Libri da divorare

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Si parla tanto di cibo negli ultimi tempi, talmente tanto che anche io, che non amo particolarmente mangiare e detesto cucinare ho cominciato a prestare attenzione a quanto si parli di alimentazione ovunque.

Io leggo. Tanto. Sempre.

E mi sono accorta che in tutti o quasi i grandi romanzi, le tavole imbandite, i pranzi di famiglia, le cene romantiche e i momenti conviviali in generale sono spesso gli strumenti che l’autore usa per introdurre momenti narrativi fondamentali allo sviluppo della trama o importanti per dare risalto a particolari emozioni. In ogni epoca, nella letteratura di ogni paese, il cibo narrato è il tramite che evoca, nel modo più semplice e diretto la cultura materiale di un certo contesto. Mangiando con gli occhi si riesce ad assaporare il gusto e lo spirito di un luogo. “Ma nello stesso istante in cui il liquido al quale erano mischiate le briciole del dolce raggiunse il mio palato, io trasalii, attratto da qualcosa di straordinario che accadeva dentro di me […] Avevo smesso di sentirmi mediocre, contingente, mortale.

Da dove era potuta giungermi una gioia così potente?

Sentivo che era legata al sapore del tè e del dolce, ma lo superava infinitamente, non doveva condividerne la natura. Da dove veniva? Bevo una seconda sorsata nella quale non trovo nulla di più che nella prima, una terza che mi dà un po’ meno della seconda. è tempo che mi fermi, la virtù del filtro sembra diminuire. è chiaro che la verità che cerco non è lì dentro, ma in me.” Come spiega mirabilmente Proust, l’olfatto e il gusto ci aiutano meglio di ogni altra cosa a recuperare i ricordi. Ad uno scrittore basta dunque accennare ad un cibo, anche soltanto all’odore di quel cibo per farci immergere in una determinata realtà, ma anche per caratterizzare fortemente un personaggio.

Antonio Tabucchi descrive il suo Pereira come un uomo abitudinario che mangia sempre la stessa pietanza, una omelette con le erbe aromatiche che giorno dopo giorno, ordina con una limonata zuccherata, al café Orquidea, il locale che frequenta abitualmente e dove fissa gli appuntamenti a Monteiro Rossi e alla sua fidanzata Marta. Dalle descrizioni dei suoi pasti capiamo senza bisogno di dettagliate descrizioni di altro tipo che Pereira preferisce la consuetudine tranquilla e rassicurante del solito posto, del solito cibo, al solito caffè. Vedovo, grasso, pigro e malato di cuore, conosce un dottore che lo incoraggia a seguire una dieta e che lo aiuta a staccarsi dal suo ozioso vivere nel passato.

Pereira un poco alla volta perde peso e prende coscienza; il cambiamento delle sue abitudini alimentari lo porta a vedere le cose da un punto di vista differente, più vivo.

Nella cucina e nel cibo ci si può dunque anche rifugiare per cercare di colmare il proprio senso di vuoto: pensiamo a “Kitchen” di Banana Yoshimoto, storia di una ragazza che, ritrovatasi sola dopo la morte della nonna, si rifugia in cucina. “Non c’è posto al mondo che io ami più della cucina. Non importa dove si trova, com’è fatta: purché sia una cucina, un posto dove si fa da mangiare, io sto bene. (…) Siamo rimaste solo io e la cucina. Mi sembra un po’ meglio che pensare che sono rimasta proprio sola”. Il cibo è spesso compagno delle vicende amorose dei personaggi perché ci dispone a godere di tutte le altre sensazioni o ci consola della perdita di esse. Davanti a una pietanza prelibata viene fame persino agli innamorati infelici: in Tom Jones di Henry Fielding, il protagonista, pur essendo afflitto dalla mancanza della sua amata, non riesce a resistere a un piatto di uova e pancetta. Come si dice: l’amore passa, la fame no. 

I piaceri della tavola e del letto sono dunque i più celebrati nella letteratura di ogni paese, ma maestria con la quale Jorge Amado riesce a fare apprezzare entrambi i piaceri in un solo colpo, non ha eguali. In Gabriella garofano e cannella, il cibo è in primo luogo seduzione e non è mai separato dalla sensualità: il siriano Nacib Saadsi innamora della pelle color cannella, del profumo di garofano e dei manicaretti della cucina brasiliana di Gabriella, cuoca e amante passionale. In Dona Flor e i suoi due mariti, l’autore parte addirittura da una ricetta per raccontare l’intera storia intrisa dei profumi del cocco e dell’olio di palma (!) e attraverso questi profumi descritti essi riesce a farci immaginare il fascino sensuale e casalingo di dona Flor, i ritmi di samba e i corpi sinuosi avvolti nella calura e nel calore brasiliano.

Non sappiamo se Amado sia stato o meno un grande amante della cucina, ma se ne è servito in maniera eccellente per farci entrare profondamente nelle atmosfere dei suoi luoghi.

L’amore per la buona cucina è una delle caratteristiche comuni dei più noti protagonisti della letteratura in giallo, gli investigatori gourmet Pepe Carvalho, Nero Wolfe, Maigret e il nostro Montalbano, le cui indagini sono spesso inframmezzate da gustosi manicaretti. Maigret, il più celebre dei personaggi usciti dalla penna di Simenon, è un raffinato buongustaio che ama cibi semplici preferibilmente preparati in casa. Ogni sera rientrando nell’appartamento di Boulevard Richard-Lenoir, cerca di indovinare dal profumo quale delizia la moglie gli abbia preparato. Il commissario Montalbano, tra delitti e misteri consuma piatti della cucina siciliana. Pepe Carvalho si fida soltanto del suo istinto e della sua pancia, pancia che avidamente riempie di spaghetti alla genovese e di blanquette d’agnello macerate nei capperi cucinate alla perfezione dal suo aiutante Biscuter. 

Esistono poi romanzi interamente incentrati sul cibo, come il pranzo di Babette in cui i problemi politici ed esistenziali vengono affrontati durante un sontuoso banchetto in cui la zuppa di tartaruga e le quaglie annaffiate con champagne francese sono il dono che l’esiliata francese Babette prepara alla “anoressica” comunità norvegese che l’aveva amorevolmente accolta. Cene speciali raccontate con dovizia di particolari sono anche quelle organizzata a Donnafugata dal principe Salina nel Gattopardo quando l’ingresso trionfale del torreggiante timballo di maccheroni suggella l’idillio tra Angelica e Tancredi e i banchetti descritti nel Decamerone.

Nel tempo di una cena in un lussuoso ristorante due coppie di cognati si incontrano per parlare di un misfatto accaduto tra i loro figli. È la trama apparentemente semplice del romanzo di Erman Koch, la cena, in cui gli episodi della vicenda narrati dai differenti punti di vista dei genitori vengono indagati dall’aperitivo alla mancia, in capitoli che ripercorrono le tappe della cena che si fa sempre più angosciosa. Il cibo diventa angoscia anche nella Metamorfosi di Kafka quando la verdura quasi marcia e le ossa avanzate la sera prima che Gregor aveva dichiarato immangiabile, diventano appetitosi. Trasformato in scarafaggio egli comincia a rifiutare i cibi freschi e prediligere quelli avariati, ed è questo che gli fa prendere coscienza della sua metamorfosi.

In altri romanzi Il tema del cibo si trasforma in tema della fame e della sopravvivenza, la descrizione di un pezzo di pane duro e una zuppa acquosa sono il modo migliore per immergersi nella povertà: “La sera arrivò; i ragazzi presero i loro posti. […] la farinata fu servita; ed una lunga preghiera di ringraziamento fu recitata per le scarse razioni di cibo. La farinata scomparì; i ragazzi sussurrarono tra loro e ammiccarono ad Oliver; mentre i suoi vicini gli diedero una gomitata. Bambino com’era, era disperato, affamato ed imprudente con miseria. Si alzò dal tavolo; e avanzando verso il capo, con ciotola e cucchiaio in mano, disse, un po’ disturbato nella sua audacia: -Per favore, signore, ne vorrei ancora”.

Questo passo dedicato alla cena del nostro Oliver diventa fondamentale per uno dei più grandi romanzieri della storia per delinearci una vita difficilissima. La sua richiesta lo porterà ad essere espulso dall’orfanotrofio e a diventare un apprendista becchino.E quando le cose per Oliver cominceranno ad andare meglio sarà sempre il cibo a sottolineare il cambiamento. L’orfano una volta approdato nella casa lavoro di una parrocchia, dove addirittura avrà la possibilità di apprezzare la meraviglia del mangiare tre volte al giorno. Uno non può pensare bene, amare bene, dormire bene, se non ha mangiato bene sostiene Virginia Woolf. E forse -aggiungerei-  uno non può neppure scrivere bene.


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