Cuore e piume

Odio camminare sul bagnasciuga.

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Cammino verso la spiaggia.

Ho lasciato lungo il viale alberato i segnali ormai prepotenti e sfacciati di una primavera sbocciata comunque a singhiozzi e anche con una certa incertezza. Il polline insidioso dei platani mi solletica narici e palato impastandomi i polmoni di granuli microscopici da catapultare in fretta nell’aria in raffiche di starnuti esplosivi. Il cielo è celeste come gli occhi delle nonnine buone nelle figure dei libri di fiabe appoggiati di notte sui comodini. Gruppetti di nuvole chiare lo spruzzano di bianco come se fossero ritagli di tulle candido, soffice e vaporoso, su un mantello di seta azzurra.

Geometrie morbide che mi fanno subito pensare alle frittelle di Natale di mia madre che non hanno mai una forma precisa ma fanno festa proprio perché ognuno le sceglie come gli pare e per vederci quello che vuole.

Lampo corre libero e sfrenato già da qualche minuto. Saltella euforico e scoordinato. I sassi su cui poggia le esili zampine sembrano minuscoli tappeti elastici capaci di rispedirlo in aria, ad ogni atterraggio, con la leggerezza di un grillo. In volo, le orecchie marroni solitamente dritte ed aguzze, gli si abbassano di colpo come per l’impatto improvviso di una pesante carezza dall’alto. Fiuta tra la sabbia umida e dorata impanandosi il naso pizzuto come un’oliva ascolana. Abbaia alle piccole onde come un goffo guerriero peloso intimorito da instancabili nemici bavosi e vigliacchi che prima lo rincorrono fino a riva e poi se ne scappano, ritirandosi fino a scomparire, nel ghigno muto ed insolente di bollicine bianche effervescenti.

Guardo il mare e non mi sembra così troppo coinvolto da questa primavera.

Tra le sue pietre non crescono fiori e sull’acqua salata non si posano farfalle. I pesci non hanno cappellini di paglia per proteggersi dal sole e le sirene, di sicuro, non stanno facendo il cambio stagione. Le piccole onde che si infrangono tra gli scogli lasciano nell’aria un odore buono. Un odore fresco, un odore che ti aspetti. Come quello del dopobarba dell’uomo che ami. O quello del pane caldo quando passi accanto al negozio del fornaio, al mattino.

Odio camminare sul bagnasciuga.

Le dita dei piedi mi si incurvano per il fastidio insopportabile della spinta delle mie piante paffute sulle asperità delle pietre più spigolose. Problema vecchio. Da bambina, a mare, non toglievo mai le mie scarpette di plastica gommosa, per paura di farmi male. Le ricordo come strani sandali fatti con strisce trasparenti e gelatinose simili a meduse avvinghiate ai piedi, dagli alluci fino ai malleoli. Ho voglia di sentire l’acqua sulla pelle e raggiungo in fretta il mare. Tolgo le polacchine blu e le calze nere.

Una lingua liquida e cristallina si spalma velocemente sui miei piedi raggiungendo con un sospiro di schiuma bianca le caviglie strette da tre giri di jeans arrotolati.

Il contatto con l’acqua gelida mi accende un brivido che percorre velocemente i polpacci contratti e va a morire, un secondo dopo, in salita, tra le scapole. Trovo un tratto più sabbioso e affondo con meno disagio i piedi nel letto del mare. Un letto eternamente rifatto da chi ama instancabilmente e con passione la terra, ad ogni bacio d’onda srotolato su di lei. Lampo si è fermato. Rosicchia nervosamente un legnetto già sfilacciato e consumato dalle intemperie. Lo fissa con i suoi occhietti neri e vivaci mentre le due zampe anteriori lo stringono forte come un piccolo trofeo. Faccio qualche passo nell’acqua. Per me, l’acqua del mare è sempre fredda, anche ad agosto.

Ho davanti a me la linea dell’orizzonte che si posa leggera sul paesaggio marino come un capello d’argento, lunghissimo, sfuggito ad una treccia di fata gigante.

Dietro di me, montagne e colline. Lungo il grande ponte, lassù, transitano, lenti e pesanti, camion e tir mastodontici. Tutti colorati. Da qui sembrano mattoncini Lego sfuggiti alla moquette di un bimbo annoiato. Chiudo un occhio e punto l’indice della mano destra su ognuno di loro, facendo finta di spingerli più avanti, fin nella galleria.

Lampo mi guarda con curiosità. Forse pensa che lo stia chiamando, dimenticandomi di fischiare o di sgridarlo per qualcosa. Nel dubbio, mi raggiunge. Il movimento dell’acqua lo distrae subito. Comincia ad abbaiare alle onde drizzando la corta coda generalmente arrotolata su se stessa come al primo giro di una rotella di liquirizia. Io recupero calze e scarpe e comincio a camminare verso casa. Dopo qualche passo, mi accorgo di un enorme gabbiano appollaiato su un ceppo di legno, accanto ad una barca rossa capovolta, tutta scrostata. Se ne sta lì, tranquillo. Lampo si precipita ad abbaiargli contro. Il gabbiano non si scompone. Forte, forse, del suo prontissimo decollo di salvataggio come via di fuga. Lampo gli si avvicina ancora. Talmente tanto che potrebbe quasi saltargli addosso. A quel punto il gabbiano si alza in volo, dopo una piccola rincorsa.

Volteggiando, raggiunge il cielo immenso, sentendosi padrone di aria e nuvole.

Lampo ne svilisce l’uscita vittoriosa guardandolo più che altro come un osso volante ormai sfuggito alle sue grinfie e ai suoi canini. Curva la testolina verso il basso, a destra e a sinistra, seguendo il volatile nella sua traiettoria elegante e sicura costruita sui riflessi brillanti del mare. Prendo in braccio il mio cucciolo e lo sento respirare forte. Tra zampe e piume, vincono le ali. Come vince chi sceglie di provarci e chi sceglie di sognare. Chi vola alto su chi prova a spaventarti e a fare un sacco di rumore.

Ed io vorrei avere la coda, adesso, per poterglielo spiegare.