Microspie

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Libreria – Un uomo distinto e molto elegante e una donna in tuta e sneakers.

U.: Scusi, lei è una commessa?

D.: No, sono una cliente.

U.: Mi perdoni, è che la vedevo spostare quei libri.

D. (un po’ piccata): Non li sto spostando: li sto abbracciando!

U. (stupito): Abbracciando? E perché?

D.: Perché gli voglio bene!

U. (modalità nazi-grammar): Voglio loro bene…

D.: Sono cinque copie dello stesso libro: gli voglio bene!

U.: Quindi lo ha già letto?

D.: Sì, l’ho appena finito.

U. (sornione): Qui in libreria?

D.: Ah ah divertente. No, a casa. Sono venuta a fare un giro, li ho visti qui accatastati e non ho resistito…

U.: Quindi li stava spostando?

D. (occhi al cielo): No, abbracciando!

U. (incuriosito): Pensa che potrei averne una copia?

D. posa i libri e gliene porge uno come se fosse un gioiello fragilissimo appena uscito da una confezione imbottita e super protetta (le sue braccia).

U. se lo rigira tra le mani con noncuranza sotto lo sguardo sprezzante di D.

D.: Faccia attenzione è un libro con le microspie.

U. la guarda come se avesse appena parlato una pazza.

U. (pensando che con i pazzi sia sempre meglio stare al gioco): Come le microspie? Dove?

D. (scandendo le parole come se stesse spiegando a un bambino): Il libro non ha letteralmente le microspie. Chi lo ha scritto fa parte di quella schiera di scrittori furbi che mettono le microspie nelle case dei lettori.

U.: Mi sta dicendo che esistono degli scrittori che mettono le microspie nelle case della gente? Non può pensarlo veramente!

D. (arrabbiata): Ah no? E com’è possibile che dentro quei libri ci siano pari-pari pezzi della mia vita? E anche di altri eh…

U.: Sarà che gli scrittori, quelli bravi, hanno una sensibilità diversa dagli altri e riescono a cogliere tratti della vita in cui ognuno si riconosce?

D. (illuminata da luce divina): Superpoteri, ecco cosa sono, non microspie!

U. (ora fermamente convinto di avere a che fare con una pazza): Ma quali superpoteri! Lei è fuori di testa!

D. (offesa): Ma fuori di testa a chi? La sensibilità diversa ce l’ho io che abbraccio i libri. Quelli degli scrittori sono superpoteri!

D. (scuote la testa infastidita, sembra fare un ragionamento tra se e se e moromorando): O microspie come pensavo io…

U. (pentito di aver trattato così quella che ormai pensa non possa essere altro che una malata): Mi scusi non volevo offenderla…

D (remissiva): Va bene, va bene…

U. (cercando di sviare il discorso): Il libro non è per me, è un regalo per mia moglie. Secondo lei, le piacerà?

D. (sogghignando): E io che ne posso sapere, ho una sensibilità diversa non i superpoteri!

U. (sorridendo): Touché! Suvvia mi da un consiglio?

D.: Sua moglie abbraccia i libri?

U.: Che io sappia no…

D.: Umh…è un peccato…Comunque se dovessi scommettere su un libro, punterei su questo…

U.: …

D.: Però pensi che bello se, dopo averlo letto, lo abbracciasse, così a caso. Anche quando lei non c’è, sarebbe come abbracciasse lei, ci ha pensato?

U. (squotendo la testa e avviandosi verso la cassa): Romantico…sì…grazie.

U. però si ferma, torna sui suoi passi…

U.: Mi scusi, a lei glielo hanno regalato questo libro?

D.: No, me lo sono comprata da sola.

U.: E quindi quando abbraccia il libro e come se abbracciasse se stessa, no?

D. (lo guarda confusa): Sì un po’ sì…suona un po’ triste però…

U.(dispiaciuto): Beh allora pensi di abbracciare chi l’ha scritto, la scrittrice dai super poteri.

D. riprende i libri in mano, li guarda, li abbraccia di nuovo.

La commessa vicina che ha seguito il dialogo come se fosse tutto normale, la guarda sorridendo. È ovvio che la conosca e che sia abituata alle sue stranezze.

U. le osserva sorridendo mentre si avvicina alla cassa.

Il tizio prende in mano il libro: Ottima scelta, la scrittrice è una di quelle delle microspie!

U. scuote la testa stupito e rassegnato insieme: Già, o con i superpoteri…

U. porge la carta e prende il sacchetto dal cassiere che gli sorride complice.

Prima di uscire si gira verso la donna che nel frattempo ha posato i libri e sta parlando sottovoce con la commessa. Lo stanno guardando di sottecchi.

“Forse sono io quello strano” pensa. Apre la porta e se ne va.