Uscito nel 2001 ed estratto dall’album Des visages des figures (Polydor Records), il singolo “Le Vent Nous Portera” è a tutt’oggi il brano più famoso e apprezzato della rock band francese Noir Désir.

Se nell’estate 2001 a concentrare l’attenzione del pubblico anche italiano su questo pezzo fu forse il suo ritmo accattivante e sensuale, il quale sembra ricordare proprio il calore del sole e il riposo un po’ sognante dei giorni di vacanza, dopo quindici anni la canzone permane nella mente di coloro che l’hanno amata per altri motivi; motivi che riguardano il significato intrinseco del testo, apparentemente composto da frasi di senso metafisico oppure alieno ma in realtà più legate di quanto si pensi alla concretezza del presente: “le vent nous portera” vuol dire infatti “il vento ci guiderà”, e tali parole tornano alla fine di ogni strofa per simboleggiare il desiderio, o meglio la premonizione, dell’autore… Il vento porterà tutto con sé, la carezza e la mitragliata, gli anni morti di una lunga vita, le memorie; porta con sé le cose belle e quelle spiacevoli, le trascina via e pare abbandonare il mondo nella confusione di una tempesta di sabbia. Ma nello stesso tempo la sua forza mostra il cammino, il cammino che conduce nei meandri più oscuri dell’animo e dell’esistenza, e che tuttavia è chiaro, proprio perché il vento lo indica. Anche se chi avanza nel mezzo del tifone si crede perduto, non deve mai temere la strada che sta percorrendo.le vent nous portera

Se tale è la profondità del testo della canzone, uguale e diversa è quella che troviamo nel relativo videoclip: esso racconta una storia semplice, eppure ricca di sfumature.

La sabbia invade i nostri occhi quando le note della musica non hanno ancora cominciato a risuonare; un primo alito dell’onnipresente vento la spazza via, sino a far emergere un libro: sempre la forza del vento (o magari quella di una mano invisibile?) solleva la copertina e lascia che le pagine sottili scorrano, per fermarsi sul grande disegno di una spiaggia.

Come in una favola, ma vedremo presto che non si tratta di una storia a lieto fine, la spiaggia prende vita rivelando le sue dune pacifiche e i suoi arbusti secchi al sole. Una giovane donna avanza sulla sabbia con un bambino: è una normale giornata di mare per madre e figlio, però avvertiamo qualcosa di inquietante nelle risate del bimbo che corre assaporando la vastità della spiaggia e nella pesantezza della luce solare. Il vento accarezza dolcemente ma incessantemente il paesaggio.

La mamma mostra al figlio un secchiello e una paletta, dei regali un po’ miseri che però permetteranno al piccolo di lavorare la sabbia e quindi di entrare in contatto con l’ambiente circostante: questi strumenti infantili, insieme alle mani nude, diventeranno l’arma o meglio il mezzo con cui il ragazzino affronterà ciò che sta per arrivare.

Già, perché dopo essersi allontanato dalla madre comincia a giocare, e a un tratto alza gli occhi sul mare: là dentro deve scorgere qualcosa di strano, dal momento che all’improvviso, come se un allarme silenzioso lo avesse avvertito, torna a scavare nella sabbia con fretta ed energia.

La donna intanto è distratta dalle pagine del libro che sta leggendo più in là, sdraiata al sole; quando finalmente solleva lo sguardo non riesce più a vedere il figlio, e inquieta attraversa la spiaggia per cercarlo: i suoi passi sono sicuri, nessun pericolo sembra ancora minacciarla.

Raggiunge il punto in cui il bambino stava giocando e lo scopre al centro di una profonda buca. E qui troviamo il primo elemento surreale, poiché è impossibile che un ragazzino con una paletta giocattolo possa scavare così a fondo in poco tempo: la musica e le immagini dei Noir Désir contengono simboli visionari e astratti ma, come abbiamo già detto per il testo, non dobbiamo credere che essi vanifichino la portata del messaggio della canzone.

In ogni caso, la madre non pare stupirsi dell’opera del bimbo e anzi gli sorride rassicurata; anche il figlio tenta di sorriderle, ma ormai sente la vicinanza di un pericolo ignoto: tutto ciò che riesce a fare è osservare la donna per un istante prima di rimettersi al lavoro, e stavolta anche noi vediamo quel che vedono i suoi occhi: il cielo alle spalle di lei sembra terso e soleggiato, ma in verità le nubi di una tempesta si addensano furiose, rendendo grigia la figura.

Lei torna al suo libro mentre il bambino continua a scavare, ed ecco una delle molte caratteristiche che distinguono la mamma dal figlio (differenze che finiranno per decretare la morte della prima e la salvezza del secondo): la donna si crede al sicuro, crede di vivere un momento di tranquillità e addirittura di essere lei a dover proteggere il bimbo, infatti corre a cercarlo quando teme che possa essersi allontanato. Però non comprende quel che è invece chiaro al figlio; è bella (il momento in cui abbraccia il bambino dopo avergli regalato la paletta e il secchiello coincide con la parola “carezza” nel testo, di conseguenza qui la madre rappresenta ciò che è dolce e che comunque viene portato via dal vento) ma anche fragile, distratta. Al contrario il ragazzino smette di essere infantile e innocente dopo aver guardato il mare, ma in compenso sa cosa fare per contrastare la minaccia che sta per arrivare e che ha riconosciuto.

Come per sottolineare la propria inconsapevolezza, la madre poco dopo si addormenta, lasciando che le pagine del libro svolazzino incontrollate; il bimbo lavora con ancora maggior frenesia e costruisce un grande castello di sabbia (altro elemento irrealistico e simbolico), mentre il vento comincia ad alzarsi.

La tempesta si scatena lentamente ma inesorabilmente, come a dire che la fretta non serve perché comunque nessuno può sfuggire al suo impeto: il bambino la stava aspettando, ora corre al riparo nel castello che ha costruito con le sue mani per proteggersi; la madre invece si risveglia quando è ormai troppo tardi per mettersi al sicuro: annaspa sulla spiaggia coprendosi gli occhi e chiamando il figlio, il quale a sua volta urla per farsi trovare da lei. Però la forza del vento è incontrastabile e dopo una breve battaglia la donna viene sommersa dalla sabbia.

Il castello del ragazzino, dal canto suo, viene scalfito ma permette al proprio abitante di sopravvivere.

E queste ultime immagini vengono accompagnate solo dalla musica e non più dalla voce di Bertrand Cantant, la quale ha ormai consegnato il suo messaggio e lascia al corso degli eventi il compito di realizzarlo.

Alla fine le onde del mare sotto un cielo placato (ma non calmo… La tempesta non si è allontanata per sempre) si stagliano dinnanzi al bambino rimasto solo sulla spiaggia. La sua espressione non è felice, perché lui sa di aver perduto qualcosa di importante e di non potersi fidare del vento ora mite; eppure sa anche di non essere stato travolto, di essersi salvato. Conosce l’imprevedibilità del vento e possiede i mezzi per difendersi.

Se volessimo intendere il senso della canzone e del videoclip in termini generali, dovremmo riallacciarci alla prima frase del testo: “Non ho paura del cammino / bisognerà vedere […] la parte più profonda e oscura di noi stessi[1] potrebbe infatti significare la necessità di conoscere le paure e le zone oscure dell’animo (la tempesta) per giungere alla consapevolezza di sé. Di conseguenza, il bambino sarebbe colui che riesce a superare l’oscurità perché la sente arrivare, mentre la madre rappresenterebbe la cecità di chi non sa vedere oltre l’apparenza.

Ma se invece vogliamo contestualizzare la canzone nel periodo storico in cui è stata scritta e soprattutto nella filosofia musicale dei Noir Dèsir, dobbiamo pensare che “Le Vent Nous Portera” parli di una guerra (ideologica, materiale, spirituale e quant’altro): in tal caso mi sento di affermare che il brano inviti l’ascoltatore a imparare a decifrare i segnali dell’ambiente circostante, a non lasciarsi trasportare da venti ingannevoli e a costruirsi un rifugio sicuro anziché combattere battaglie inutili (il ragazzino di fatto non lotta contro la tempesta, ma la sconfigge proteggendo se stesso).

Se poi volessimo spingerci un po’ oltre, potremmo addirittura dire che i Noir Dèsir affidano a un bambino (quindi a una creatura “nuova”) il merito e il peso della consapevolezza, mentre la madre, l’adulto, si smarrisce dormendo sulla spiaggia. Gli uomini “vecchi” nella mente o nel cuore sono destinati a perire in una battaglia contro la sabbia, mentre la vita è eredità di chi sa pensare in modo diverso, di chi sa farsi guidare dal vento.

Tutto sparirà ma il vento ci guiderà