Cliché Americani (e non solo)

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Totalmente assorbito da quella piattaforma diabolica e ipnotizzante che è Netflix (che avevo superbamente snobbato alla sua uscita, fingendo di aver voltato le spalle alla crescente comunità tecnologica in espansione, ma in realtà completamente ignaro di che cosa fosse in realtà), ho fatto un bilancio di tutte le serie che mi sono guardato in questi ultimi mesi, nei miei sporadici e perciò preziosi momenti privati di svago (leggi: una media di una stagione al giorno, tanto per chiarire) e dei generi cinematografici che popolano i nostri amati siti di streaming.

Le serie che ho visto provengono quasi tutte dall’America, sono ben fatte, gli attori sono quasi sempre molto bravi e, in generale, le sceneggiature e la regia risultano ormai molto superiori agli standard del cinema odierno, almeno a mia modesta opinione. Infatti, vediamo attori di grande calibro che in passato hanno recitato in grosse produzioni hollywoodiane, cimentarsi in questo nuovo mercato delle serie TV, che sembrano un treno in corsa inarrestabile di idee.

Netflix pullula di serie televisive, e non credo di essere l’unico a passare più tempo a crogiolarmi nell’indecisione su cosa vedere rispetto al tempo effettivo che dedico alla visione stessa.

Tuttavia, non ho potuto fare a meno di notare come “gli americani” non riescano a staccarsi da certe convenzioni e , soprattutto, da certi inflazionati clichè che tutti noi siamo abituati a vedere nelle produzioni d’oltreoceano. Così, ho deciso di stilare una piccola lista che riassume e menziona gli stereotipi e i clichè sempre presenti nei telefilm made in USA (e non solo, dato che ormai anche noi italiani ci divertiamo tanto a cercare di scopiazzare certe dinamiche che da noi non funzionano, vuoi per diversità culturale, vuoi per differenti stili di recitazione, e spesso il risultato non è altro che un agglomerato grottesco di trash mal assemblato).

Probabilmente, non sarò il primo e neanche l’unico ad aver stilato una lista del genere, perciò a questo punto verrebbe naturale chiedersi questo; quanto può essere un clichè stilare una lista che parli di clichè? Beh, nel dubbio, inizio il mio lavoro.

1) Un must.

I teenager americani danno party scatenati nelle proprie abitazioni di villette a schiera, quando “i genitori sono partiti per una vacanza”. I bicchieri rossi di carta, sembrano essere immancabili e fulcro stesso del party, e mi chiedo se non esista per caso un ingrosso speciale che vende solamente bicchieroni rossi di carta direttamente ai set dei film.

2 – Le categorie sociali

I teenager americani, che sono marcatamente divisi in categorie sociali piuttosto esclusive dove l’odio per la categoria avversaria è sempre al primo posto (cheerleader, sfigati, capitani della squadra di football, nerd, e via dicendo), ma che sembrano dimenticarsene quando chiunque può imbucarsi alla festa come se facesse parte del suddetto club, riescono ad ubriacarsi con un singolo bicchiere di birra (bevuto nel bicchierone rosso di carta, manco a dirlo). Non riescono nemmeno a fingere di farlo con un pò di furbizia, in quanto vengono puntualmente scoperti dai genitori, improvvisamente rientrati dalla vacanza perchè “la nonna sta male”, e spediti in terapia psicologica per risolvere i loro problemi di alcolismo latente.

3) La mamma

La figura materna rappresentata nella maggior parte di queste serie tv americane, è sempre incarnata da un’attrice pressocchè impersonale e senza nessun segno particolare di sorta. Le sue battute sono limitate, sempre politicamente corretta, si esprime con frasi fatte che tanto bastano a dare un rilievo minimo alla sua scarsa caratterizzazione di personaggio, si alza alle cinque del mattino per andare in palestra e rassettare casa. Ma non basta, fa anche in tempo a preparare una colazione ai figli che mia madre probabilmente non ha mai cucinato nemmeno il giorno di Natale, giusto in tempo per accompagnarli a scuola con l’immancabile SUV grigio metallizzato. Niente può rendere il personaggio della madre così fiera ed entusiasta, come il fatto di comunicare ai figli di non fare tardi per la cena perchè “ha preparato il suo polpettone speciale”.

4) Le ragazze

Le ragazze carine e bionde sono stupide. Se un tempo le protagoniste di certi filmetti horror o da commedia melensa dovessero necessariamente essere belle e un pò svampite, adesso questo modello sembra, finalmente, che venga superato da una categoria più credibile e, a mio avviso, decisamente più vicina alla realtà. Una che non ti stia sul cazzo dopo i primi cinque minuti di film, per dirla in breve. Adesso, la ragazza più popolare della scuola, quella con la coda di maschi sottosviluppati al seguito e il sorriso così smagliante da far pensare a un impianto dentale, sembra essere adornata da un’ombra oscura, come se non fosse più destinata ad un ruolo “innocuo” e spensierato. E infatti, nei tempi moderni questo personaggio è passato dall’altra parte, svelando tutta una serie di retroscena fatti di bullismo e superficialità verso il prossimo, e ha lasciato il posto ad un’altra tipologia di protagonista.

5) La protagonista.

La protagonista moderna, come dicevo, non è più così patinata e a tratti insopportabile. Forse i produttori hanno capito che per far presa sul pubblico, bisogna creare un personaggio “sincero” e “pulito”, in cui gli altri teenager si possano riconoscere indisturbati. Ed ecco che si lascia spazio alla ragazza un pò racchia, ma non così tanto da non poter risorgere dopo una piega ben fatta e una spalmata di trucco sulla faccia bianchiccia per il ballo della scuola. La ragazza in questione, è tacitamente emarginata, ma non per questo considerata sfigata. Anche lei quasi sempre politicamente corretta, ha l’amica del cuore più carina di lei che a tratti la fa sentire inferiore ma allo stesso tempo pecca di superficialità.

Si pone quesiti esistenziali in realtà ben lontani dalla sua portata di adolescente, come lo sono tutti i quesiti esistenziali a quell’età.

Si innamora ripetutamente del ragazzo figone ma un pò stronzo, che finisce per umiliarla in qualche modo facendole capire che non è abbastanza bionda o abbastanza figa come le altre, così la protagonista capisce che in realtà il suo vero amore è sempre stato al suo fianco, ma lei era troppo cieca per vederlo; il migliore amico, che da anni le sbava dietro facendosi trattare da zerbino ma a cui lei, inspiegabilmente, non ha mai prestato troppa attenzione.

6) La protagonista bella, brava simpatica e perfetta.

Questa tipologia di personaggio è in assoluto, a mio avviso, la peggiore, in quanto è tecnicamente perfetta ma vuole farci credere che ha comunque qualcosa che non va e che gli uomini la trovano repellente come se emanasse zaffate velenose dalla propria vagina. Ha un lavoro remunerativo e avventuroso, le sue giornate sfidano le leggi del tempo, perchè se normalmente noi poveri comuni mortali ci trasciniamo al lavoro in ritardo con ancora la stampa del cuscino ben visibile sulla parte destra della faccia, e rincasiamo stanchi e abbattuti al pensiero della spesa al supermercato che incombe come una minaccia aliena, la bella protagonista può vantare giornate infinite corredate da tutta una serie di attività che svolge in un SINGOLO giorno;

yoga mattutino, lavoro, pausa pranzo in un parco bellissimo pieno di fontane e scoiattoli (in cui verrà notata da un ragazzo carino ma impacciato mentre lei consuma il suo pasto seduta su una panchina), di nuovo lavoro, aperitivo in un posto chic con le amiche, missioni lunari e altre inimmaginabili avventure che riempiono le sue giornate costantemente.

Nonostante tutto questo, la protagonista si sente bruttina e vorrebbe farci credere che ha problemi di autostima, pur essendo in genere bellissima, e non riesce a trovare un uomo che la corteggi in maniera decente. L’immancabile clichè, arriva adesso; la ragazza rientra dal lavoro nel suo attico al ventitreesimo piano di New York (che non si sa come riesca a pagare, dato che sostiene di avere problemi economici sin dall’inizio del film) e aziona la segreteria telefonica; “Non c’è nessun messaggio”. Nemmeno uno di sua madre. A quel punto, la protagonista si strafoga di gelato “Ben&Jerry” e si deprime identificandosi con l’eroina della sua soap preferita, che in genere è una dura che non ha bisogno di uomini.

7) I Teenager americani

Torniamo ai teenager americani, quelli che vanno al liceo con il minivan regalato per il sedicesimo compleanno e che hanno tutti professori e professoresse che sembrano uscite dal settimanale di Vogue, e sono così spudoratamente giovani da renderci difficile credere che abbiano già l’età non solo per andare a scuola, ma addirittura per insegnare. I teenager americani fanno sesso solamente nelle stanze da letto al piano di sopra durante un party (sì, il solito party in cui si ubriacano con una birra dentro al solito bicchierone rosso di carta), ma non prima di aver colto sul fatto un’altra coppia che scopa nella stessa stanza, che fuggirà via imbarazzata per cedere il posto ai successivi.

In realtà, specialmente nelle serie tv, il sesso tra teenager è un sesso che viene solamente “suggerito” agli spettatori.

Gli attori non sono mai completamente nudi, fanno sesso con indosso la biancheria intima, che sembra non costituire alcun problema alla presunta penetrazione.

Puntualmente, il party verrà interrotto dalla polizia, chiamata dai vicini perchè c’è stato troppo rumore, e così gli adolescenti volano fuori dalle finestre in mutande e qualcuno viene beccato con una piccola quantità di marijuana, sempre fregata al proprio padre.

8) Il personaggio gay.

Il personaggio gay, nelle serie e nei film, è in costante evoluzione. Se prima il ruolo gay veniva relegato in un personaggio marginale che potesse essere inserito in un contesto “innocuo” (film per famiglie, ecc), adesso si sta guadagnando, giustamente, una posizione meno contestuale e più generalizzata. Se prima il personaggio gay veniva utilizzato come macchietta di sfondo, per strappare qualche risata innocente a patto che non suggerisse niente di più sulla sua vita sessuale, adesso ha una caratterizzazione più complessa e importante.

E’ stato grazie anche alla sitcom Will&Grace se i gay hanno smesso di essere solo parrucchieri e stilisti, e hanno cominciato anche a fare gli avvocati, i poliziotti, i pescivendoli e gli impresari.

Nelle serie più datate, avevano l’unica funzione di regalare qualche risata grazie a dialoghi che accennassero solo di sfuggita all’omosessualità del personaggio, senza però curarne l’aspetto interiore, come se non fossero anch’essi dotati di una loro sfera emotiva. Oggi, il personaggio gay spesso non è più solo di fondo o trascurato dalla trama principale, ma ne è a tutti gli effetti una parte integrante, con una sottotrama che include tutti gli aspetti del suo vissuto.

9) I medici.

A questo punto, non posso non citare la serie più fortunata e longeva (forse seconda solo a E.R – medici in prima linea) dei giorni nostri; Grey’s Anatomy. E qui, temo che potrei dilungarmi oltre l’ammissibile. Da dove cominciare? Beh, la protagonista, in questo caso Meredith Grey, è una sorta di donna bionica sopravvissuta agli eventi più disparati; sparatorie, annegamenti, disastri aerei e navali e chi più ne ha più ne metta. Persino un ritorno dall’aldilà, se non ricordo male. Non possiede una bellezza leggendaria, né a mio avviso una simpatia degna di nota (quella spetta ai personaggi di contorno, sempre più interessanti rispetto a quello principale), ma ciònonostante, è contesa dai medici di tutto l’ospedale, che ovviamente sono bellissimi e super arrapanti. Ma Meredith sembra essere immune a certe virtù, e cerca l’amore vero, che comunque se la cava alla grande anche sotto l’aspetto estetico.

I medici di questa serie sono dotati di un sesto senso e di una sorta di dono della divinazione che farebbero invidia alla saga di Harry Potter.

Scoprono le malattie più rare e incredibili quasi sempre solo grazie al loro sesto senso, o da infimi e apparentemente inutili dettagli che solo loro sono in grado di cogliere. Il rapporto medico-paziente è completamente innovativo, in quanto i dottori riescono a risolvere i problemi nelle loro sfere private unicamente grazie ai consigli di vita indiretti forniti dai pazienti che hanno in cura. Ad esempio; il neurochirurgo e la cardiologa vogliono divorziare, poi arriva una coppia di giovani malati terminali che organizza il proprio matrimonio nella stanza d’ospedale, e i primi due capiscono che è il vero amore a legarli e non c’è nulla di più importante.

Inoltre, com’è ovvio, l’ospedale è il fulcro centrale delle vicende; lì ci si sposa, si fa del sesso sfrenato tra colleghi, si litiga, ci si tradisce, ci si separa, si organizzano feste, ecc.

I protagonisti sono cinici e sgomitano tra di loro per ottenere gli interventi più complicati e prestigiosi, e si innamorano tra di loro con cadenza mensile, a seconda delle esigenze della sceneggiatura. Non so se dimentico qualcosa. Ah sì. Spesso, gli eventi narrati sfiorano l’assurdo e questi dottori riescono a infrangere i protocolli medici nelle maniere più variegate. L’improvvisazione sembra essere il tema centrale della parte riguardante gli interventi in sala operatoria, e ne succedono di tutti i colori; cuori umani che prendono fuoco, soffitti che crollano sul paziente steso sulla barella mentre viene operato, svenimenti di infermiere che non sembrano molto affini alla professione, inspiegabili fenomeni paranormali di vario genere.

Adesso mi addentrerò in un territorio ancora più disperatamente carico di noiosi clichè che nel 2017 dovrebbero essere aboliti, visto l’uso smodato che se n’è fatto nei decenni precedenti; i film horror.

Non sto parlando di film horror ben fatti, di classici come “L’esorcista” oppure “Shining“, ma di tutta quella sotto-categoria emergente che gli adolescenti di oggi scambia per grandi film del terrore, tragicamente inconsapevoli di assistere allo scempio di un genere che un tempo è stato consacrato nell’olimpo dai più grandi registi di film horror (Kubrick, Wes Craven, Tobe Hooper, tanto per citarne alcuni).

Sto parlando di b-movie che più b-movie non si può.

C’è da chiarire però una cosa: alcune produzioni sono volutamente trash-horror, perciò bisogna cercare di fare una distinzione tra ciò che è voluto e ciò che invece – cosa ancora peggiore – è stato fatto nella convinzione di creare qualcosa di veramente spaventoso o anche solo vagamente innovativo. In questi film, sono di nuovo le bionde sciacquette carenti di neuroni, le regine incontrastate dello schermo. Le doti recitative, solitamente, sono comparabili solo a quelle di un’attricetta che reclamizza un tonno in scatola, e l’espressività del volto si riduce a due sole mimiche facciali; stupìta per quando ha paura, è felice, ha un orgasmo, è triste, è allegra, è pensierosa.

L’altra non me la ricordo più. Ah sì, l’espressione concentrata che vorrebbe trasmettere profondità e serietà; occhi strizzati e mascella tesa.

In genere, la protagonista, è contornata da un gruppo di amici che, manco a dirlo, si rifà di sterotipi viventi; l’amico fattone, l’amica più troia di lei, l’amica verginella ma sfigata, il duro con l’attività cerebrale di una larva suina ma sufficientemente bello da giustificare la scarsità di intelletto e, infine, la ragazza fragile e apparentemente anonima che, messa alle strette da una trama sconclusionata e da evidenti buchi di sceneggiatura, si rivelerà una donna con le palle capace di uccidere il mostro e diventare lei stessa, un mostro. In tutto ciò, il personaggio in questione potrebbe riuscire a bucare lo schermo e aggiudicarsi il ruolo di protagonista incontrastata, ma sembra mancare sempre di poco l’obiettivo, in quanto il ruolo è già parzialmente occupato dalla bionda tettona che morirà in modo stupido prima delle altre.

La trama del film rischierebbe di assumere una sfumatura avvincente e quasi credibile, con una protagonista seria, perciò il ruolo principale finisce per essere sempre assegnato a qualche svampita che cominci ad odiare appena dopo l’inizio dei titoli di apertura.

La storia, generalmente, è sempre la stessa. Cinque ragazzi, una casa nel bosco, segnali evidenti sin da subito che qualcosa non va e nonostante ciò nessuno se ne preoccupa fino alla morte del primo di loro. Nelle sceneggiature più fantasiose (attenzione, ripeto: SOLO in quelle più fantasiose), non mancherà il cane che abbaia a forze invisibili che risiedono nella casa in cui la famiglia si è appena trasferita – che guarda caso, tutti sanno che ha una storia orribile di omicidi e storie soprannaturali, tranne la famigliola che ci è andata a vivere – e la bambina innocente che viene posseduta da qualche demone antico.

La bambina si salva sempre, il demone viene scacciato nei modi più disparati e il finale rimane aperto, in modo che si possa creare un’assurda saga di sette capitoli a cui i ragazzini non vorranno certamente rinunciare la visione al multisala di turno.

Tutta la pellicola è corredata da una serie di furbesche intuizioni da salto sulla poltrona, salvo sottolineare che si tratta di espedienti che sono già stati usati nelle pellicole horror almeno un miliardo di volte. Primo tra tutti, l’inquadratura nello specchio del cesso; la protagonista apre lo sportellino dello specchio posto sopra il lavabo, per prendere uno dei soliti contenitori arancioni di pillole antidepressive, che osserverà con malinconia e teatralità prima di ingerirne una. Quando richiude lo specchio, vede la presenza soprannaturale o mostro di turno riflesso in esso, urla, e quando si volta per vederlo davvero allora non c’è più niente. Classico.

Un altro classico è l’amico che fa lo scherzo all’amico.

In linea di massima, la scena si svolge sempre allo stesso modo; l’attore di turno sente dei rumori, graffi sulle pareti, sussurri nei corridoi, o passi veloci sopra di lui. A questo punto, incolpa un altro personaggio dei rumori uditi, intimandogli di smetterla di spaventarlo. Grida forte, ma nessuno lo sente. Quando l’amico accorre, finalmente, i rumori sono cessati e scoppiano in fragorose risate di sollievo. Ma a quel punto, colpo di scena, succede davvero qualcosa e a morire è il personaggio che il protagonista incolpava come responsabile delle stranezze a cui ha assistito. Inutile dire che l’amico l’aveva avvertito sin dal principio che qualcosa non andava, ma lui non ha voluto credergli. Il vero punto forte, infine, sono gli effetti speciali.

I produttori del film sono probabilmente convinti che il pubblico sarà ragionevolmente spaventato da un mostro che si muove e ha la stessa grafica dei vecchi personaggi della play station 1.

Se non altro, è apprezzabile l’impegno che mettono nel cercare di incuterci terrore con i loro mostri creati al pc, realizzati con una fattura talmente grossolana e scadente da strapparti qualche incredula risata. Per citarne uno, la gigantesca mantide religiosa di Dracula di Dario Argento. Chi ha visto il film sa di cosa sto parlando. Ricordo che non potevo resistere alla tentazione di rimettere indietro e rivedere la scena a ripetizione. Scioccante, ma non nel senso migliore del termine, se parliamo di un horror. Poi c’è stato il periodo dei j-horror, gli horror proveniente dall’oriente, solitamente dal Giappone o dalla corea del nord. Ricordo che, intorno ai quattordici anni, ero letteralmente flippato per questo genere di film dell’orrore.

Costringevo mia madre – che considerava “Nightmare Before Christmas” il massimo del terrore a cui io l’avevo sottoposta, da bambino – a quelle visioni angoscianti e infinite, dominate dagli occhi a mandorla.

Lei, puntualmente, si addormentava neanche mezz’ora dopo. A distanza di anni, non posso darle torto. Se in quel periodo consideravo gli horror orientali una vera corrente degna di nota, adesso mi capita di riguardarli con una vena di divertito cinismo. Forse all’epoca li trovavo geniali rispetto alle produzioni americane tutte uguali, oppure ero io a sentirmi un outsider dai gusti raffinati e underground, ma ora mi rendo conto che anche quella roba non brillava per originalità. In quei film, la ragazza complessata e piena di traumi infantili è l’equivalente della bionda liceale un pò oca; le storie ruotano attorno a fantasmi rancorosi in cerca di vendetta per i torti subìti in vita, e lo fanno attraverso la tecnologia; televisori, telefoni, macchine fotografiche, video maledetti, apparecchi per misurare la pressione e contacalorie da polso.

Le musiche sono pressocchè assenti, se non per l’unica nota di pianoforte che serve a sottolineare un momento particolarmente carico di tensione e i dialoghi scivolano spesso nel verosimile.

Di questo genere, se n’è abusato talmente tanto da dare vita ad un nuovo filone che ci riporta dritti dritti in terra USA; i remake. Meglio non approfondire oltre. I remake servivano soltanto a farti apprezzare l’originale, che già di per sè era spesso una gargantuesca cagata.

Per concludere, dato che ho finito per dare vita ad un’abbacinante minestrone di clichè cinematografici e non, vorrei spendere qualche parola sul genere della commedia. Ma forse è già stato detto tutto. Lui, lei, problemi irrisori nella parte centrale del fim, che a noi pubblico appaiono ridicoli, infine la risoluzione di tutto, il tramonto e i due che corrono felici verso di esso. Credo che gli script della commedia americana vertano tutti su questo stesso filone di sceneggiatura; sentimenti scontati e melassa a non finire. In realtà, sono un accanito seguace di questo genere, che anche se spesso trito e melenso, riesce sempre a strapparmi un sorriso e la voglia di prendere le cose con più leggerezza.

Mi piacerebbe anche parlare dei colossal della Marvel, ma temo di non essere abbastanza forbito in materia.

Sospetto che la formula perfetta per tali pellicole sia composta da: testosterone a palate, figaccioni strizzati in tutine aderenti e qualche cattivone che vuole conquistare il mondo e sconfiggere l’umanità. Forse, i motivi per cui i maschi etero sembrano impazzire per i film della Marvel è che si riconoscono nella potenza dell’eroe di turno e, inutile dirlo, nella loro intoccabile virilità mai messa in discussione.

Mi chiedo cosa accadrebbe se un giorno decidessero di fare un film con protagonista un supereroe gay.

Avrebbe lo stesso riscontro? Risulterebbe poco credibile? Avrebbe una tutina aderente rosa piena di piume o sarebbe un supereroe gay sessualmente insospettabile e con un outfit socialmente accettabile? Quesiti che mi angosciano durante il sonno e che probabilmente sono destinati a non trovare mai una risposta. Nell’attesa, apro Netflix e decido quale nuova serie TV cominciare. Solitamente sono sempre restìo all’inizio, perchè so che la serie in questione mi lascerà un senso di vuoto insopportabile una volta portata a termine, come se non avessi emozioni vere da trarre dalla mia vita reale.

Beh, meglio non pensarci troppo su. Il primo episodio mi aspetta. Manco a dirlo, ambientato in un liceo americano di provincia. Oh, beh, tanto vale.