Per non dimenticare la poetessa afghana Nadie Anjuman

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Per non dimenticare la poetessa afghana Nadie Anjuman

Le ragazze del Circolo dell’Ago dell’oro si riunivano per partecipare alle lezioni di sartoria, invece segretamente i loro incontri si trasformavano in incontri clandestini con professori di letteratura, che tenevano conferenze. Le vivaci voci dei bambini intorno al palazzo erano la loro unica e sola protezione. Le sentinelle erano dunque i bambini, che venivano lasciati giocare e quando vedevano gli uomini della polizia religiosa, entravano dentro ad avvisare le mamme, che prontamente mettevano via i libri, in questo modo riuscivano a sopravvivere al governo talebano. In questi segreti incontri partecipava una giovane poetessa Nadie Anjuman, una afghana, uccisa il 4 novembre 2005 con le botte da un marito.

Un femminicidio, il marito lavorava nell’ambito universitario, ricorda Tony Kospan.

Una poetessa afghana dalla breve esistenza. Le circostanze della sua morte non sono state chiarite, l’hanno passare per un suicidio, l’uomo è stato dentro per poco tempo. Di lei ci restano due libri di poesie in lingua farsi. In Italia è stata da poco tradotta, Elegia raccoglie alcune poesie. “Non ho voglia di aprire la bocca per cantare cose, io disprezzata dalla vita”. La sua vita ”da poetessa” le ha creato problemi con il governo dei talebani, le avevano pure legato le gambe, una volta. Per non dimenticarla i suoi versi, le sue poesie devono circolare come un tam tam tra le donne, in rete circolano alcune poesie tradotte dove echeggia quel rosso scarlatto. Una poetessa che deve “entrare nelle antologie scolastiche” non soltanto nel giorno dedicato alla violenza delle donne.