I nostri tramonti

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I nostri tramonti

“Hey”.
“Hey”.
Così iniziò quel periodo meraviglioso,
che sancì il mio primo approdo amoroso.
Mai m’era capitato di scorger amore,
d’accostar questo al mio umore.
Non era mio intento, non era mia smania,
cercavo qualcuno, solo con cui parlare,
sfogarmi con una persona estranea;
per proteggere i cari dal mio malessere pare.
Ci scrivemmo, ogni giorno, passò una settimana.
L’empatia, il carattere, il ritmo, l’emozione,
amavo lo scivolare di quella connessione.
Ch’anche lei s’animava, ed in verità non poteva.
Nei nostri incontri, lei ascoltatrice, io bisognoso:
questo il regolamento di quello spazio nebuloso,
dove un’anima persa nel buio splendeva,
attingendo energia da un messaggio di consolazione.
Ma che potevamo farci, stavamo bene insieme,
tra un sorriso, un cuore ed una canzone,
piantammo, senza accorgercene, un seme.
Ci scrivemmo, ogni giorno, nella seconda settimana.
Il leggerci su quello schermo divenne la nostra tana.
Il suo continuo cercarmi, le sue assidue attenzioni;
mica mai avevo avuto così tanti doni
da una donna, mai un bacio, un ti amo,
un sarò sempre con te, qualsiasi cosa accada la passiamo.
“Non ci credo tu non abbia mai avuto ragazza.
Conosci nuove persone, chiedile di uscire”.
“Se non m’innamoro, perché rischiar l’ardire?
poi magari potrebbe rovinarsi il rapporto, me ne potrei pentire”.
“Ma no, al limite un’amicizia si potrà sempre concepire”.
“Allor lo chiedo a te e questo non mi imbarazza”.
Immaginai la dolcezza del suo sorriso, l’amaro della situazione.
“Grazie… ma è solo uno scenario, siamo miglia di distanza”.
“So che i nostri animi sono nella stessa stanza,
i nostri corpi in diversa dimensione,
ma pensa, che scenario sarebbe, una completa connessione”.
“Dai… cambiamo argomento”.
“Hey, io respirerei di te ogni momento”.
Ci scrivemmo, ogni giorno, nella terza settimana.
Sentii il suono della sua voce,
scorse come energia verso la mia foce.
“Ti sarai immaginato chissà quale”.
“Per me il tuo è il suono ideale,
perché ora tutte le nostre parole prendon colore”.
Scoprii solo dopo che non era dell’umore.
Alternava travolgenti coinvolgimenti
a risposte tronche, aride.
“Non è come pensi, le mie motivazioni son valide.
Le favole in me son ormai morenti”.
“Non lo credo, hai solo chiuso il tuo ero
ed hai paura di riabbracciarti”.
“Quel che dici è vero,
ma ora come ora io non posso amarti”.
Ci scrivemmo, ogni giorno, nella quarta settimana.
Lei mi confessò: “non smetto di piangere,
sento che la mia vita si frantuma, frana”.
“Ciò che voglio è sulle tue labbra un sorriso dipingere.
Faccio il mercante d’emozioni che ti piace tanto?”
“Certo! ogni volta mi rallegra come per incanto”.
“Signorina, non sia timida, s’avvicini,
oggi vendo dolcezza,
la provi, varchi questi confini…
Ma lei ne è piena! guardi come prende brillantezza!”
“No, l’ho ormai persa da tempo”.
“Potrei non smettere di elencarle il mio sgomento”.
“Lo elenchi…”
“Quanto son dolci i tuoi mi manchi,
i tuoi cuori di viola dipinti, i tuoi aww, i tuoi daii,
per non parlare dei meravigliosi occhi che hai.
Com’è dolce la tua premura, la tua presenza,
persino la tua finta indifferenza.
Dolci sono i tuoi sorrisi, l’immaginar il domani,
tutte le volte, che senza dirmelo, dici che mi ami.
Com’è dolce il tuo chiedermi quanto lo sei.
Dolce sei quando sei.
Ci scrivemmo, ogni giorno, nella quinta settimana.
“Ascolta, devo dirti una cosa”.
M’aspettavo chissà quale dichiarazione favolosa.
“Per un po’ sarò lontana”,
e le felici, tristi cose che porta con sè un addio.
“Ok…”, caddi nel mio oblio.
Ci salutammo e le augurai il meglio.
“Sarà solo per qualche mese”.
Non credo avrei retto neanche lunghe attese;
così lo dissi, per la prima volta: “ti amo,
se non qui, ci incontreremo nei sogni, mentre dormiamo”.
“Non preoccuparti, resteremo per sempre ottimi amici”.
Non ci scrivemmo ogni giorno, nella sesta settimana.
Passai notti insonni, giorni infelici.
Stupido, stupido, c’hai voluto abbracciar emozioni;
sapevi di andare incontro a dolorose afflizioni.
Amici… solo mesi:
decisi di fare quel in cui riuscivo meglio, così m’arresi,
all’idea di lei, lontana dalla mia mente, dal mio cuore.
“Mi manchi”, il suo messaggio arrivò una notte,
e mi tinsi di nuovo colore.
“…Fantastica sei tu, qui ora, ma non eran fra noi parole interrotte?
Mi dici prima addio, poi solo amici…
e poi ardiamo, come due fenici.
Chissene importa delle regole di questo spazio?!”
“Lo so, hai ragione…
ma non posso salpare con te per un’altra dimensione”.
“Quindi non saprò, vivrò nello strazio
del se potrò viverti domani o chissà quando?”
“Posso darti solo quello che ti sto dando”.
“Allora amerò finanche l’attesa dei nostri tramonti,
luminosi, brevi, ma meravigliosamente intensi”.
Le nostre parole si fecero più ridotte.
“Hey”.
“Hey”.
“A cosa pensi?”
“Che vorrei essere lì con te, sdraiati accanto,
con i volti uno capovolto all’altro”.
“Sai che qui non puoi sfiorar doppi sensi?”
“Non puoi chiedermi di non esser me stesso
quando il pensier mio t’accoglie.
Cosa dovrei lasciar inespresso?
che vorrei essere il vento che smuove le tue foglie?
le foglie di te, che sei un magnifico albero”.
“Qui, ora io dico basta, grazie di tutto, davvero…”
“…Di noi non ho nessun risentimento, nessun rancore;
altre cento, mille, infinite volte rivivrei il nostro amore.
Non cercherò di seguirti, voglio solo saperti contenta.
Non c’è niente d’io con te, di cui mi penta”.
Il tramonto finì, e venne la notte.