L’irreversibile crisi della democrazia rappresentativa liberale

75

Perché si parla di irreversibile crisi della democrazia rappresentativa? E’ sotto gli occhi di tutti. Il sistema nel quale viviamo è prossimo all’implosione.

“Sistema” nel senso più completo del termine: sistema economico, sistema istituzionale, sistema di valori e di idee.
La democrazia rappresentativa liberale è giunta al capolinea e la progressiva ed inarrestabile avanzata dei movimenti cosiddetti “populisti” in tutto l’occidente lo testimonia.
La divergenza di idee, di necessità e di prospettive tra i popoli e le elite tradizionali è ormai pressoché totale e sempre più diventa chiaro che non è pensabile accontentarsi di “rinnovare la classe politica” mantenendo, al contempo, il sistema nel suo complesso più o meno invariato.

E’ necessaria una coraggiosa formulazione di una nuova forma di stato, una nuova idea di organizzazione sociale, rifatta dalle fondamenta.

In tal proposito, allo stato attuale le idee sono ancora molto vaghe e confuse, non ci sono nuovi modelli ideologici e politici sufficientemente chiari e strutturati verso i quali fare riferimento, tuttavia quando un Matteo Salvini dichiara di voler estendere il criterio della rappresentanza alla magistratura (è accaduto nel corso dell’ultima campagna elettorale, “la Lega al governo proporrà un progetto di legge per avere giudici eletti direttamente dal popolo” sono state le testuali parole) o un Davide Casaleggio propone di abolire il parlamento per sostituirlo con una piattaforma web di democrazia digitale, altro non fanno che esprimere questo stato d’animo diffuso, semi-cosciente, di una necessità profonda di ribaltare ogni cosa.

Ancora più radicali, forse, sono le tesi del primo ministro ungherese Viktor Orban, il quale propaganda una ventura “democrazia illiberale” in contrapposizione al “liberalismo antidemocratico” incarnato nella sua massima forma nell’attuale Unione Europea.

Tralasciando le parole d’ordine che vengono dall’Europa dell’Est, in generale possiamo dire che nell’Europa occidentale le tendenze ideali e politiche che si agitano dietro al fermento del fenomeno populista sono essenzialmente sintetizzabili in due parole:

“Democrazia diretta” e “Monocrazia”.

Sono infatti ravvisabili due aspirazioni ben precise alla base di questi movimenti che li differenziano da tutto ciò che gli ha preceduti: la volontà del popolo di contare molto di più, di avere maggiori possibilità di intervento diretto in merito alle decisioni politiche che li riguardano (del resto il tema della “democrazia diretta” espresso nella sua forma più esplicita, lungi dall’essere sventolato unicamente dai nostrani 5 Stelle, è anche un motivo centrale del movimento tedesco Alternative für Deutschland, che sotto ogni altro aspetto invece mostra molte più affinità con la Lega), e al contempo il desiderio di avere leader forti che li rappresentino e li tutelino, dotati di ampi poteri decisionali che consentano loro una sicura capacità di poter realizzare quanto promesso in campagna elettorale senza che troppi ostacoli intralcino questa strada.

Un curioso mix di iper-democratizzazione, anti-elitismo e tentazioni autocratiche, il tutto nel segno del “sovranismo” (assai diverso, quest’ultimo, dal nazionalismo vecchio stampo, nutrendosi non molto di miti romantici e struggenti liriche patriottiche quanto piuttosto di crude esigenze pragmatiche, l’aspirazione alla “sovranità nazionale” essendo in fondo intesa principalmente come una necessità concreta per giungere alla liberazione dai vincoli delle varie istituzioni sovranazionali, al fine di poter dunque esercitare pienamente la tanto agognata “sovranità popolare”).

Un mix, in apparenza forse anche un po’ paradossale, che tuttavia apre prospettive molto interessanti: stiamo assistendo, forse, ad una sorta di vendetta di Rousseau su Montesquieu.

La riscossa della “volontà generale” contro la filosofia della “divisione dei poteri”, della democrazia tendenzialmente pura e totale (al contempo espressione del popolo e “sindacato” del popolo) contro la democrazia liberal-oligarchica con tutta la sua fitta rete di regolamentazioni, contorsioni, cavilli e complicazioni e divisioni interne risultanti sistematicamente in uno stato debole e malaticcio vittima costante di mille e più forze estranee ed opache, vittima del “deep state” (come si usa dire negli Stati Uniti) o di organizzazioni private, di mafie di tutti i tipi, di ingerenze di cosiddetti “poteri forti” di tutti i generi e via discorrendo nei quali la sovranità popolare si disperde irrimediabilmente, giungendo (nel tentativo, in fondo infantile, di garantire la “libertà” evitando la possibile tirannia di uno stato “troppo forte”) ad assicurarsi in compenso la tirannia ad opera di infinite forze esterne ad ogni legittimità elettiva.

Facendo uno sforzo d’immaginazione e provando a pensare come potrebbe essere la società in un futuro modello populista pienamente realizzato, potremmo figurarci un sistema nel quale non esisteranno più partiti e in cui la stessa costituzione (attualmente non certo sempre scrupolosamente rispettata, ma comunque sempre onorata alla stregua di una sorta di sacro feticcio) avrà un carattere molto più minimale, essenziale, fluido e malleabile -con pochissimi, semplici articoli-, un sistema iper-presidenziale in cui lo strapotere centralizzato del presidente regolarmente eletto non sarà più bilanciato dall’influenza di altri poteri non-eletti (magistratura, corte costituzionale, presidente della repubblica, opposizioni parlamentari, etc) ma dalla massiccia introduzione di svariati ed efficaci strumenti di iniziativa popolare.

La “divisione dei poteri” sarà soltanto tra il leader della nazione con la sua squadra di governo e il popolo divenuto esso stesso soggetto politico operante a tutti gli effetti, in grado di decidere da sé quando e come i propri rappresentanti stiano agendo dispoticamente in contrasto con quanto essi da loro si aspettavano, ed agendo di conseguenza (magari non solo potendone ostacolare attivamente decisioni e disegni di legge, ma anche esercitando la possibilità di destituirli per mezzo referendario prima della scadenza naturale del loro mandato andando a nuove elezioni).

Riguardo invece alla classica obiezione che viene rivolta alla democrazia diretta e più in generale al populismo di non avere le “competenze” per prendere buone decisioni, nulla vieterebbe al presidente eletto di servirsi di una squadra di tecnici fortemente specializzata per riuscire a raggiungere i propri obiettivi (del resto tale metodologia è stata già adottata dal Movimento 5 Stelle e più in generale dall’attuale governo di coalizione “populista” italiano, segno che non vi è alcun tabù al riguardo né alcun supposto “culto dell’incompetenza” da parte delle forze populiste), posto che questi non decidano assolutamente nulla della direzione politica da prendere (come avviene invece in situazioni di tipo tecnocratico, delle quali abbiamo avuto un breve e triste assaggio con i vari “governi tecnici” nostrani) ma si limitino rigorosamente a porre le loro competenze esclusivamente al servizio degli obiettivi che il popolo o il suo rappresentante eletto hanno indicato.

Del resto, quando un “tecnico” o una squadra di tecnici al potere conducono verso condizioni di miseria una buona parte della popolazione su cui governano, qualora non sia possibile tacciarli di manifesta incompetenza nello svolgere il loro lavoro, è chiaro che gli obiettivi che perseguivano erano allora tutt’altri rispetto a quelli della popolazione (fare gli interessi della quale, si suppone, dovrebbe essere la normale funzione di uno stato nazionale).

La ragion d’essere di un semplice “tecnico” si misura dalla sua capacità e competenza, ma la ragion d’essere di un politico si misura dagli obiettivi per i quali lavora (indipendentemente dalle sue competenze), ecco perché la tecnocrazia pura è un’assurdità e la dicotomia dualistica capaci/incapaci non è una questione centrale: “capaci o incapaci di fare cosa, precisamente?” è la vera domanda.
Ora, se i movimenti populisti europei, apparentemente tanto sgangherati e privi di precisi riferimenti culturali quanto appassionati e decisi nella loro volontà rinnovatrice, saranno capaci di tradurre le suggestioni che li abitano in un reale rinnovamento delle democrazie occidentali come ad esempio quello qui ipotizzato (ma molte altre varianti sarebbero ipotizzabili), è ancora decisamente tutto da vedere.

Siamo solo agli albori di questa nuova fase storica verso la quale ci stiamo via via spostando e i possibili esiti sono decisamente ancora tutti da scoprire, tuttavia la materia prima già c’è, è presente, ed è più che mai impellente la necessità di farne un uso spavaldamente coraggioso ed ambizioso.


L’irreversibile crisi della democrazia rappresentativa liberale e la necessità di un nuovo sistema

Articolo di Eric Granella