Quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare!. Ogni atleta, per ottenere, come premio al proprio impegno, il risultato sperato,  mette in atto un notevole sforzo. Spesso, questo sacrificio è vissuto, dall’atleta, come pesante. In altri termini come una fatica, come un macigno che grava, sulle spalle. Tutto ciò è, strettamente, collegato, al continuo combattimento da fare con gli avversari esterni, ma, soprattutto, quello che è dentro di lui. Per esorcizzare la fatica, cioè, osservarla da un altro punto di vista, in modo che possa cambiare il significato che, ad essa, viene attribuito, mi sembra opportuno, citare, sommariamente, un aneddoto di Milton Erickson, autorevole psichiatra, psicoterapeuta ed ipnotista, morto nel secolo scorso.

Per far lavorare i suoi otto figli, ad arare un campo, escogitò uno stratagemma. Disse loro, dividete questo campo, in settori.

Ognuno di voi userà la propria fantasia, per renderlo più rigoglioso, di quello vicino. In altre parole, aveva trasformato il tutto, in un gioco. Per dire, che quando la fatica, viene vissuta, con un significato diverso, come nell’esempio citato, cessa di essere fatica. In via generale, dipende dalla visione che abbiamo del problema. Se lo vediamo come qualcosa che è sopra di noi, il suo peso ci schiaccia. Se al contrario, lo vediamo dall’alto, sotto di noi, riusciamo a gestirlo agevolmente. Quindi, basta cambiare prospettiva. Come diceva Antifonte, capostipite dei sofisti, la realtà non è unica, ma molteplice, basta cambiare punto di vista dell’osservatore, rispetto all’oggetto osservato e tutto cambia. Per fare un esempio pratico, spesso, basta, semplicemente, cambiare la posizione delle parole, in una frase.

Ritornando alla fatica, se dico, “questo che devi fare è faticoso e allo steso tempo, importante”, è diverso, nella percezione, nel dire, “questo compito è importante e allo stesso tempo faticoso”.

Un altro esempio, nello sport, è quando un allenatore, vede, durante la gara, un atleta in difficoltà, e gli dice, “non devi mollare, proprio adesso”. In questo modo, si da il comando di mollare. Questo, perché, per un motivo che sarebbe lungo da esporre, il cervello non codifica il non, leggendo la frase, come “devi mollare, proprio adesso”. Al contrario, si deve volgere il concetto in positivo, dicendo “resisti”. Questo, perché, per gli esseri umani, la fatica non è solo fisica, ma, soprattutto mentale. Infatti, esistono molti atleti che, fisicamente, hanno grandi doti, però, solo una piccola parte riesce ad eccellere. Questo, perché, la mente fa la differenza che crea la differenza.

Infatti, è importante allenarsi anche mentalmente, oltre che fisicamente, perché, come, per i muscoli, l’esercizio aumenta il volume del muscolo, allo stesso modo, per il cervello, la ripetizione, legata ad emozioni positive, aumenta il numero dei collegamenti dei neuroni, che sono le cellule del cervello.  Un altro elemento da considerare, in relazione alla fatica, per renderla meno faticosa e più appagante, è quello di avere, sempre, uno scopo, un obiettivo ben definito.  Se non lo si fa, la persona diventa preda dei venti che cambiano. Come  diceva Seneca: ” Per chi non sa, verso quale porto è diretto, Nessun vento è quello giusto. A chi sa dove andare, Tutti i venti sono favorevoli”.

Perciò, è necessario tenere la barra dritta, per essere in grado, di vincere la corrente sfavorevole. Spesso, quella che sembra il percorso più semplice, si manifesta come irto di ostacoli.

Questo è dovuto al fatto che, quando agiamo con troppo istinto, con esagerata emozione, siamo  facilmente influenzabili dalle più svariate circostanze. In altre parole, seguiamo la corrente. E’ facile seguirla. E più difficile, faticoso, andarvi contro. Questo accade, perché, è necessario opporsi, innanzitutto ai nostri nemici interni. Gli atleti lo sanno benissimo. Il loro vero nemico, non è l’avversario o la difficoltà ambientale, ma il proprio io. Bisogna vincere, prima di tutto,  la partita con se stessi, quello che gli inglesi chiamano inner game.  Passo dall’inglese ad un autore dell’antica Roma, già citato, in precedenza,Seneca:

“non è perché le cose sono difficili, che non  osiamo farle, ma è, perché, non osiamo farle, che sono  difficili”.  

Concludendo, per fare bene, è importante liberarsi dagli automatismi ritualistici, imposti da una ritmo di vita sempre più frenetico. Esso, alla fine, riesce a produrre una sorta di anestesia psicologica. Per  avere, saldamente, in mano, le redini, di quello che desideriamo, è avere la consapevolezza di questa condizione di dormiveglia. Come diceva qualcuno, ” l’unico modo per realizzare i propri sogni, è svegliarsi!”

Riassumo e sintetizzo, in altre parole, quanto, fin ora, esposto.

Quale è la relazione tra testa e la realtà fisica, nello sport? Ansia, stress, paura di sbagliare, troppa frenesia di voler vincere, a tutti i costi, sono variabili, che la mente deve gestire, nei momenti della competizione sportiva. La stanchezza, le idee negative, le paure, combattono una lotta totalmente interiore, ma estenuante, contro la disciplina e il controllo.  La vera vittoria è quella sulle proprie paure e insicurezze. Per questo motivo, per fronteggiare bene le proprie incertezze, è necessario avere la consapevolezza che l’unica certezza è quella di non avere certezze. Essere flessibili, in ogni evenienza, per sfruttare al meglio, qualunque vento. Non cercare sempre e comunque la sicurezza, potrebbe essere la cosa più pericolosa. Per essere pronti a ripartire, di fronte alle circostanze più estreme, non basta volerlo, ma bisogna essere allenati, continuamente, a farlo.


Quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare!