Società e Paure – (Pre)Visioni per il futuro di Zygmunt Bauman

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In occasione del Festival delle Generazioni a Firenze, evento in cui si favorisce l’incontro e il confronto tra giovani e anziani, il giorno sabato 15 ottobre al Teatro Verdi di Via Ghibellina, si è tenuta la conferenza del sociologo polacco Zygmunt Bauman, che nonostante i quasi 91 anni è stato capace di ammaestrare quasi 1500 persone (il teatro era infatti pressoché esaurito) per una cinquantina di minuti. Dopo aver ritirato il premio “Gestire l’ingestibile” dell’Associazione Italiana Professioni di Aiuto, Bauman ha iniziato la sua conferenza dal titolo “Società e Paure – (Pre)Visioni per il futuro” in cui ha analizzato brillantemente le paure che non siamo capaci di addomesticare in questo mondo contemporaneo che ha perso le sue certezze.

Bauman non ha preteso di trovare una paura assoluta che colpisca l’intera società, ma ha scavato nel profondo, partendo addirittura dalla definizione stessa di esseri umani.

Il sociologo polacco Zygmunt Bauman.
Il sociologo polacco Zygmunt Bauman.

L’uomo è infatti l’unica specie vivente consapevole della propria mortalità, che non è tanto paura di morire quanto la consapevolezza di esistere solo temporaneamente. Ma questa paura che ci contraddistingue da ogni altro essere vivente, distinguendoci come animali culturali, capaci di porsi domande sulla propria esistenza, è allo stesso tempo forza creativa che ci consente di creare i tesori della cultura.

Bauman ha poi confrontato le paure delle generazioni passate a quelle contemporanee. In passato le più grandi paure erano rappresentate dai totalitarismi, dalla schiavitù e dalla perdizione dell’autonomia umana. Queste paure vengono descritte perfettamente nel libro 1984 di George Orwell. Il protagonista, obbligato a guardare la televisione, ha paura di essere osservato continuamente e di non essere mai da solo. Il romanzo, scritto nel 1948, non ha però rispecchiato le paure della generazione degli anni ’80, afferma il sociologo:

oggi non si ha paura che qualcuno segua costantemente le nostre attività quotidiane (ogni volta che utilizziamo il nostro smartphone o la carta di credito, veniamo registrati) perché siamo caduti in uno stato di “servitù volontaria”.

Contrariamente al protagonista di Orwell, oggi non abbiamo paura di essere visti troppo, bensì di non essere notati e della solitudine. Tanto che, secondo alcuni giornalisti francesi, se Cartesio fosse ancora vivo, non pronuncerebbe la famosa locuzione “Cogito ergo sum” (Penso dunque sono) ma “Mi vedono sullo schermo e pertanto esisto”. Proprio su queste paure si basa Facebook. Senza il social network di Mark Zuckerberg molti non avrebbero la possibilità di contattare altri esseri umani e rimarrebbero così soli.

Grazie a Facebook invece la paura sembra scomparire e noi possiamo creare la nostra realtà personale in rete.

Pertanto tutti noi viviamo simultaneamente in due mondi: online e offline. Il confort che ci viene dato dall’universo online è irraggiungibile e inconcepibile nel mondo offline, popolato da estranei incontrati ogni volta che usciamo di casa; il problema di questa dicotomia nasce quando si arriva a pretendere che la vita su Facebook sia la vita vera e serva a sconfiggere la nostra paura di essere abbandonati. Le conseguenze minano ovviamente i nostri rapporti sociali. Grazie a questa vita online, non c’è più bisogno di sviluppare competenze speciali per creare rapporti umani soddisfacenti e gratificanti che diano una sensazione di sicurezza.

Bauman si è poi soffermato su questa sensazione di sicurezza, una condizione che la nostra generazione non riesce più a sentire perché ha paura per il futuro.

Questa paura proviene dalla perdita della fiducia nei poteri, non in grado di soddisfare le promesse. Senza la fiducia non siamo più sicuri di poter fare qualcosa per migliorare la qualità della nostra vita. Questa perdita, lenta e graduale, ricade su una visione negativa per il progresso futuro, non più visto come processo capace di garantirci una vita migliore, ma come una maggiore presenza di rischi e pericoli dettati dall’imprevedibilità di origine naturale.

L’ultima paura è quella della migrazione, sempre stata fattore sociale costante nella nostra storia.

Senza entrare nella politica, Bauman ha parlato di questa paura dell’altro sotto un nuovo punto di vista. Abbiamo paura dei migranti perché essi sono messaggeri di cattive notizie. Anche loro in passato avevano una casa e una posizione sociale come tutti noi, e adesso si ritrovano in condizioni completamente diverse e peggiori.

Il messaggio è chiaro: la sicurezza è un’illusione.

Potrebbe esserci facilmente un’inversione di tendenza, e per questo l’uomo contemporaneo è spaventato. Non siamo stati capaci di costruire una sicurezza cosmopolita in tempo e ci ritroviamo quindi impreparati ad affrontare ciò che sta succedendo nel mondo contemporaneo.
Bauman ha infine fatto riferimento a Papa Francesco e ai tre punti che potrebbero rappresentare un miglioramento per il futuro. L’esposizione al dialogo con l’altro, la consapevolezza della crescente ineguaglianza globale e sociale e l’introduzione proprio di queste due “discipline” all’interno delle scuole. Concludendo con un detto cinese:

“Se pensi all’anno prossimo semina il granturco. Se pensi ai prossimi 10 anni pianta un albero mentre se pensi ai prossimi 100 anni istruisci le persone.”

E a questo punto è stata standing ovation dell’intero teatro, per un signore che all’età di 91 anni è ancora capace di aprire gli occhi alle persone, non dandosi per vinto. Cinquanta minuti in una fantastica atmosfera, dove il silenzio è stato infranto solo dal fragoroso applauso finale. Solo un aggettivo per descrivere la conferenza. Illuminante, come ogni intervento a cui ci ha abituati da tempo il grande Zygmunt Bauman.


Società e Paure – (Pre)Visioni per il futuro di Zygmunt Bauman