Pestilentia, epic fantasy di Stefano Mancini

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Pestilentia di Stefano Mancini, è un fantasy epico e sanguigno ambientato in un mondo sull’orlo del collasso. Un mondo che potrebbe anche essere il nostro tra qualche secolo, perché no.

Di questo mondo conosciamo un paio di città e le foreste dove si svolgono gli eventi salienti del romanzo. Ma ciò che è importante sapere, e che emerge dal libro, è come questo mondo sia in putrefazione. Gravato da una terribile epidemia che sta falciando le vite di molti, debilitando e impoverendo gli altri, che ormai non vivono più, bensì sopravvivono. Ecco, proprio questa sensazione di sopravvivenza domina il romanzo ed è quella che più mi è rimasta in mente.

Sopravvivenza del più forte. Perché, ovviamente, in ogni guerra (e la vita non è forse una guerra continua contro tutti?) c’è sempre chi riesce a sopravvivere, in ogni modo che possa imbastire.

Voglia di sopravvivere, perché, pur in questo mondo caotico e prossimo al collasso, c’è chi ancora lotta, combatte, stringe i denti, arranca nel fango, fa sacrifici, insomma continua a credere che la vita sia altro, e oltre, e non ci sta a lasciarsi andare, ad arrendersi, non ci sta a essere messo da parte e confida in un futuro. E infine c’è anche chi non vuole sopravvivere, o semplicemente si trascina, chi si rifugia in una caverna per stare da solo (e morire da solo), chi mendica un po’ di minestra agli angoli delle strade fredde e nebbiose, chi non ha più la forza, né la volontà, di lottare, o semplicemente non crede possibile un cambiamento.

Sullo sfondo di questo scenario quasi apocalittico, si incrociano le vite di alcuni personaggi, tutti piuttosto solitari.

Shree, una ladra, fiera e indipendente, che è venuta per caso in possesso di un manufatto molto prezioso, che la chiesa di Nergal sta cercando. Gleb, uno schiavo, un gha’unt, un servo, un servitore, una figura incerta, balbettante, insicura di sé, che ha sempre vissuto ai margini, facendo quello che Leif, il suo datore di lavoro/padrone, gli ordinava, senza perdersi in perché, e che adesso si ritrova a poter stringere in mano le redini del suo destino. Eckard, un cavaliere tutto d’un pezzo, fedelissimo di Nergal e convinto sostenitore della sua fede (un integralista, in pratica), che però verrà a contatto con una scottante e spiacevole verità che lo costringerà a ripensare la sua intera visione del mondo.

E Aelis, forse il personaggio più eroico, e anche più classico, che in un fantasy non può mancare, l’eroina disposta a tutto, anche a dare la vita, pur di proteggere la sua gente e dare loro un futuro.

E’ un romanzo che fa riflettere su molti temi: la fede, ad esempio, i suoi eccessi, i suoi dogmi, il modo (diverso) in cui gli uomini vi si rapportano (con coscienza, con sincera convinzione, con un attaccamento radicale, come un’opportunità, anche), l’esistenza o meno di un Dio o di un’entità che sta al di là della vita di tutti i giorni e permea i destini degli uomini.

Ma è anche un romanzo sulla diversità, sul rapporto tra i popoli, basta vedere il disprezzo con cui i gha’unt vengono trattati solo perché hanno una struttura fisica diversa (vengono considerati dei demoni, portatori di malattie e morte). Infine è anche un romanzo di scoperta di sé, perché tutti i personaggi, anche inaspettatamente, si trovano a scoprire qualcosa di sé che non sapevano di conoscere, a guardarsi dentro, a migliorarsi, a cambiare: Shree, Gleb, Eckard, tutti alla fine saranno un passo avanti rispetto a dove si trovavano all’inizio. Diversi, sicuramente.

Migliori? Difficile dirlo, di certo più consapevoli e fieri della loro individualità.

Nel complesso è stata una bella lettura, complice anche lo stile semplice ma ben curato dell’autore che ha permesso che le pagine scivolassero via in pochi giorni. Un buon lavoro davvero, consigliato a tutti gli amanti del fantasy che vogliono una lettura diversa, da un’angolazione diversa, diciamo così, pur senza rinunciare a intrighi e battaglie.

Buona lettura con “Pestilentia”! 🙂

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