprendere sempre nuove tecniche nella dura arte del delinquere.

Solo qualche giorno prima avevano seguito alcune lezioni di furto automobilistico da zingari esperti del ramo. Un conto era però aprire qualche vecchia Dacia scassata, altro discorso con una vettura di lusso e di ultima generazione. Aggirano facilmente l’ostacolo alla vecchia maniera: soffiare via la chiave e perché no anche il portafogli al teutonico allocco. Prima che il tizio si rendesse conto di cosa stesse succedendo i due compari erano già sulla via della fuga. Resta un mistero capire come il più giovane riuscisse a guidare così bene pur non avendolo mai fatto, si d’accordo aveva visto qualche volta come si fa ma nulla più. Misteriose qualità innate degli zingari!

La voce del furto fece il rapido giro della città ed oltre, arrivando fino alle orecchie del gran re di tutti gli zingari in Romania presso la distante Timisoara. Furono invitati al suo cospetto con la vettura naturalmente, che prima della partenza fu dotata di targhe nuove e completamente riverniciata in oro, come espressamente richiesto da sua maestà.

Non incontrarono particolari problemi durante il viaggio, nonostante fossero su un mezzo che certo non passava inosservato! In un piccolo villaggio investirono un’anziana signora ma per fortuna la macchina non subì danni.

Giunti alla villa del sovrano furono premiati con la chiave per l’occidente: i documenti! Ottenuti col miracolo della corruzione, insieme ad una discreta sommetta per garantirsi il viaggio di andata. Non riuscivano a crederci, gioiosi fremevano dall’emozione e per due notti non riuscirono a chiudere occhio. In fine riacquistarono la fredda razionalità per poter organizzare il viaggio.

Come prima cosa avrebbero dovuto decidere in quale paese recarsi, seguendo saggiamente il consiglio del re degli zingari decisero per l’Italia. Quale migliore scelta!

Acquistati i biglietti per l’autobus con destinazione Milano, cominciarono i preparativi perché erano stati ben informati sui controlli alle frontiere ancora piuttosto stringenti. Non bastava corrompere il doganiere ma bisognava rendersi anche presentabili. Affrontarono perciò il supplizio dell’acqua e del sapone, a parte i tuffi nei fiumi durante le caldi estati non ricordavano di aver mai fatto un bagno. Soffrirono in silenzio perché sapevano che era per una buona causa. Comprarono addirittura dei vestiti nuovi, beh! di seconda mano adesso non esageriamo.

I due zingari camuffati da uomini, con bagaglio da sceneggiata e del denaro in tasca, per dimostrare di potersi permettere il viaggio, passarono tutti i controlli come un coltello caldo nel burro.

Nella grande mela italiana presero subito contatti con le delegazioni di zingari già presenti in stazione e negli altri snodi nevralgici della città. C’è sempre una gerarchia e un codice di comportamento non scritto da rispettare, in fondo erano gli ultimi arrivati. Ma non si scoraggiarono perché il lavoro era tanto, abbastanza per tutti. Non impiegarono molto ad ambientarsi ed anche con la lingua non ebbero particolari problemi. Gli furono concesse zone poco produttive, ma avevano carta bianca. Iniziarono dal basso con l’accattonaggio, si crearono l’immagine di poveri miserabili disgraziati, perseguitati dalla sventura erano costretti a condurre una vita di stenti.

L’operetta non tardò a dare i suoi frutti facendo breccia nei cuori di molte persone, poveretti inconsapevoli a cosa andavano incontro.

Ricevevano le abbondanti elemosine, cibo, vestiti ed anche inviti nelle case stesse per potersi lavare (niente è facile nella vita neppure per loro) e ricevere un pasto caldo. Intanto osservavano e studiavano le abitudini e le disponibilità delle famiglie cominciando ad elaborare un piano d’azione. Quando le messi furono mature iniziarono la raccolta, lanciando una terribile offensiva di furti negli appartamenti.

Grazie alle loro gesta salirono rapidamente nella scala sociale ottenendo zone sempre più produttive garantendo così anche un ottimo ritorno per la comunità degli zingari. I due erano ancora costretti a spartire per necessità ma coltivavano ben altri piani, avevano. stampati in mente i racconti delle favolose dimore fuori città. E dalle informazioni raccolte in loco era molto probabile che la realtà potesse addirittura superare le più fantasiose aspettative.

Non potevano trascorrere la vita a rincorrere sempre gli spiccioli volevano fare il colpaccio dove c’erano i soldi veri non le briciole.

Decisero perciò di fare un prezioso investimento, comprare un mezzo di trasporto, una macchina. Niente di appariscente ma sufficiente per spostarsi e raggiungere le vere vacche grasse, tra gli annunci trovarono una uno bianca mille a benzina. Aveva i suoi annetti ma era ancora un gioiellino, tenuta divinamente dal suo proprietario. Comprata per un milioncino di lire da un anziano signore che non poteva più guidarla. Naturalmente non perfezionarono mai il passaggio di proprietà, alla faccia della buona fede di quel poveruomo.

Senza assicurazione, senza patente ne la minima cognizione del codice delle strada, i due zingari a bordo della loro vettura allargavano gli orizzonti cominciando a perlustrare nuovi territori vergini.

Per prima cosa individuarono un nascondiglio segretissimo dove accumulare il tesoro, frutto delle ruberie. Una volta ritornando in città, dopo uno dei soliti giri di perlustrazione nell’interland urbano, distratti dai loro progetti non si resero conto di essere entrati in un centro abitato. Lanciati a folle velocità investirono una ragazzina in bicicletta sulle strisce pedonali. L’idea di fermarsi non li sfiorò neppure, fuggirono a tutta birra senza sapere neppure dove stessero andando. Si inoltrarono per stradine di campagna fino ad arrivare in un luogo abbastanza isolato in cui abbandonarono l’auto. Verrà ritrovata dopo qualche giorno ma nessuno riuscirà a risalire ai due zingari perfino il vecchio proprietario era deceduto per un infarto.

Proseguendo la fuga a piedi verso il primo centro abitato, colsero nuovamente la fortuna nella sfortuna.

Si ritrovarono nel cuore della ricca Brianza, approdarono finalmente nel paese delle meraviglie. Individuano una stupenda villa, non c’erano cani e la recinzione rappresentava un ostacolo trascurabile. Gli estesi e lussureggianti giardini impedivano la visuale interna, non potevano andare alla ceca non era nel loro stile. Dovevano acquisire maggiori informazioni sulla preda, decidendo perciò di attuare la solita tattica: due poveri zingari disperati ed affamati senza un tetto sulla testa in cerca di misericordiosa pietà.

Rivelandosi come sempre la strategia vincente. In breve scoprirono che il loro intuito di ladroni ancora una volta aveva visto giusto.

Si trattava della lussuosa residenza di un anziano imprenditore ormai ritirato a vita privata, in cui viveva completamente solo e tutto il paese favoleggiava delle sue ricchezze. Non riuscirono ad ottenere informazioni certe su com’era strutturata la villa e sulla presenza di sistemi di sicurezza. Nessuno sapeva, solo una governante che si occupava quotidianamente di casa poteva essere la chiave d’accesso. Peccato che venisse da un altro non precisato paesello con la macchina ogni mattina alle nove in punto e partisse puntualmente alle diciassette del pomeriggio. C’erano poi i giardinieri! Ma non avevano tempo ne pazienza di rintracciarli, la preda era lì pronta per essere catturata, prometteva facili guadagni senza grandi difficoltà.

Attesero una notte scura e senza luna, superarono con facilità il muro attraversando rapidamente il giardino arrivarono alla casa e meraviglia!

Non solo non c’erano le sbarre alle finestre ma anche le imposte erano aperte, solo delle semplici porte finestre impediva il libero accesso. Non gli sembrava vero, come poteva essere quell’uomo così scemo da vivere così, fidandosi ciecamente del suo prossimo. Qualcosa di incomprensibile per due esseri del loro calibro, due zingari incapaci di dare affidamento persino alla propria ombra e sempre pronti all’inganno come filosofia di vita.

Forzare uno di quei finestroni rappresentò un vero gioco per bambini, appena dentro si ritrovarono in una specie di biblioteca, nulla di interessante. Cominciarono a vagare nelle numerose stanze c’erano oggetti di valore un po’ ovunque: argenterie, quadri, vasellame tutta roba voluminosa, difficile da piazzare e facilmente rintracciabile.

No a loro interessavano soldi e gioielli, doveva averne per forza in casa!

Iniziarono una morbosa ricerca del nascondiglio di una qualche cassetta di sicurezza, talmente presi non si resero conto che con i loro rumori avevano svegliato il proprietario. La luce si accese nel grande salone, invece di correre via si guardarono negli occhi trovandosi in perfetta sintonia. Si lanciarono sull’ignaro uomo come due belve feroci picchiandolo selvaggiamente, riducendolo all’impotenza al suolo dolorante e sanguinante. Cominciarono ad interrogarlo su dove fossero i soldi, torturandolo per indurlo a parlare. La vittima cercò di resistere ma quando cominciarono a frantumargli le falangi delle dita non ce la fece più e vuotò il sacco.

Lo scrigno del tesoro era celato proprio nella stanza adibita a libreria, mimetizzato dietro un ripiano di grossi volumi, la chiave dentro un finto tomo indicato sempre dal proprietario.

Liberato dagli ingombri si trovarono davanti una cassetta di sicurezza dalle dimensioni piuttosto rispettabili. Ebbero attimi di esitazioni prima di decidersi ad infilare la chiave nella serratura. Aprirono la spessa porticina metallica e si trovarono davanti ad un incredibile spettacolo, il sogno di tutta una vita. Numerose mazzette, composte da banconote nuove e fruscianti di grosso taglio, ben accatastate l’una sull’altra. Due scatole piene di gioielli di pregio, sei lingottini d’oro purissimo ed un sacchettino pieno di diamanti. Spazzolano via tutto, legano il poveraccio imbavagliandolo accuratamente. Fanno per guadagnare l’uscita ma il primogenito suggerisce di rubare anche una macchina dal garage per la fuga. Montano su una Giaguar sfrecciando via col malloppo andando a nasconderlo nel loro cavò segretissimo.

Al mattino la governante trova il suo padrone morto, piegato dalle botte era soffocato a causa del bavaglio spintogli fin dentro la gola e legato troppo stretto.

Allertate le forze dell’ordine si scatena la classica caccia all’uomo, nella vana ricerca dei colpevoli. Questa volta però tutta la comunità fu investita dallo sdegno per una simile atrocità, più di qualcuno si accorse della concomitante quanto improvvisa scomparsa dei due accattoni zingari. Una strana coincidenza che cominciò a destare diversi sospetti, le chiacchiere soffiavano sul fuoco e la rabbia montava tra la gente.

Questa volta però i due assi topparono non liberandosi in tempo della lussuosa macchina, con cui non passavano certo inosservati. Due peones zingari del genere alla guida di un simile gioiello risaltavano come due maiali dentro un’oreficeria. Naturalmente forzarono il posto di blocco e dopo una folle corsa, inseguiti da polizia e carabinieri, conclusasi miracolosamente senza altre vittime con una rocambolesca uscita di strada finita sotto un piccolo viadotto. Il veicolo era completamente distrutto ma loro illesi senza il minimo graffio, nemmeno il diavolo li voleva all’inferno

Sembrerebbe una vittoria, questa volta la giustizia trionferà! Si, roba da film americani!

La refurtiva non si trovò e loro dichiararono di aver trovato l’auto abbandonata per le campagne, mostrandosi sorpresi ed increduli difronte alle accuse sui fatti della villa. Il teatro e la recitazione sono altre qualità innate maturate ed affinate da questa etnia parassita. Le prove però dicevano ben altro, collegandoli al luogo del delitto. Ma naturalmente la cosa venne mediatizzata, le foto di quei lupi travestiti da agnelli fece capolino ovunque, accorsero le varie associazioni per la difesa dei diritti: quella che tutela i poveri, un’altra per la difesa degli stranieri, immancabile le molteplici voci in favore dei rom (zingari) ingiustamente perseguitati per la loro ingrata nomea.

Cominciarono perfino a volare paroloni quali: razzismo e xenofobia.

Il processo, che sarebbe dovuto essere tutto in discesa data l’infinita lista dei capi di imputazione e le prove schiaccianti, si trasforma in una farsa in favore dei due malcapitati. Con le immancabili scene strappalacrime inscenate dai due maestri del raggiro. Alla fine del procedimento vengono condannati a nove anni e dieci mesi ciascuno, già di per se un vero insulto. Ma non finisce qui, perché in appello la pena gli viene ridotta di un terzo, non hanno il tempo per ulteriori ricorsi perché dopo neppure due anni escono sulla parola per buona condotta con obbligo di firma però….

Come se questo rappresentasse un obbligo vincolante per certi individui.

Misero le ali ai piedi recuperarono la refurtiva dal nascondiglio segretissimo, di cui non riveleranno mai e a nessuno l’ubicazione. Poi si divisero per tornare seguendo percorsi diversi verso la madre patria, fissando un punto di ritrovo.

Per quanto la giustizia italiana si accorse di qualcosa erano già arrivati in Ungheria, senza incontrare grossi problemi grazie a Schengen.

Ma alla dogana rumena i controlli erano ancora attivi e, pur se ripuliti, non sarebbero passati inosservati ai doganieri avvezzi a trattare con zingari di ogni sorta. Mihai riusci a passare con una carovana circense senza grossi problemi. Bogdan aveva fatto la stessa pensata ma con dei giostrai, però l’intervento di un solerte doganiere rischiò di mandare in fumo i suoi piani. L’agente era corrotto come tutti gli altri ma i corruttori del momento non gli andavano proprio a genio, quegli zingari puzzavano più del solito. La situazione sembrò farsi complicata e non poteva rischiare di farsi prendere con tutto il tesoro che si portava addosso. Decise perciò di dileguarsi quatto quatto in attesa di una occasione migliore. La paura che qualcuno avesse potuto vedere mentre si allontanava, insieme alla brutta sensazione che non avrebbe avuto più di un’altra possibilità lo fecero tentennare.

Ma alla fine trovò una meravigliosa soluzione corrompendo un camionista italiano con una notte di sesso infuocato insieme ad una splendida femmina ungherese.

Il tizio trasportava scrofe per nuovi allevamenti in Romania, ricambiò volentieri una notte insieme ad una maiala con un passaggio in compagnia delle maiale. Tutto sembrava in regola e nessuno pensò minimamente ad avvicinarsi a controllare in tutto quel fetore, ben poca cosa per l’eroe avvezzo a simili fragranze.

I due zingari si ritrovarono nella città da cui erano partiti, lerci, puzzolenti e coperti di stracci ma ricchissimi. Si videro bene dal farsi riconoscere transitando velocemente per tornare alla loro terra d’origine. Appena rientrati cominciarono col comprare delle terre su cui realizzarono le loro sontuose residenze, chiamate con scherno dalla gente pagode.

Instaurarono una rete di potere divenendo di fatto dei signorotti piuttosto influenti, tutti si chiedevano come fosse stato possibile? Due zingari straccioni diventare cosi ricchi e potenti?

Quando la loro storia, pur se per sommi capi, divenne di dominio della comunità ci furono due reazioni:

  1. Tutti gli zingari abili partirono in massa verso l’eldorado chiamato Italia.
  2. Le persone oneste si chiedevano che razza di legge vigesse in quel paese considerato fino ad allora culla della civiltà?

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