Sbi, l’eroe sbilenco

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Chi è Sbi? I suoi occhi, dopo un combattimento di qualche minuto, si erano arresi all’insopportabile peso delle palpebre e così era stato per la bocca che ora, dopo mezza frase spezzettata ed indecifrabile, riposava socchiusa. La testa, reclinata in avanti verso il letto come tutto il busto, si era appoggiata con il mento allo sterno. Un bip, un semplice brevissimo suono da qualche parte della stanza, ruppe quella momentanea immobilità. Un bip, un cicalio, forse proveniente da un telefono o da una sveglia, bastò per cancellare quell’istante che sembrava essersi ribellato al suo padrone sempre in affanno. In un attimo i sensi tornarono a funzionare, riprendendo esattamente dal punto in cui erano rimasti sospesi.

Quando i suoi occhi si riaprirono ne trovarono altri due che lo stavano guardando fissi, ma animati da guizzi di compiacimento e di attesa.

Andrea si tirò su, si sedette meglio sul bordo del letto e, passandosi più volte le dita sugli occhi, sorrise in silenzio. “Guarda che io sono ancora sveglio!” esclamò Giulio, sorridendo a sua volta. “Sì – sì – sveglio – scusa, scusa” farfugliò Andrea “dove eravamo rimasti? Beh, ricomincio”.
“Allora… c’era una volta… sì, c’era una volta un bambino che aveva paura di andare a dormire perché ogni volta che chiudeva gli occhi apparivano dei mostri tremendi che lo tormentavano. In famiglia avevano provato in tutti i modi ad aiutarlo. All’inizio avevano provato a regalargli un pupazzo da portarsi a letto, poi avevano ridipinto e decorato la sua cameretta, poi gli avevano concesso di dormire nel lettone in mezzo a mamma e papà, ma niente e nessuno era riuscito a cancellare quei mostri, fino a quando non arrivò il suo eroe sbilenco.

Era un eroe un po’ strano quello che veniva a salvarlo, non aveva niente a che fare con gli eroi che lui conosceva, quelli con i muscoli d’acciaio ed i superpoteri, quelli che gli cade un grattacielo sulla testa e nemmeno si sporcano il costume.

Lui non aveva un fisico eccezionale, anzi, era magrissimo, con la schiena un po’ curva, il passo lento e irregolare e con il busto piegato verso destra a causa di una gamba mal messa. Pendeva talmente tanto che, per tenersi il cappello sulla testa, ci aveva dovuto cucire un elastico che gli passava sotto il mento, proprio come un vecchio cowboy.

Per questo suo incedere un po’ incerto e pendente il bambino lo aveva chiamato Sbi, l’eroe sbilenco.

Quando venne in suo aiuto la prima volta il bambino non gli dette molta fiducia, ma nel momento in cui lo vide annientare con una sola parola quel mostro che lo perseguitava da tante notti, capì che quello era l’eroe più forte di tutti, proprio perché non gli serviva la forza per sconfiggere i suoi nemici. Eh già, perché Sbi li conosceva bene quei mostri, conosceva ogni loro segreto, ogni particolare del loro animo cattivo ed era per questo che riusciva a farli fuori senza tirare un pugno, senza sferrare un calcio. A dire il vero lui un’arma ce l’aveva, era un bastone di legno d’olivo durissimo, lucido e nodoso. Sbi non se ne serviva quasi mai contro i mostri, di solito gli bastavano due o tre paroline sussurrate all’orecchio per vederli scappare, mentre invece gli era molto utile per aiutarsi a camminare.

Sbi aveva un solo difetto: arrivava ogni volta più in ritardo, ma ormai per il bambino questo non era un problema perché era strasicuro che prima o poi sarebbe venuto a salvarlo.

Ogni tanto esagerava con i ritardi e il bambino si lamentava, ma lui gli rispondeva che così avrebbe avuto più tempo per prendere confidenza con quei mostri e un giorno li avrebbe cacciati via proprio come faceva lui.
Come quella notte che arrivò il mostro più terrificante di tutti. Aveva la forma di una bocca gigante e ogni volta che si spalancava risucchiava dentro un vortice oscuro familiari, parenti, amici e per ultimo lui. Quella notte iniziò a risucchiare la sorella più grande, poi passò alla mamma, poi il papà, poi…, poi…”

Le palpebre di Andrea tornarono a farsi pesanti, le parole si spensero sulle labbra ed il mento tornò ad appoggiarsi al petto. Stavolta però gli occhi di Giulio si erano chiusi prima dei suoi.

Dal corridoio si sentì un rumore di passi svelti che si avvicinavano, poi un vociare:” Buonasera infermiera, come procede?”. “Signora, guardi lei stessa, è rimasto lì tutta la sera e gli avrà raccontato la stessa storia almeno tre o quattro volte. Suo padre è un nonno davvero fortunato”. La donna cinse delicatamente Andrea per la vita, lo sollevò dal letto e lo prese in braccio sussurrandogli: “È ora di andare piccolo mio, il nonno si è addormentato”.