Al sole

Miriam, poco più su e sotto l’ombrellone, come suo solito leggeva. In topless, con i piccoli seni abbronzati, gli occhiali da sole ed il berrettino ...

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Al sole. Steso sul bagnasciuga, assaporava il piacere che l’acqua fresca sulle gambe gli procurava sotto il sole incandescente.

Miriam, poco più su e sotto l’ombrellone, come suo solito leggeva. In topless, con i piccoli seni abbronzati, gli occhiali da sole ed il berrettino di Al calato sulla fronte era talmente intenta che, miope, protendeva il viso verso l’ ebook reader nella classica smorfia di chi mette a fuoco le lettere con difficoltà.

            “Non avessi gli occhiali da lettura, capirei, ma ne hai ben due paia”.

            La apostrofò Al mettendosi di lato poggiato sull’avambraccio.

Lei alzò lo sguardo e rispose con un moto di stizza.

            “Sei sempre la solita, non sei più una giovincella e gli anni passano anche per te”

            “Pensa ai tuoi”.

Ribatté con veemenza.

Gli sdrai erano sul bagnasciuga, appena lambiti dalle onde. Al si stese supino poggiando i gomiti sui sassi pungenti e poggiando il mento sui palmi mentre la risacca gli bagnava i piedi. La osservò mentre riprendeva la lettura. Attese che fosse completamente immersa poi, con le mani a coppa prese l’acqua dell’onda e corse ad annaffiargli la schiena.

            “Scemo !”

Urlò alzandosi di scatto tirandogli una ciabatta sfilandosela dal piede.

Al le carezzò la testa e tornò sul bagnasciuga.

Non aveva pensieri, solo un po’ di noia. Decise di alzarsi e fare una passeggiata sui costoni che fiancheggiavano la spiaggetta.

S’infilò le scarpe di gomma e prese alla volta del parcheggio dietro la taverna. Per non fare tutto il giro s’arrampicò sulla china e camminando anche sulla copertura del locale, costruito a ridosso della parete rocciosa, faceva risuonare le lamiere.

            “Ivonne uscì e: “Al che fai?”

            “Vado a camminare un po’”

            “Ma li è pericoloso, devi spostarti più in là”.

Ribatté impensierita.

            “Non preoccuparti, non ti faccio crollare il tetto”

Ivonne gestiva la taverna della spiaggetta da quindici anni e loro due erano soliti venire in quel luogo perché solitario, bello e vicino a casa: ci si arrivava in un quarto d’ora. L’assidua frequentazione ed i pranzi consumati alla taverna li avevano resi preziosi ed amicali clienti.

Era una spiaggetta isolata, coronata da alti speroni di roccia che configuravano un anfiteatro protetto sia dalla vista della strada, che scorreva poco più su, che dal vento. Ci si arrivava da una stradina bianca di lato al distributore della Eko. Contornata di eucalipti si incanalava sul greto di un fiume secco che sfociava al mare e che solo d’inverno, la stagione delle piogge, aveva un po’ d’acqua, ma poca si da poter percorrerla in ogni stagione. Dalla strada non si poteva scorgere la spiaggia, sia per la vegetazione sia perché il greto curvava impedendone la vista. Attrezzata con ombrelloni e sdrai da Ivonne, era stata spianata con ghiaietto a coprire le rocce e creare un arenile sul quale sostare sdraiati anche su di un semplice asciugamano. Ci si poteva trascorrere l’intera giornata con pochi euri anche usufruendo del servizio della taverna.

Ivonne era un’ospite gentile come pure la cameriera rumena, sempre pronta ad interloquire con i clienti. La cuoca indiana invece, schiva e silenziosa, si mostrava poco.

Dana uscì dal portico incuriosita dal vociferare e seguì lo sguardo della titolare.

            “Ma Alessandro, sei matto?Se cadi ti rovini!”

            “Ma cosa vuoi che mi succeda”.

Rispose fermandosi e togliendosi il berretto per tergere il sudore. A petto nudo e con il zainetto su una spalla guardava in basso le due donne che si facevano ombra con la mano per proteggersi dai raggi del sole di mezzodì. Guardando poi Miriam esclamarono:

            “Fallo scendere, quello va a farsi male.”

            “Ma lasciatelo andare, non vedete che arrampica come una capra”.

E poi aggiunse:

            “Almeno per un po’ non rompe le balle”.

            Risero tutte e tre.

Miriam, dopo un ultimo sguardo alla capra, riprese a leggere. Ivonne e Dana rientrarono alla taverna scuotendo la testa.

Al riprese la salita incespicando ogni tanto tra i cespugli e scivolando sul terreno friabile. Giunse senza tanta fatica e senza alcun danno in cima, dove uno spiazzo rigato dai sentieri scavati dai rivoli d’acqua piovana, permetteva agilmente di raggiungere il bordo del costone.

Il mare era giù alla fine del piccolo strapiombo e una ventina di metri più in basso le onde frangevano sugli scogli affioranti.

Saltando di roccia in roccia scese fino ad una roccia piatta a pelo sull’acqua e si sedette con le gambe a mollo. Le onde ogni tanto gli spruzzavano gocce in viso e la schiuma gli bagnava il costume.

Sulla sinistra una caverna trapassava tutto lo sperone e sbucava, al largo, di lato alla spiaggetta. Sulla destra un cunicolo soffiava quando l’onda lo penetrava e sbucava polverizzata dalla parte opposta, creando una nebbiolina sulla quale i raggi del sole si scomponevano in riflessi di arcobaleno.

Assaporò la pace e si stese al sole. La roccia, bagnata dalla risacca, era fresca sulla schiena ed il sole gli bruciava il petto. Si levò dopo poco rabbrividendo sia per il caldo che per il freddo. Si guardò attorno e decise.

            “Nuoterò attraverso la galleria per sbucare di la, il percorso lo fanno anche le barche che portano i turisti a vedere la scogliera”.

Cavò dallo zainetto le piccole pinne e le calzò. Infilò le scarpe di gomma nello zainetto, strinse le cinghie e lo fissò alla schiena. Poi con un tuffo superò le onde che frangevano e prese a nuotare verso l’apertura. La galleria non era lunga e nella penombra la temperatura era fresca e l’acqua più calma, solo la corrente era aumentata ma per un pesce come lui e con le pinne, non era un problema. Raggiunse l’altra estremità, la spiaggetta non si vedeva, c’era ancora del percorso da fare tra gli scogli ai piedi del dirupo. Aveva voglia di riposare. Salì a sedere sul primo scoglio. Si tolse le pinne e osservò, seduto, il mare: due vele incrociavano al largo e sull’orizzonte il profilo di un traghetto interrompeva la sottile linea azzurra. Sembrava immobile tanto era lontano.

Guardò il fondo che si poteva osservare qualche metro più sotto. Alcuni pesciolini si rincorrevano tra le rocce e sparirono con un guizzo all’arrivo di alcuni saraghi.

            “Forse è un ottimo posto dove pescare”.

E ragionò su come raggiungere quegli scogli senza dover nuotare per portare l’attrezzatura. Osservando la parete del costone, individuò una possibile via di accesso tra le rocce crollate, negli anni, dal dirupo. Mise nello zainetto le pinne e ne ritrasse le scarpette di gomma. Si avventurò di scoglio in scoglio, di pietra in pietra, verso la spiaggia. A metà circa del percorso sentì un vocio. Fermo in piedi considerò da dove venisse. Sbirciò dietro un grande masso e, stese al sole su un piccolo riporto di ghiaietto a qualche bracciata da lui, due donne si crogiolavano al sole come lucertole. Nude come mamma le fece. No, non del tutto. Due enormi cappelli di paglia nascondevano i loro visi e tenevano le spalle all’ombra. Conversavano animatamente sorseggiando ambedue da una bottiglia d’acqua per poi versarsela sul collo reciprocamente, chinando il capo una volta per una.

Al rimase sorpreso. Quei corpi gli parevano familiari. Si avvicinò di qualche passo tenendosi sempre coperto dallo scoglio e si soffermò per osservarle meglio. Sorpresa! Le due trekkiniste conosciute a Livadi. Balzò dal nascondiglio chiamandole ad alta voce.

            “Grete … Karen, ma che sorpresa”

A quella inaspettata apparizione le due si spaventarono .

            “Ahhhh”.

Provarono a coprirsi alla bel e meglio con gli asciugamani ma, su uno erano stese e l’altro, troppo piccolo, non le copriva entrambe, sicché seni dell’una e pudenda dell’altra rimanevano un momento coperti e un momento esposti. Sembrava un gioco, un tiro alla fune, un nascondino infantile. I grandi cappelli si scontrarono, caddero e misero in mostra le chiome bionde e fluenti. Non lo avevano riconosciuto: lui aveva il sole alle spalle.

            “Ma che fate qui?”

Incalzò Al divertito da quel tira e molla.

Ancora non avevano realizzato chi era e la preoccupazione per l’apparizione improvvisa di quello sconosciuto era evidente.

Al dunque si avvicinò ancora un poco scendendo dallo scoglio . Attraversò quel piccolo tratto di mare nuotando verso di loro ed emerse sempre con il sole alle spalle.

            “Che c’è in quella bottiglia, Rakì?

            “Siete già ubriache per caso?”

Questa volta si ricordò di esprimersi in tedesco. Depose a terra lo zainetto a pochi passi da loro e le guardò negli occhi, non fu facile fissare lo sguardo sui visi anziché altrove.

            “Ma che sorpresa meravigliosa! Karen, Grete!”

Esclamò avvicinandosi ancora. Quindi lo riconobbero.

            “Al … ma che fai qui?

            “E’ quello che ho chiesto a voi”

            “Ma che bello rivederti” .

Replicò Karen.

            “Ci hai spaventate.”

Incalzò Grete.

            “Perché avevate paura che fossi Nettuno, o meglio…visto che siamo in Grecia, Poseidone , il dio greco del mare e dei terremoti?”

Lo guardarono senza capire. Pensò che forse si era espresso male e riprese scandendo le parole.

            “Ma non vedete che non ho il tridente.”

E stette in piedi, immobile ad un passo da loro, guardando ambedue con piacere. Ricordava quei corpi la notte trascorsa alla taverna, il profumo e la pelle morbida e …. tutto il resto. Stava indugiando un po’ troppo nel mutismo e nello sguardo non più diretto agli occhi.

Karen tese la mano per farsi aiutare e Al, chinatosi, la sollevò con la destra quasi di peso e cosi forte che i due corpi si toccarono. Lei lo abbraccio cingendogli il collo e gli stampò un bacio sulla fronte, nel frattempo Al, con la sinistra, aveva aiutato anche Grete ad alzarsi. Si trovarono così abbracciati, in piedi, al sole, al silenzio.

Fu un incontro fortuito ma di grande semplicità. Lo invitarono a sedere con loro. Stesero sulla roccia, appaiati, gli asciugamani e lo fecero stendere al centro. Loro si accovacciarono ai lati.

            “E’ bello rincontrarti”.

Fece Karen accarezzandogli col dorso della mano la spalla abbronzata.

            “Ci siamo scambiati i numeri di telefono ma nessuno di noi ha chiamato”

            “Forse non era ancora il momento”.

Voltandosi verso Grete.

Si o forse quella notte ci ha lasciato tutti e tre un po’ stupiti dell’accaduto. E’ successo tutto così in fretta, così naturalmente che ……” 

E non trovò le parole per concludere.

“Che è stato troppo bello. C’era il timore di rovinare tutto parlando e spiegando. Una sera magica. Una sera di quelle che capitano una sola volta alle persone fortunate e non si dimentica”.

Grete lo disse con un filo di voce, evidentemente colta dall’emozione della memoria.

Al ricordava la serata: la bellezza dei corpi tra le lenzuola candide. Il suo, abbronzato e temprato si stagliava sulla pelle diafana, ialina, gracile e quasi eterea delle due donne a creare il contrasto delle sessualità. Rammentava la pigrizia dei movimenti languidi, l’ardore e la brama che scatenarono. La semplicità e la completa mancanza di inibizioni e pudore avevano immerso i tre in un mare di sensazioni tumultuose. Assorti nella pura sensualità dell’amore fisico avevano assaporato momenti di fusione totale che alla fine li aveva lasciati appagati ed esausti. Non un ma, non un se, non un perché avevano incrinato i momenti di quel coinvolgimento. La passione, l’impeto, l’impulso e la commozione avevano dettato le regole del gioco.

Trasognato da quei ricordi non si accorse che due donne lo guardavano con aria interrogativa e maliziosa. Era evidente l’eccitazione scatenata da quella rimembranza. 

Al, alzata la testa dall’asciugamano arrotolato a mo’ di cuscino, per nulla confuso, si guardò il costume e lui che, prorompente, se ne stava li a scandire con le pulsazioni il tempo.

Grete accennò col mento al risalto e sorridendo chiese:

            “A che stai pensando?”

            “A voi due, a quella sera di qualche settimana fa”

            “Vorrai dire a noi tre? Tu non c’eri forse?”

Canzonandosi Al ribatté.

            “Io sono ancora lì, siete voi che ve ne siete andate.”

            “Ma no. Tu non hai voluto salire al Psiloritis”

            “Ero sfinito, qualcuna di mia conoscenza mi aveva prosciugato le energie,”

E risero di cuore, sguaiatamente come un’allegra combriccola che si apprestava a una combine. Karen poggiò la guancia sul petto di Al che se ne stava supino e allungò la mano. Grete lo baciò sulla bocca.

Loro due con le mani fecero scivolare dolcemente il costume, Al le aiutò alzando il bacino e con un calcio lo allontanò dai piedi.

Sprofondarono nuovamente nella libertà erotica che avevano conquistato e fecero nuovamente l’amore, appassionatamente, con i sessi che odoravano di salsedine.