Berceuse

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E fu così che il mio gatto morì.

La mattina, prima di voltargli le spalle, mi avvicinai ai suoi occhi ancora lucidi e lucenti, e stetti a guardarli per un po’. Allora era ancora vivo, ma si leggeva nelle sue celesti pupille il suo sforzo di lottare contro la morte e la continua ed assidua richiesta d’aiuto nel mettere un punto a tutto quel dolore. Cercava faticosamente di salire sulle mie ginocchia in cerca di calore ed affetto. Dopotutto, lo sapeva anch’ella che non si sarebbe protratta a lungo. Erano passati tre mesi e quindici giorni dalla sua nascita.

Nonostante ciò, continuavamo a sperare. V’eravamo affezionati a quel micetto. La chiamai Berceuse, una piccola ninna-nanna, oramai dormiente per l’eternità. Dopo un ennesimo fallimento chirurgico, la clinica ci chiamò ed annunciò il suo decesso. Quando lo dissero a me, inizialmente non provai niente, probabilmente perché non avevo ancora la vera idea della morte. Forse per immaturità, per un’iniziale apparente insensibilità, o forse perché in fondo in fondo me lo aspettavo, ma non sapevo cosa avrebbe significato realmente la sua morte. Sentirmi dire che il gatto era morto era come sentirmi dire in una giornata nuvolosa che pioverà. Non sembrava cambiarmi la vita. Non sembrava turbarmi l’animo.

Ma poi, dopo un po’, realizzai davvero. Il gatto è morto.

Esplosi in un pianto straziante, durato un bel po’.

Il giorno stesso, andammo a recuperare il piccolo corpo felino ormai senza vita, per sotterrarlo. La casa in campagna era il luogo ideale e, dopotutto, il luogo che aveva in serbo le anime dei miei animali precedenti. Li sotterravamo tutti sotto il nocciolo: lì c’era Rex, Rudy, Tom, Jack e Fred. Ero sicura che avrebbero accolto a zampe aperte anche Berceuse. Mi mancherà quel micetto. Ma, mi piace pensare che nel più assoluto silenzio della notte, quando anche i grilli dormono, stanchi del troppo cantare, mentre le lucciole illuminano ancora il sentiero tra i cespugli, da quell’albero di nocciole si odano lievi e lontani abbai e miagolii, spenti dal vento che soffia tra i suoi rami, sui quali si divertono a giocare a nascondino e a rincorrersi fino al mattino. E mentre ella si diverte a saltare da un ramo all’altro del nocciolo, sul mio volto dormiente nasce un sorriso, felice della sua finalmente serenità.