Logoramento consumista

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Logoramento consumista


Conduco un’esistenza tranquilla. Sono felice, ho due figli piccoli, un marito apprensivo e un lavoro. Potrei essere scambiata o paragonata con qualsiasi altra trentenne italiana e questo alla fin fine mi garba abbastanza. Non ho mai sognato viaggi lunari, imprese rivoluzionarie, principi in carrozza. Forse non ho mai sognato. La mia giornata scorre sempre uguale. Mi alzo alle 7.30, faccio la doccia, la colazione e volo dritta al centro di smistamento della Sassox, famosa azienda di commercio elettronico. Faccio la magazziniera, mi occupo di smistare pacchi provenienti da tutti i paesi del mondo, lavoro parecchie ore al giorno attuando sempre le stesse mansioni, ma non mi dispiace, è quasi divertente vedere e scoprire prodotti di ogni genere.

Prada, Versace, Nike, Sony, Oral-B, Nestlè. Qualsiasi marchio passa attraverso la mia retina e finisce al cervello sotto forma di impulso nervoso. Adidas, Kinder, Eastpack, Apple, Ikea, Lysoform, Barilla.

E’ come un fiume in piena, aumentano le marche, aumentano gli epiteti nella mia testa. Sto per scoppiare. Esco da lavoro. Cammino tra le via della mia amata città, guardando vetrine, leggendo marchi, pubblicità, cartelloni. “Just do it.” “I’m lovin’ it.” “Think diffent.” Spesso inizio a pensare a regali per la mia famiglia, mi viene quasi automatico. Torno a casa e mio marito mi accoglie dolcemente con un bacio, l’aria sa di stufato e placidità. Mi sdraio sul divano e i piccoletti mi saltano sulle gambe come acciughine in fuga da tonni giganti. Come di protocollo mio marito mi chiede: “Com’è andata a lavoro amore?” e io rispondo sempre “Tutto regolare, ho scoperto un modello di tagliaunghie che va tantissimo questo mese, ne avrò catalogati 50 pacchi.” variando a seconda delle giornate il modello di prodotto e il numero di pacchi.

A cena gustiamo il cibo che mio marito cucina con molta dedizione, è uno chef in maternità, dalla nascita dei due fringuelli ha deciso di licenziarsi per passar più tempo possibile con loro. Sono la sua vita.

E loro la mia. Negli ultimi mesi ho iniziato a pensare più profondamente alla nostra società. Inizio a sentirmi un automa all’interno di un sistema precostituito, un sistema illusorio, un sistema di finte necessità, finte emozioni, finti guadagni, finte persone. Addirittura finte persone. Una tra le cose più concrete inizia a sfuggirmi, la persona umana. Forse è dato dalla la vista dei miei colleghi che tutti i giorni svolgono gli stessi comportamenti, dicono le stesse tristi battute, accennano gli stessi mezzi sorrisi, gli stessi mezzi saluti. Mezze coscienze. Siamo tutti spinti da una forza esterna che ci induce a desiderare sempre ciò che non abbiamo, e quando l’otteniamo esce un nuovo prodotto, un nuovo modello, una nuova aspirazione. “Just do it” Fallo. Imperativamente vincolante. “I’m lovin’ it.”

Mi piace. Sì.

Lo adoro. L’ipocrisia del noto slogan “Think different” Pensa diverso. Quindi pensa come tutti gli altri. Iniziano a starmi troppo strette queste menzogne esistenziali, queste parole induttive volte ad un bene bugiardo. Volte solo al Potere. Ho voglia di qualcosa a cui nessun altro aspiri. Qualcosa che il sistema non mi induca a comprare. Qualcosa che non si possa comprare. Vado in cantina e prendo la confezione di insetticida usata anni fa contro le termiti. Assaggio e assaporo la sostanza. Ha un gusto forte e particolare. Sento il suo Potere lungo la mia faringe. L’arsenico sta svolgendo il suo dovere. E’ un bravo cittadino, forse merita un nuovo paio di Nike.