La metafora del piccione. Riso amaro sulle coppie in crisi

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La metafora del piccione (regia di Miguel Murciano, sceneggiatura di Corrado Trione, produzione Five Seasons) è un cortometraggio di breve durata (20 minuti) leggibile a più livelli, qualità che richiama alla mente l’idea di «opera aperta» teorizzata dal compianto Umberto Eco nell’ormai lontano 1962.

Primo Livello, comico-umoristico: la storia individuale di uno “sfigato” su cui si può ridere («il senso dell’umorismo è quando una cosa ti fa ridere perché non capita a te», sentenziava Nonno Felice-Gino Bramieri). Secondo livello, drammatico: il dramma sentimentale del tradimento del partner (che però è molto sdrammatizzato, visto che si tratta di una commedia). Terzo livello, filosofico-esistenziale: la tensione psicologica dell’individuo, che in seguito a un incidente ornito-scatologico (aggettivo intellettualistico e ricercato, à la Enrico Ghezzi, ma che indica un imprevisto molto banale e frequente, come sarà chiaro a chiunque vedrà il film!), si guarda intorno in cerca segni che lo rendano in grado di interpretare ciò che gli accade. Una ricerca del senso della propria vita che al giorno d’oggi è spasmodica per alcuni e beatamente ignorata, o meglio rimossa in senso freudiano, da molti altri.

Già vincitore al festival Piemonte Movie 2015, La metafora del piccione è autenticamente divertente.

È facile inserirlo nel filone umoristico-esistenziale di Tre uomini e una gamba (1997), Così è la vita (1998), Chiedimi se sono felice (2000), tris del trio Aldo Giovanni e Giacomo, e anche accanto ad Asini (1999) con Claudio Bisio, e a Qualunquemente con Antonio Albanese (2011). Nell’interazione e nei dialoghi tra i vari personaggi c’è un frenetico intreccio di stili espressivi. Si possono ricordare anche i celebri Esercizi di stile di Raymond Queneau. Ma mentre quest’ultimo, nel suo libro, creava uno dopo l’altro gli stili narrativo-discorsivi a partire da se stesso (autore invisibile, nascosto dietro la folla delle multiformi versioni, parlate e scritte, di un singolo episodio banale, e allo stesso tempo onnipresente in ognuna di esse in quanto loro creatore), ne La metafora del piccione i differenti stili, dati dai differenti approcci dei personaggi alle situazioni, sono più caratterizzati. Nel senso teatrale del termine (dall’inglese character: personaggio, ruolo), cioè ogni stile è legato a un personaggio, un po’ come nell’Ulisse di James Joyce (anche questo un capolavoro dell’antieroismo).

Il protagonista Diego (Simone Faraon), eroe molto antieroico, dallo sguardo sovente confuso ma vagamente somigliante a Luigi Vannucchi (il Guido Cavalcanti nella Vita di Dante di V. Cottafavi – 1965 – e il Nikolaj Stavroghin de I demoni di S. Bolchi – 1971), sballottato dagli imprevisti cui non sa reagire né contrattaccando, né ritirandosi. L’amico spagnolo Miguel (Francesco Bernardo), una sorta di aiutante-consigliere dell’eroe che, come molti “tradizionali” aiutanti dell’eroe, è “straniero“, appartiene cioè a un altro mondo – in questo caso a un’altra nazione – ma varca facilmente i confini tra i mondi, come Ermes e Athena nell’Odissea, la Fata turchina e il Grillo parlante di Pinocchio, il Fortunadrago de La storia infinita di Ende, il proverbiale uccellino parlante che rivela notizie (volatile quindi molto più utile del fastidioso piccione, e che era tra i protagonisti di un corso universitario torinese di filologia romanza sul ruolo del messaggero nella letteratura, seguito proprio dallo sceneggiatore Trione una dozzina di anni fa, quando probabilmente non aveva la più pallida idea del fatto che un giorno avrebbe realizzato questo film!), e che essendo ispanofono fa pensare anche a una versione caricaturale del rivoluzionario messicano Chuncho, interpretato da Gian Maria Volontè in ¿Quien Sabe? (D. Damiani, 1966); Sara (Michela Di Martino), la fidanzata frivola e fedifraga di tutte le epoche; il dirimpettaio-amante (Paolo Mazzini) a bordo della decapottabile, con le dita inanellate, tra l’esotico e il tamarro, che però cerca almeno di salvare la faccia raccontando, con sicuro effetto comico, la “supercazzola” dei fluidi nei vasi comunicanti; il prete sbronzo (Vincenzo Galante), che è il più comico dei personaggi ed è anche il più autenticamente umano perché, seppure in modo ridicolo, lotta contro le proprie debolezze (i moti di sensualità mentre ripensa alle donne) e cerca di mantenere una dignità (per quanto glielo consente il vino) davanti ai contrattempi (trattenendo le imprecazioni contro le scariche fecali dei volatili, che lo prendono di mira proprio mentre cerca di consolare lo sfortunato Diego).

Punti deboli?

Vi si può vedere, se si vuole, un avallo all’opinione secondo cui trovarsi in uno stato confusionale sentimentale cronico è assolutamente normale – ed è un paradosso – soltanto perché molti si riconoscono in questa condizione (mica un buon segno!), e che quindi la sfiga della vita di coppia di Diego sia una condizione universale, un po’ come il pessimismo cosmico di Leopardi, la nevrosi di Freud o il male di vivere di Montale, per cui se tutti siamo sfigati e ridicoli nessuno è veramente sfigato e ridicolo, e quindi non dobbiamo preoccuparci di nulla. Ma forse questo è uno dei pochi casi di spettacolo contemporaneo in cui questa intenzione non c’è, per cui stavolta non occorre citare la celebre massima di quel senatore a vita sul pensar male.

Come conclusione, e argine alla sfiga dell’infedeltà (o, stando nella metafora, come ombrello comportamentale per evitare imprevisti escrementizi con i pennuti), può valere la frase che in un’intervista su amore, matrimonio e tradimento disse una volta Paolo Villaggio a Giovanni Minoli:

«Se si è veramente innamorati bisogna mettere in conto anche le corna». Da buon genovese previdente.

Piervittorio Formichetti

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