Una lingua di silenzi

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Ieri ti ho odiata perché ero troppo stanco per scriverti, sconfitto dal giorno, annichilito dalle brutture e dalla fretta di questo mondo. Ieri ti ho violentata con le tue stesse maledette parole che ti compongono dicendoti che tra me e te era finita, che era durata pure troppo. Ti ho sbattuto una penna in faccia e sono rimasto senza inchiostro.

Ti ho detto che di te posso fare pure a meno se stare insieme a te significa essere costretto a vederti venire e andare via quando più ti aggrada, quando tutti dormono e tu non hai un posto in cui tornare; quando sono io a chiamarti, invece, ti dissolvi come se tra i miei pensieri non fossi mai esistita, tra le mie mani non avessi mai abitato.

Ti ho chiesto di lasciarmi in pace perché in questo mondo non c’è posto per i sognatori, figuriamoci per gli scrittori.

Il mio sogno costa, e tu lo sai: mi costa rabbia, fatica, avvilimento, parole di chi mi dice “non crederci” perché campa solo chi resta coi piedi per terra mentre io coi piedi inchiodati al suolo, costretto a saziarmi ingurgitando polvere, non ci voglio morire.

Mi costa la superficialità, la noncuranza e la derisione di molti, spesso i più vicini, proprio quelli che dovrebbero supportarmi più di ogni altra persona. Mi costa il fango e il nero che vedo sul mio futuro perché nel mio presente sto gettando a terra tutti i mattoni costruiti e impilati fin qui.

Sentirmi dire da mio padre che devo dedicarmi allo studio, altrimenti come me lo costruisco l’agognato futuro?

Un futuro che, prima ancora d’essere, già non mi appartiene perché io non gli appartengo, io non sono in lui e lui non è in me. Il mio fa parte di un universo diverso, uno spazio-tempo già visto perché vissuto in parte nel mio passato.

Mia nonna, invece, diceva che dovevo credere di più in me stesso e nei miei sogni, ma solo a “panza chiena“, a pancia piena: di domenica il mio compito era quello di inghiottire la parte che “di diritto” (nella sua testa) mi spettava del pranzo che lei amorevolmente cucinava per la nostra famiglia… e per quelle del vicinato. Il suo affetto ce lo dimostrava così, ed è proprio dell’affetto dei poveri ciò di cui abbiamo più bisogno in questa umanità di finti ricchi.

Mi diceva “i sogni hanno fame proprio come noi, sai?”, ed io ci credo ancora anche se, da quando mi ha lasciato, la “panza” non l’ho avuta più “chiena”… di lei.

Al suo capezzale, vicino al quale ho trascorso gli ultimi giorni della sua vita, mi disse “non dimenticarmi, tu un giorno sarai qualcuno”. Non so quale giorno, ma sto imparando a crederci, proprio come il fatto che anche i sogni hanno fame.

Ho odiato il fatto che da piccolo sono riuscito a camminare bene fin da subito: mai un inciampo, mai un ginocchio sbucciato e rattoppato alla meglio che mi ricordasse i passi incitati e concitati dell’infanzia. Solo dopo, quando forse era già troppo tardi per imparare, ho capito cosa significasse una caduta ed il dolore che ne conseguiva, la forza da far convergere nelle tue mani quando non c’era nessuno al tuo fianco pronto a sostenerti.

Ho odiato tutto quello che, nonostante non destasse in me trasporto emotivo né suscitasse una parvenza di interesse, sono stato costretto a fare per volontà tirannica di qualcun altro: ho detestato tutte quelle discipline che mi venivano imposte mentre io volevo solo essere arte.

Nei temi in classe venivo catalogato tra i mediocri: la maestra diceva che avevo forma ma non contenuto. Io le mostravo il palmo delle mani in segno di discolpa, lei sorrideva ma non capiva. Quello che lei definiva contenuto mi restava bloccato nei solchi che sulla mano disegnano linee: erano scavati più di quell’età perché avevo il compito di sbrogliare la lenza, ingarbugliatasi al vento, prima di partire col nonno per la pesca notturna.

Da bambino, quando mio nonno fingeva di distogliere l’attenzione da me mettendosi a parlare con le stelle, tiravo fuori una piccola torcia dalla tasca dei calzoni stinti e amavo puntare il suo raggio perpendicolarmente al fondo marino per vedere se gli occhi chiusi dei pesci erano uguali ai miei: tutte le volte restavo deluso e un po’ impaurito da quegli occhi sempre sbarrati e mai stanchi d’acqua e di ossigeno.

Ho odiato lo scalmo in cui si assicurano i remi durante la voga perché non ci sono aggeggi simili che nella vita, fatta di rollii e beccheggi, tengano la rotta e la forza della remata quando il cielo si rovescia sui capelli e sui pensieri.

Ho odiato le carrube e i cibi insapori ricchi di proteine che ero costretto a mangiare quando, sotto una incessante pioggia di bombe caduta da aerei che non facevo in tempo a vedere perché trascinato dalla forza poderosa di mia madre, eravamo costretti a rintanarci in una grotta per giorni e non c’era nient’altro che non andasse in malora.

In quelle ore strazianti imparai che tutto ciò che è insapore può durare anche una vita, che bisogna condire con amore gesti, parole, rapporti.

Terminata la guerra, almeno così diceva la televisione canzonata dalla radio, ho odiato chi l’ha immediatamente cancellata dalla memoria e, come se la storia non l’avesse minimamente vissuta, a capodanno mi chiedeva “dove vai stasera?” ed io, costretto, ho dovuto rispondere “con amici” o “in giro a ballare e ad ubriacarmi” mentre invece avrei voluto rispondere “resto a casa”; se la felicità per me era tutta un’altra storia, perché dovevo fingere che la mia fosse come la loro? Sentirmi porre queste domande, poi, da quelli che, più di me, fingevano di essere felici. L’invenzione più insulsa e fuori luogo dell’uomo è stata la felicità, perché – quella vera – non la puoi inventare.

Quelle poche volte in cui mi ci sono costretto ad andare, soffrivo da morire perché quel fragore proveniente da nere bocche retinate assomigliava al tonfo prodotto dalle bombe nell’esatto momento in cui urtavano la madre terra: riaffiorava alla memoria la figura di Cosimo, il mio migliore amico, che mi fu strappato da una luce cocente che lo carbonizzò prima che riuscissi a tirarlo con me nei rifugi di fortuna.

Morì con una carruba in tasca che gli avevo donato, segno del mio bene per lui.

Mi promise che l’avremmo smezzata e mangiata insieme. Da quel giorno in cui quel fuoco vestito di luce lo rapì, non poté più mantenere la sua promessa: l’unico smezzato, ora, sono io.

Ho odiato le mie origini, il dialetto che mi cammina sulla lingua e ribelle si getta, come da un trampolino, in maniera invadente, prepotente; ho odiato la mia città sempre rannicchiata su se stessa, vittima della propria forma mentis, retrograda e sottosviluppata come i tabù delle popolazioni agli estremi confini del mondo.

L’ho odiata perché non aveva nulla da offrirmi se non pane e pregiudizi, sogni di un altro già farciti e consunti che hanno il retrogusto dolceamaro dello sfinimento di quelli che prima di me li hanno fatti propri sottomettendosi al loro giogo.

L’ho odiata perché per le strade nessuno si guarda negli occhi, ma con le mani infilate nelle tasche ognuno conta se il tintinnio delle proprie monete è superiore a quello dell’altro. “Ricco come il mare”, si dice nei vicoli in cui sono cresciuto, ma il mare non tintinna come la moneta sonante: la sua ricchezza sta nel profondo delle sue acque, dove tutto è buio e boccheggia con le branchie dei pesci e i rami dei coralli. La sua ricchezza è ossigeno e silenzio.

Ho odiato il mio fisico troppo gracile per scalare una montagna, che non mi dava il giusto sostegno per entrare deciso in un contrasto con la palla o con la vita; ho odiato le mie mani affusolate perché pensavo non potessero proteggere una donna dalle brutture e dalla corruzione del mondo.

Ho odiato la mia miopia e gli occhiali che mi ha costretto in faccia, ogni espressione del viso era, in un continuo sobbalzo, come schermata e contraffatta: sul ponte ho visto fermarsi gli occhi delle persone che non andavano oltre, e mi sentivo così mascherato.

Volevo essere me stesso, mostrare la faccia, ma non potevo. Per vedere a fuoco, dovevo restare nascosto. E mi sentivo brutto con quella carrozzeria sul dorso del naso, ma senza quei fanali non riuscivo a distinguere nulla.

Mille forme, nessuna come era in realtà. Mille volti uguali, il rischio di confondere il bene col male.

Ho odiato chi mi ha portato via i miei amici mostrandogli un mondo diverso dal nostro, da quello fatto coi dolori e pianti nostri, e ho odiato loro perché si sono lasciati abbindolare da qualche luccichio debole in lontananza. Hanno preso strade diverse, nemmeno parallele alla mia. Capita di vederci, più spesso in precise date dell’anno, ma ci si saluta e ci si tratta quasi fossimo estranei: in quel “ciao” c’è distanza, distacco da una vita che fu, insieme. Gli hanno propinato un mondo il cui lezzo cadaverico fa vomitare prima le narici, poi lo stomaco.

Li ho inseguiti, li ho chiamati per nome: il loro cuore non ha più orecchie ed il destino dei sordi deliberati è quello di non riuscire più a discernere la verità dalla menzogna.

Ho odiato le giornate troppe accese quando erano in attrito col mio tempo interiore: sentivo uno sfrigolio scoppiettare a destra del cuore ed avrei stritolato il sole per ridurlo in frantumi di stelle andate a sbattere contro i monti prima di cadere.

Ho odiato la malattia che aveva bussato alla porta della nostra casa. Ti ricordi, mamma? All’epoca solo i più ricchi potevano permettersi porte con uno spioncino che la bucava all’altezza degli occhi. Aveva bussato in maniera tetra e insistente, con boati che non presagivano nulla di buono. Dissi a mio padre “papà, non aprire”, ma lui, dall’animo buono, si fidò. Spalancò la porta e quell’ombra lo investì.

Lo vidi soffrire lentamente, un’agonia che scavò me e lui allo stesso modo al punto che certi giorni mi sentivo vuoto e non riuscivo più a piangere.

All’epoca erano pochi i prescelti al lento e dolente supplizio del tumore, mio padre fu tra questi.

Lo vidi sbiancare più dei panni appena lavati, perdere le forze più di un mulo da soma dopo una traversata nel deserto. Temevamo che anche un raffreddore potesse portarcelo via in uno starnuto: la sua anima sarebbe sgattaiolata dalle sue narici e non avremmo fatto in tempo ad acciuffarla. Non credevo in Dio perché non mi erano mai piaciuti i tipi taciturni: mi avevano detto che non rispondeva mai, ed io, saccente, dicevo “il silenzio non dà mica risposte”. Per me Dio non esisteva perché era solo silenzio, non faceva rumore: la sua era un’assenza di gesti più che di parole.

Che ci sta a fare Dio, pensavo, se poi non ti ascolta?

In realtà, non l’avevo mai conosciuto di persona. Prima di quell’ombra piombata sulla mia casa in maniera improvvisa, non avevo mai pregato. Decisi di farlo. E fui ascoltato. Il cielo sopra di me rimase in silenzio, quello dentro di me riecheggiò di una speranza che non era umana. Dio esisteva: mi aveva ascoltato e mio padre guarì. Da allora non ho mai smesso di pregare.

Il mio rapporto con lui, però, non è sempre stato idilliaco: una volta osai dirgli che era troppo silenzioso, ma lui mi rispose che quella era la sua lingua. Una lingua di silenzi è una lingua di verità. Una lingua di silenzi è una lingua di salvezza. Imparai che credere è prestare fiducia.

Ora mio padre è su una barca nella baia intento a pescare con gli stessi gesti che mio nonno Alberto ha insegnato ad entrambi. Con i capelli più diradati e la barba irta e folta, a volte ho davvero l’impressione di rivedere lui mentre con risoluti strappi di braccia tira in coperta il pescato sotto un sole che colora d’azzurro quegli occhi per i quali ho versato lacrime profonde quanto il mare.

Da quel momento, inoltre, amai anche l’epiteto che accompagna il nome di Gesù: il Nazareno. Lo amai perché in quell’appellativo rivivevo l’espressione in dialetto che mia nonna pronunciava tutte le volte che, ostinato e coi piedi impuntati per terra, non mollavo un’idea, un proposito: lei diceva “nzarren, oh”, non si arrende.

Da quel giorno e in altri giorni, imparai che il Nazareno si comporta con noi allo stesso modo: non si arrende.

Ho odiato le mie balordi insicurezze, la mia autostima mai all’altezza di se stessa, i miei gesti impacciati per dimostrare ad una donna il sentimento d’amore che danzava ubriaco dentro di me. Le ho preso la mano quando avrei voluto accarezzarle i capelli, le ho detto “addio” quando avrei voluto baciarla per sentire il sapore unico delle sue labbra bagnate e mischiare la sua saliva con la mia così da averne un po’ in scorta quando, nei miei interiori giorni lividi, mi sarebbe mancata come l’aria del sole dopo un cielo troppo lungo di nuvole.

Ho imparato ad odiare i gesti, le parole, le azioni di una persona, non la persona stessa perché è illogico e innaturale odiare uno che è uguale a me.

Ho odiato le fandonie e la superficialità con cui certi amori sono finiti: dirsi la verità non è una virtù, ma un obbligo. L’amore ci meraviglia gli occhi perché dentro di sé porta, tra gli infiniti tesori, la verità. Le mie notti insonni sono il giudice a cui non ho saputo dar risposta, il boia a cui ho implorato perdono.

D’improvviso toccò anche a te, mamma: ti guardavo, ti chiamavo, ma tu non ricordavi chi ero. Strillavi, impaurita, quando io e papà ci avvicinavamo a te per tenerti ferma e permettere al medico di somministrarti un calmante, mentre in noi s’agitava la paura di non riavere più quella che eri stata un tempo: mia madre, sua moglie, la nostra àncora, la nostra salvezza.

Mi guardavi con quegli occhi vuoti e sbarrati e mi urlavi “chi sei? chi sei?” ed io ti rispondevo “tuo figlio, mamma”, ma tu replicavi dicendomi che non ne avevi.

La situazione si aggravò velocemente e presto non potei nemmeno più accostarmi alla tua smunta persona perché rischiavi di cadere in infarto, quando noi ci avvicinavamo a te, per via della paura di quelli che tu definivi sconosciuti dopo una vita intera passata insieme. Dovevamo accontentarci di guardarti da lontano mentre tu, di sottecchi, ci lanciavi estranee occhiatacce.

A questo seguì, ben presto, la perdita della facoltà di parlare e di poterti muovere con le tue sole forze. Per tutto il giorno te ne stavi distesa sul letto, inerte. A vederti dalla soglia della stanza, non sembravi costretta, ma a riposo. Solo avvicinandosi a te si percepiva l’atroce dolore di una mente senza più ricordi, costretta a non poter più imparare certi movimenti e nel contempo ad impararne altri già vecchi e dimenticarli un attimo dopo.

Non potevo più abbracciarti: ero stato derubato di mia madre.

Io pregai Dio che la guarisse. Anche in quell’occasione, come un convoglio che giunge puntuale alla meta, fui ascoltato: lei morì, ma io ebbi una pace interiore tale da sopportare quello strappo improvviso del cordone ombelicale che lega gli occhi di una madre a quelli di un figlio. Nzarrenn, pensai di nuovo.

Da allora sono passati tanti anni, la mia barba si è fatta più fitta di come tu la ricordi, segno del tempo che in me è passato. Mi manchi, mamma; vedessi papà baciare ogni mattina, dopo il segno della croce, una foto che ti ritrae mentre mi tieni in braccio e con la mano mi asciughi le lacrime e metti a posto il mio broncio. Ma in me non muore una speranza a cui non so dare un nome, il suono della vita che batte come un tamburo.

Resto vivo.

Sono un uomo che, come tutti, cammina e passa su questa terra non per restarci. Sono in viaggio, sono solo di passaggio.

Questa è la mia storia, quella che tu hai scelto di accogliere tra le tue mani per farmi tuo.

Ma ora aspetta, non andare: ieri ti ho odiata, scrittura, ma oggi già mi manchi.

Forse ti amo di nuovo.

Mi perdoni?

 

Alberto Carbone

#vittimedieroi

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Alberto Carbone, scrittore e poeta italiano, è autore degli scritti presenti sulla pagina Vittime di eroi. Risponde a tutti i messaggi ed ai commenti che giungono sulla stessa.

La copertina del testo è ad opera di Maria Coraci, giovane e talentuosa fotografa italiana.