Da cuore a cuore

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Con un foglio bianco davanti, da sempre, le parole mi attraversano, diventano il pugno allo stomaco che spinge da dentro, per uscire fuori.

Questo duemila venti sta riscuotendo enormi dissensi e, se io dovessi raccontare qualcosa oggi, a pochi giorni dalla scena finale di questo affannoso anno, forse potrei narrare solo le sensazioni che mi hanno attraversata.

Ogni cambiamento, ogni difficoltà, ogni timore, ogni battuta d’arresto, sono motivo di crescita, nuovi traguardi, dopo il primo momento di sbandamento.

Decido, quindi, di esporre tutto ciò che è stata questa complessa centrifuga, in cui siamo finiti.

All’inizio di tutto è stata diffidenza, confusione: eravamo tutti un po’ scettici o un po’ impauriti o un po’ già morti, senza neanche il paziente meno uno, perché ognuno di noi ha risposto alle prime notizie, che variavano dall’allarmismo allo sminuire tutto in pochi minuti, con il proprio modo di essere. Ad esempio, io, persona con più paura di vivere che di morire, affrontavo questi primi accenni di Covid-19, come se non stesse succedendo assolutamente nulla.

Dopo dieci giorni circa, da quel nulla apparente che provavo, è arrivato il lock down, la verità: le persone morivano, scene di cadaveri trasportati senza nessuno ad elaborare il lutto, a piangere, ad accompagnare queste vite stroncate, hanno iniziato a lasciare il primo segno in me ma, per fortuna, la paura non era ancora arrivata, in fondo la Calabria era quasi un’isola felice.

Dalla chiusura alla riapertura, al ricominciare a vivere e lavorare, tutto ha ripreso a fluire, anche con più gioia e bellezza, belli eravamo noi che ci difendevamo senza paura, provando a convivere con una mascherina, un metro di distanza e la voglia di riprendere un po’ di normalità.

Cos’è la normalità? L’ho chiesto a me stessa molte volte, l’ho chiesto quando ho incontrato per la prima volta, in maniera consapevole, gli occhi di un “diverso”, ma l’ho visto amare, sorridere, gioire, esprimersi, arrivare, abbracciare la vita, molto meglio di me ed allora ho pensato: “Diverso da chi?”

Quanti stereotipi abbiamo abbracciato in questa vita?

Quanti pregiudizi?

Quanti dogmi?

Oggi, nuovamente limitati dal problema e con tanto timore ed altrettanta stanchezza, che normalità chiediamo a questo anno che verrà? La normalità di tornare a sfiorarci, ad avvicinarci, a viverci, a sentirci liberi, di poter scegliere con chi passare il Natale, a che ora andare a mangiare fuori, in quale bar fare un aperitivo e su quale pista sciistica sfrecciare, il film al cinema da vedere e la poltrona di quale teatro occupare.

La normalità di poter abbracciare un nonno senza timore, la normalità di vedere una mamma che finisce l’isolamento, apre la porta della sua stanza e può stringere il proprio bambino, senza piangere impaurita.

Cerchiamo l’amore.

L’amore che io rincorro con affanno in una casa diventata troppo silenziosa anche per una che ama l’indipendenza come me, l’amore che rendo visibile, ai miei occhi, con un albero di Natale che cerca di rimettermi apposto l’anima. L’amore che mi aiuta ogni giorno ad essere ciò che sono.

Racconto il mio sentirmi sfinita, racconto il mio essermi sentita un problema, dopo aver contratto il virus, per le persone che avevo sfiorato.

Racconto una razionalità che ha fatto i conti per troppi giorni con la paura, andando via e lasciando un altro segno: il male involontariamente tenuto dentro, che veniva fuori a discapito di qualcun altro.

Penso a tutto, mentre la centrifuga gira nella mia testa a velocità massima, decido che sarà per me, motivo di infinita felicità, oltre ogni aspettativa, anche questo duemila venti. Felicità che ancora non riesco a respirare, eh si! Per me la felicità entra dentro di noi, attraverso l’aria che inspiriamo, che ci circonda. Ecco perché canalizzo ogni forza nel custodire la capacità di costruirmi la mia “parte di mondo” al meglio: più riesco a scegliere il meglio per me, più l’aria che mi circonda sarà ricca di ossigeno vitale.

Sono felice perché il virus è andato via, senza danni per nessuno a me vicino e, da quei giorni difficili, è nato il primo scritto che ho deciso di donare agli altri, non perché fosse il più bello mai buttato giù, ma perché raccontava la mia resilienza, che bella parola questa, che bella sensazione sentirla dentro.

Sono felice perché ho avuto la conferma di quanta aria da respirare ho intorno, fatta di ciò che di bello sono le persone simili a me, con cui cammino e di quanto sia stato importante, anche, confrontarmi con i miei opposti ed arricchirmi attraverso di essi.

Sono felice perché ho avuto paura, ma anche coraggio, sempre.

Noi ci affanniamo a cercare l’amore in questo Natale, alcuni rimproverano il Governo per le scelte fatte, a discapito di persone che, consapevolmente, lasceranno qualcuno fuori dal giro di auguri, poi guardo indietro e penso a quando sono entrata, due Natali fa, in una casa di cura, tra anziani dimenticati ed infermieri dispiaciuti, a quando ho portato un sorriso, lo scorso Natale, in una casa famiglia, mentre i bambini coloravano per me ed io non riuscivo a smettere di piangere.

Io non so quanto bene mi abbia fatto, nella vita, l’empatia, quanto bene mi abbia fatto la mia incapacità di voltarmi dall’altra parte di fronte ad una sofferenza, ad un problema, io non so quanto sia stato giusto, farmi carico dei dispiaceri degli altri e provare a sollevare insieme i pesi, ma credo che, quest’anno, tante persone, per la prima volta, avranno un alibi, per essere aridi di sentimenti, rimanendo avidi, quando si tratterà del loro orticello, pieno di semi che germoglieranno: il seme dell’indifferenza, il seme dell’egoismo, il seme della noncuranza.

Forse, se avessimo desiderato l’amore anche negli anni precedenti, come stiamo facendo adesso, se ricordassimo davvero il valore che hanno i gesti e quanto ripagano quelli fatti con il cuore, senza aspettarsi nulla in cambio, spassionati, porteremmo a casa, per gli anni a venire, un’aria più pulita, da respirare tutti perché c’è ancora gente, in questa vita, capace di prendersi il meglio dagli altri e non riuscire a dare nulla, nemmeno una carezza consentita.

Impariamo a ricordare.

Impariamo ad amare.

Impariamo il potere delle piccole cose.


Da cuore a cuore