Le caratteristiche degli adolescenti anonimi

Chi siamo quando nessuno ci vede?

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Riprendo qui le riflessioni sugli adolescenti anonimi cercando di mettere a fuoco in modo più accurato ciò che osservo nel lavoro educativo con tali adolescenti.

La mia intenzione è quella di descrivere alcune modalità relazionali che non riconosco nella mia esperienza e perciò indico come inedite, osservate nel lavoro con alcuni adolescenti e contrassegnato da un difficile coinvolgimento degli stessi che ne ostacola il percorso se non addirittura ne segna il fallimento dell’intervento. Alla base c’è una certa quota di sorpresa e curiosità poiché sono situazioni che presentano caratteristiche simili, da qui la motivazione di analizzare meglio ciò che avviene in quelli trovo siano comportamenti inediti, per ipotizzare in ultima analisi interventi possibili e maggiormente funzionali dal momento che l’esperienza mia attuale non è sufficientemente efficace. La mia attività lavorativa in qualità di educatore, psicologo e mediatore Feuerstein, mi porta a relazionarmi con persone che presentano problematiche diverse quali sindrome di Down, Williams, Asperger, schizofrenia, difficoltà legate cioè al ritardo mentale, alla chiusura autistica, alle patologie psichiatriche. Caratteristiche relazionali specifiche ma in ognuna presente un denominatore comune ossia in una qualche misura il riconoscimento dell’interlocutore. La costante è data dalla coppia interlocutore – significato che porta alla costruzione di un discorso condiviso. Ritengo invece che le modalità relazionali presentate dagli adolescenti anonimi siano specifiche e differenti da tutte le altre poiché la figura messa in crisi è proprio quella dell’interlocutore. T. Reik, descrive come nel lavoro dello psicanalista possa accadere di sentire un dubbio relazionale, un’aspettativa delusa, qualcosa che ci si aspettava di trovare nella relazione e che non c’è. Lo psicanalista, indica ancora come sia da ricercare questa sensazione perché porta alla persona di fronte , aiutando a non seguire eccessivamente razionalizzazioni e spiegazioni teoriche. Durante il mio percorso psicoanalitico ho imparato ad ascoltare le mie parti emotive e partendo da questo ascolto nel mio lavoro ho esperito una contraddizione , lo scambio relazionale consueto, deluso, nei casi descritti in questo articolo. Una prima caratteristica che si riscontra nel lavoro con gli adolescenti anonimi è dunque una sorta di sorpresa relazionale. Un inganno della relazione. La psicologia sistemica mette in luce come nel corso di una comunicazione interindividuale, i partecipanti comunichino come si vedono e come vedono l’interlocutore. Esistono quindi le tre possibilità indicate da P. Watzlawick in cui l’interlocutore può reagire a come l’altro si presenta : conferma dell’immagine presentata oppure rifiuto oppure disconferma. Le prime due ammettono l’esistenza dell’interlocutore ( e almeno nella mia esperienza sono le più probabili ), la terza non lo riconosce. In alcuni casi mi è successo che la persona non avesse intenzione di comunicare con me, magari temporaneamente, questa è una delle possibili conseguenze quando si riconosce l’interlocutore e si rifiuta la comunicazione con lui. Nel caso della conferma o del rifiuto non c’è nessuna sorpresa nella relazione perché entrambi i partecipanti sono a conoscenza di quello che sta sta accadendo. C’è la consapevolezza di come sta evolvendo il rapporto. Sia positivamente sia negativamente. Nei casi da me proposti invece ritengo che non avvenga un riconoscimento dell’interlocutore, la comunicazione viene squalificata, l’interlocutore ( quindi prima ancora del ruolo ) né accettato, né criticato, sostanzialmente non riconosciuto. Analizzando meglio la questione, l’anomalia, l’inganno su indicato sussiste perché si verificano due movimenti relazionali incongruenti.

I MOVIMENTO avviene un’accettazione della comunicazione e un riconoscimento dell’interlocutore (l’educatore a cui dare fiducia ) da parte del ragazzo. Questo riconoscimento avviene tramite la decisione del ragazzo di condividere. Per esempio, uno di questi ragazzi dopo alcuni mesi di incontri, mi ha parlato della sofferenza a causa di suo padre perché con un’altra donna e aspettava un altro figlio e lui era davvero arrabbiato per il tempo rubato che avrebbe potuto avere col genitore e invece gli veniva sottratto a causa della nuova nascita. Si può interpretare questa comunicazione come un permesso: “sei autorizzato a comunicare a questo livello, mi fido di te” Parlare di vita intima significa avere fiducia e riconoscere l’interlocutore. Se si viene riconosciuti come interlocutori l’atto di fiducia implica l’attivazione di una sequenza relazionale in cui ci si sente lusingati per l’onore accordatoci ci si prepara allo scambio.

II MOVIMENTO nel secondo movimento non si rileva la reciprocità attesa, finito il movimento di cui sopra, non c’è interesse nel feed back che l’interlocutore fornisce, questo non viene riconosciuto appunto. Questo dà il senso di sorpresa perché è un comportamento inaspettato.La costruzione di un significato si arresta.

Analizzando ciò che succede, si viene sorpresi perché si cerca qualcosa che non c’é. Il I e il II movimento viaggiano su due binari separati, non fanno parte della stessa famiglia concettuale : il primo non è una richiesta di relazione, ma più simile ad una scarica pulsionale senza mediazione simbolica.

Questo modo di intendere la relazione con gli altri, non è direttamente collegabile alle caratteristiche personali, poiché come detto all’inizio non si riscontra nelle varie patologie che si possono incontrare, la motivazione è altrove, la mia ipotesi è che sia di matrice sociale.

Questi adolescenti che definisco anonimi, lanciano una sfida formidabile agli educatori : fare l’ attività educativa al di fuori dei canoni consueti. Creare la relazione al di fuori di una costruzione di significati condivisi.

Sostengo che il I movimento sia più simile ad una scarica pulsionale senza mediazione simbolica perché non c’è interesse o comunque molto poco nei confronti di ciò che l’altro ha da dire. E’ stata effettuata una scarica, un’esternazione della rabbia, del dolore e andrà meglio per un po’ fino al bisogno di scaricare ancora. Ricordo uno di questi ragazzi in preda ad una grande rabbia per il ritorno in casa del fratello maggiore, dopo essere andato per un periodo dai nonni in seguito a un litigio con la madre, che lo tiranneggiava e svalutava. Questa rabbia, durante una passeggiata, era agita con bestemmie, procedere avanti senza aspettare, lanciare frasi provocatorie a coetanei ignari lungo il percorso. Nella mia esperienza ho avuto modo di lavorare con ragazzi con comportamenti simili, i cosiddetti ragazzi di strada. Grande impulsività, passaggio all’atto, risse tra gang giovanili, ma – ed è un grosso “ma” – persino in tali frangenti l’interlocutore era riconosciuto, c’erano aspetti molto conflittuali soprattutto nelle fasi iniziali ma indubbiamente c’erano significati a cui aggrapparsi, discutere, condividere e c’era un’affettività che faceva da sfondo. Queste caratteristiche si ritrovano certamente anche ora in molti adolescenti, ma alcuni presentano appunto caratteristiche diverse e inedite. Queste relazioni sono destinate a finire, non si riesce a muoversi dal luogo relazionale iniziale, i genitori sono scoraggiati e si spostano verso un altro intervento.

E’ presente dunque una carenza della mediazione simbolica, una sorta di invalidazione dell’incapacità di riflettere sulle proprie istanze. Theodore Reik raccomandava di essere stranieri ai propri pensieri per poterli comprendere. Il tentativo, l’urgenza costante, è quello di non far coincidere se stessi con i propri pensieri. Occorre cioè una rappresentazione del proprio pensiero che non coincide con l’agito tout – court. Recalcati definisce la psicoanalisi un’esperienza di verità perché c’è sempre una certa quota di quello che si è, che trascende il proprio pensiero. Solo se si rendono estranei i propri pensieri, possono essere pensati, rivisti, ripensati in altri modi, digeriti, pianificati, collegati tra loro e nel fare ciò, implicitamente, significa ammettere l’altro – oltre- a me come cifra ineludibile che partecipa al processo. Altrimenti sarà il mugugno medievale: un giorno all’anno il popolo poteva lamentarsi dei suoi mali e dopo essersi sfogato tornare alla vita miserabile di tutti i giorni. E’ una situazione di smarrimento e disorientamento temporanei per nuove direzioni. L’altro da me porta l’ignoto, l’alterità per l’appunto. In questo preciso momento, ad esempio, ho a che fare con l’altrui pensiero che mi sorprende, cerco un senso in questo smarrimento, costruisco un significato diverso, sarò diverso anch’io attraverso questo processo.

Ora, questo smarrimento nella società dell’iperconsumo non è ammesso. Bauman indica bene come sia necessario lasciarsi aperte tutte le possibilità di scelta ossia un’ossessione sulla scelta migliore nel processo di consumo e questo si estende alle relazioni tra persone. Parimenti all’atto del consumare, il proprio punto di vista è la sola angolatura possibile, perché dovrebbe essere importante come la vede un altro? ( a meno che non sia un consiglio utile a me ) Avere quindi un controllo sul proprio destino, dove gli altri non prevedibili, non possano partecipare a questo processo pena trasformare il destino in fato ossia in un quid apportatore di ansia perché ignoto ( non si effettua personalmente la scelta ), quell’ignoto che solo pensieri altrui possono portare. Avere una possibilità di scelta continua, dove vige l’imperativo del piacere tramite il consumo, il tempo dell’attesa è sostanzialmente un tempo da riempire consumando, il pensare è un’attività percepita come noiosa, gli altri sono percepiti in questo processo in modo ipersemplificato: come complementari ai propri bisogni o altrimenti scartabili. E’ di pochi giorni fa la notizia della quattordicenne che accoltella la rivale in amore. La persona che ostacola il proprio piacere si elimina. Non sono propenso a pensare alla pazzia come spiegazione di casi isolati, sono invece propenso a credere che ci siano una pluralità di situazioni più o meno gravi in cui si possano scorgere i segnali di questo scollamento. Ancora di qualche mese fa il servizio giornalistico in cui si vede un tizio che riprende il ragazzo investito col cellulare invece di prestare soccorso. L’altro si presta al mio piacere per l’appunto. Ricordo un ragazzo M. che all’interno di un lavoro di gruppo, riuscì a portare più volte il proprio disagio parlando della situazione famigliare conflittuale col padre e come questa situazione fosse presente anche a scuola con gli insegnanti, erano interventi che coinvolgevano il gruppo, gli altri ragazzi ascoltavano con interesse e partecipazione. Finito il suo intervento non c’era attenzione a ciò che portavano gli altri sia educatore sia coetanei, c’era quella che lui definiva una situazione di noia. C’era quindi un prima dove parlava di sé e un dopo, noioso, perché non – sé. Non c’è quindi posto per un’elaborazione che colleghi il prima e il dopo in modo coerente ma invece ha luogo una frammentazione della realtà. Quello che possono portare gli altri non si sa che farsene, gli altri possono essere tollerati nella misura in cui non tolgono piacere a me. E’ l’epoca dello strapotere dell’Es, del piacere connesso al consumo narcisistico : parlo di me perché sono il mio massimo interesse. Non è una richiesta di relazione e simile invece alla scarica pulsionale che mi da l’atto di consumare, finito questo aspetto, nella noia, la prossima scarica. Ancora Recalcati ricorda come questo sia il tempo dell’agire, della coazione a ripetere senza pensare. Gerorges Bataille scrisse che la violenza è una mancanza di vocabolario, in questo caso potremmo declinarla come l’agito è una mancanza di vocabolario. Quindi compulsione, piacere narcisistico, inutilità dell’altro come interlocutore, mancanza di parola. Questa è la cifra fondante la nuova sfida dell’educare : creare una relazione al di fuori della parola. Come si fa?

Quindi, in alcuni giovani, in misure variabili si riscontra una modifica della relazione in cui l’interlocutore non viene riconosciuto perché crolla il discorso di costruzione di senso in relazione a se stessi dovuto alla coazione al consumo tipico della nostra società. Ossia si verificano mutazioni relazionali strutturali dovute a problemi sistemici. Feuerstein indica la metacognizione come sfondo su cui far emergere la persona come produttore di significati e non solo esserne un mero riproduttore. E ‘ proprio l’aspetto di metacognizione, quel processo in cui l’individuo si interroga ( prende distanza dai propri pensieri ) che produce significati che viene reso impossibile in queste relazioni. La struttura interlocutore-significato, permette di esperire l’enracinement weiliano sotteso anche al verbo educare cioè condurre spostarsi da un posto ad un altro nuovo. Questo è, credo, il significato profondo della relazione. Simone Weil parla di enracinement cioè sradicamento come dispositivo esistenziale da usare per sfuggire temporaneamente alle lusinghe dell’io ( quello che vedo è la realtà ), delle nostre interpretazioni della realtà che costruiamo. Come possiamo avere accesso alla verità delle cose? Attraverso l’attenzione, dice la filosofa francese, possiamo fare uno sforzo intenzionale di bloccare le elaborazioni del nostro mondo interno e quei momenti sono sprazzi di lucidità gettati al di là di noi stessi. S.W. aveva un modo ancora più radicale di sospendere le proprie elaborazioni ossia mettersi fisicamente in posti altri come dietro le trincee di guerra o lavorare in fabbrica. Rinunciare volontariamente con gesti estremi ai consueti significanti pieni di rassicurazione per sentirsi si vulnerabile e gettati nel vuoto, ma godere di squarci di significati nuovi . La forza propulsiva del pensiero immersa in un medium nuovo che permette di vedere in modo nuovo. Lo sradicamento cioè. Sospendere il proprio giudizio per poter aver accesso all’inedito, al sorprendente, continuamente il nostro mondo interno dà senso a ciò che percepiamo, è come se il nostro sguardo fosse rivolto ad una zona di confine : quello che vedo è altro dal mio mondo che man mano diviene il mio mondo. Quello che può variare è la lunghezza del mio sguardo. Gli adolescenti anonimi si guardano i piedi tutto il tempo. La relazione ha questo dono per i partecipanti ad essa, permette di sradicarsi da un certo luogo di significati per attecchire in uno nuovo. Dunque metacognizione. Con alcuni pazienti schizofrenici a me accade di metacomunicare sui deliri, il significato delle voci, cercare di dare un senso, insieme, del disagio, condividere il piacere da entrambe le parti di costruire un significato comune e arginare la paura che la follia genera. Questo non significa che tutti i termini introdotti dalla comunicazione siano accettati, ci sono pazienti che continuano a non modificare in maniera sostanziale abitudini di vita, che necessitano di stimoli continui dall’esterno, ma possono parlarne : benché da grandi distanze esistenziali, avviene il riconoscimento di un altro da me che può portare un significato diverso.

Si può rappresentare la relazione educativa come ad una mediazione simbolica tra interlocutori che porta alla creazione di una catena ricorsiva significato – sradicamento teoricamente infinita.

Mentre nella relazione in oggetto c’è un interlocutore ( a ) che non riconosce l’altro interlocutore, ma ne usufruisce in modalità consumistica, non c’è una mediazione simbolica e (a) crea il proprio significato in modalità più simile alla chiusura autistica.

Con gli adolescenti anonimi non si metacomunica, si osserva invece un’estrema autoreferenzialità la conseguenza di quanto scritto è naturalmente un riferimento forte alla propria percezione. Un’altra caratteristica che emerge come conseguenza della condizione su descritta è un’incapacità acuta a gestire la frustrazione . Se non si possono simbolizzare i propri pensieri perché la modalità è quella del consumo compulsivo, dove la parte della Legge psicoanalitica, è messa a tacere in favore dell’Es le cui caratteristiche sono tutto e subito, non è possibile sopportare la frustrazione che richiede pazienza, pensiero. Quello che percepisco nel lavoro con questi ragazzi è l’essere tollerato, una mossa falsa, eccessiva insistenza e si esce dalla zona di tolleranza. Questa sottile striscia è lo spazio di lavoro concesso. Tutto questo porta ad una sospensione del tempo presente, un presente senza progettualità, un vivere alla giornata simile all’eterno presente riscontrato nelle famiglie con figli disabili , in cui l’evento traumatico della nascita porta all’appiattimento sulle cure genitoriali infinite, senza riuscire ad immaginare un progetto gettato sul futuro. Parliamo di persone naturalmente quindi non sono caratteristiche assolute ma piuttosto una questione di percentuali comportamentali. Nel prossimo articolo mi propongo di indagare le caratteristiche riscontrate nei famigliari dei ragazzi su descritti ed infine in un terzo articolo provare ad immaginare che tipo di intervento educativo sia immaginabile. Su un muro della mia città, c’è una scritta che riporta “chi siamo quando nessuno ci vede?” sicuramente non è un caso che sia stata fatta in questi tempi e in questo senso sono adolescenti anonimi, chi siamo se non condividiamo significati, definiamo progetti ? Si rimane anonimi, senza identità, quasi incorporei.