Self Defence, autodifesa. Alcune verità sulle arti marziali.

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Self Defence, autodifesa. Alcune verità sulle arti marziali

La miglior difesa è non difendersi, ossia mettersi in condizioni di non aver bisogno di difendersi ed acquisire la padronanza di sé stessi  e delle situazioni.

di  Paolo Nicoletti

Le arti marziali, come qualunque altra forma di arte od artigianato, sono attività umane fondate sull’esperienza nonché su capacità tecniche innate od acquisite, tanto da enucleare norme e regole e procedure che possono essere trasmesse a coloro che ne sentano il bisogno e vi si applichino con studio  e fatica.

Ed il bisogno di arti marziali è sempre stato diffuso, esteso, presente in quanto corrispondente ad un bisogno umano estremamente urgente e importante, ossia l’autodifesa, o difesa personale o self defence che dir si voglia.

L’arte marziale è soltanto una parte di tutto quanto costituisce la difesa personale, ossia qualunque mezzo od espediente od azione che valga a proteggere il nostro benessere e la nostra integrità fisica e psichica.

In tutto il mondo esistono apparati di polizia e giustizia destinati a difendere il suddito od il cittadino dalle azioni dei criminali e dei teppisti, e la presenza di persone il cui lavoro è quello di proteggerci dovrebbe rendere inutile ed obsoleta qualunque forma di autodifesa.

Tuttavia i paladini ed i tutori della legge e dell’ordine non sono sempre presenti a difenderci, ed anzi vediamo che nonostante la polizia e la magistratura esistano da secoli non sono ancora riuscite a sconfiggere il crimine, che spesso viene alimentato dall’insipienza delle classi dirigenti e dalla corruzione progressiva e generale dei costumi (oltre che dalla povertà e dall’ingiustizia).

Quindi possiamo logicamente dedurre che la prima forma di autodifesa sia (come è)  la prevenzione, ossia il commodus discessus dei Romani, l’accortezza di evitare dignitosamente e con facilità le situazioni di pericolo.

Evitare le situazioni di pericolo comporta valutare con velocità ed efficacia i luoghi e le situazioni in cui ci troviamo o stiamo per trovarci ed agire.

Nel momento in cui veniamo aggrediti è già troppo tardi.

Dobbiamo evitare di essere aggrediti.

Sto per passare in un posto pieno di strani individui silenziosi che tengono gli occhi bassi?

Sto per entrare in un luogo vistosamente malfamato?

E sto per portare il o la partner in un posto sconsigliato dalle locali Autorità di P. S., a cui posso sempre chiedere informazioni sulla pericolosità di un locale aperto al pubblico ?

Vengo fatto segno ad improvvise provocazioni fisiche o verbali?

In tutti questi casi io evito, cerco di cambiare strada, cambio destinazione, mi allontano rapidamente senza permettere a nessuno di provocarmi od aggredirmi.

Potremmo dire che una delle forme migliori di difesa personale è quella di correre veloce, anche per pochi secondi, abbastanza per uscire in velocità da una porta, una strada buia o magari da una finestra, o semplicemente allontanarci da un posto potenzialmente pericoloso.

Dopo la prevenzione e la capacità di ritirarsi in velocità, la migliore autodifesa è la calma della nostra mente e la sicurezza del nostro atteggiamento.

Un famoso autore di libri sulla difesa personale e sull’elevazione spirituale (caratteristica della cosiddetta Via del Guerriero) raccontava di guadagnarsi la vita come gestore di pub, e che una volta aveva visto entrare nel proprio locale l ‘incubo di ogni locale pubblico, ossia un grosso ed aggressivo individuo che stava dando di matto e molestava i clienti e danneggiava le suppellettili  ed urlava in modo belluino. Il nostro eroe, avvezzo a mantenere la calma anche in situazioni di pericolo, si avvicinò e con perfetta cortesia e padronanza cominciò a parlare con  l’individuo appena entrato, dicendogli più o meno: “Signore, mi dispiace che il locale non le piaccia. Potrebbe venire con me in quella stanza tranquilla, proprio là dietro, così possiamo parlare e risolvere i suoi problemi?”. La sincera intenzione del nostro eroe era proprio quella di parlare al cuore del cliente aggressivo e di convincerlo ad aprire il suo spirito.

L’effetto di quelle parole sul malintenzionato fu istantaneo: subito si calmò, sorrise e puntando il proprio dito contro il gestore si allontanò con calma dal locale. In seguito il potenziale aggressore ritornò nel pub di cui parliamo e divenne addirittura amico di chi ci racconta questa storia, tanto che spesso continuava a domandare  al nostro innocente eroe : “Ma dimmi la verità, volevi uccidermi?”. Ed il nostro eroe non riuscì mai a convincerlo del contrario.

Insomma, la padronanza e la calma possono risolvere la maggior parte delle situazioni pericolose che non possiamo o non siamo riusciti ad evitare.

Ma talvolta le prime tre forme di autodifesa, ossia la prevenzione e la ritirata dignitosa in velocità  e la padronanza di sé, possono non bastare.

Magari abbiamo cercato di parlare con il nostro aggressore, magari gli abbiamo anche promesso vantaggi in soldi ed altre offerte, ma potremmo tuttavia trovarci di fronte al nostro incubo peggiore : ossia il mostro reduce da anni di dura galera o di spietata criminalità, che ormai non intende più ragione e che anzi trae piacere e divertimento  nel procurare sofferenza e terrore.

Apriamo allora una breve parentesi.

La vera difesa personale è un atteggiamento mentale, fondato sulla ricerca del proprio equilibrio interiore e sulla consapevolezza dell’ambiente  e delle circostanze di tempo e di fatto in cui operiamo.

Vogliamo difenderci o non difenderci? La decisione è solo nostra, e poggia su due cardini principali :

  1. estote parati, ossia la necessità di essere sempre preparati a fronteggiare velocemente gli imprevisti, e di non abbassare mai la guardia;
  2. se decidiamo di difenderci, la nostra è una difesa  necessaria ed inevitabile, e deve essere veloce ed efficace.

La nostra azione difensiva deve essere veloce e decisa, tanto da provocare lo sbandamento nell’avversario e guadagnare per noi il tempo necessario a cercare una possibile via di fuga o di ritirata.

In particolare sulla velocità : nel mondo reale, fuori delle mura sicure delle nostre palestre, gli scontri fisici durano pochi secondi.

In quei pochi secondi dobbiamo risolvere una situazione incresciosa, in cui abbiamo di fronte una persona  (o più persone) di provenienza alternativa alla nostra, forse addestrata almeno bene come noi, con un humus familiare e filosofico il cui spessore è ritenuto dalla natura almeno valido come il nostro. Purtroppo, e spesso troppo tardi, ci si accorge che qualche maestro di arti marziali ha insegnato al criminale le stesse tecniche marziali che magari ha insegnato a noi, anzi anche migliori e tali da batterci.

Se veniamo attaccati con un coltello non dobbiamo usare le tecniche che ci hanno insegnato, fondate magari sull’immobilizzare l’aggressore. Noi dobbiamo evitare quel coltello come la peste, e puntare sull’inabilitazione temporanea  dell’avversario, tale da consentirci di fuggire.

Se vibriamo un colpo difensivo, non dobbiamo perdere tempo a preparare un colpo di taglio, o di becco, o di pugno: dobbiamo vibrare e basta, più veloci del pensiero. Se finiremo all’ospedale perché il nostro pugno non era abbastanza chiuso, avremo tuttavia guadagnato una frazione di secondo, e quella frazione di secondo ci avrà procurato la salvezza od una via di scampo.

L’azione difensiva deve essere condotta  con una nostra tecnica personale e segreta, che non venga insegnata nelle palestre (un famoso maestro orientale di tanto tempo addietro alzava le mani come per arrendersi, incrociava i polsi sopra la testa e proseguiva con colpi inediti di propria invenzione ; un altro maestro, di spada, attaccava andando avanti con la testa contro la katana provocando reazioni difensive spesso letali per l’avversario, che semplicemente non sapeva come regolarsi).

Se ci difendiamo, dobbiamo evitare i colpi avversari o perlomeno ridurre al minimo i danni dei colpi medesimi accompagnandoli.

Se siamo sempre preparati, avremo con noi almeno un ombrello con il puntale di metallo, con cui ci saremo anche allenati. E porteremo una bella cintura che ci saremo allenati ad aprire e sfilare velocemente. L’ombrello, come una cintura od una borsa od una sciarpa o qualunque cosa possiamo trovare nelle nostre vicinanze (una sedia, una tavolo, una scarpa, una pietra, un bidone, un cassonetto, un tubo, una cassa piena di roba, un vassoio, un piatto e via dicendo), può diventare una inattesa arma di difesa.

In definitiva, non dobbiamo colpire nessuno se possiamo evitarlo: questo è il principio cardine che regola la condotta delle persone per bene di ogni epoca e di ogni ordine o ceto o grado. Ricordiamo che di fronte a noi abbiamo una persona segnata dalla sorte o da gravi patologie fisiche o mentali, e che ci ha ordinato di non difenderci e di subire qualsiasi cosa, e che ritiene un’offesa personale la nostra difesa.

La nostra difesa è un oltraggio che merita la morte, agli occhi dell’aggressore: quindi se ci difendiamo dobbiamo agire per difendere  la nostra stessa vita, con ogni arma che troviamo : e se vogliamo uscire sicuri e puliti dalla situazione incresciosa che stiamo vivendo, la nostra azione difensiva deve essere veloce e decisa.

Ancora peggio se difendiamo un’altra persona : dobbiamo chiarire che quella persona è nostra parente od amica, anche se ci fosse estranea, e dobbiamo essere consapevoli che il nostro intervento ci espone a gravissime conseguenze, quantomeno a gravi ferite o  degenze ospedaliere o forse anche alla morte.

Un noto maestro di difesa personale (immortalato in oniriche foto ) usa, come posizione di difesa, una curiosa soluzione che consiste  nel tapparsi le orecchie (che ovviamente vengono solo protette e coperte) e consentire una rapida difesa delle tempie, degli occhi e della testa, puntando agli spostamenti del corpo (e segnatamente del bacino) per proteggere il resto del corpo.

Dobbiamo essere  rapidi ed efficaci, e continuare a  difenderci  anche se veniamo feriti, magari in modo impressionante e raccapricciante.

Dobbiamo quindi essere addestrati, meglio se da un maestro.

Nulla può sostituire l’esperienza e le indicazioni di un maestro, sia dal punto di vista sportivo e marziale che dal lato morale e giuridico.

Ad esempio, l’eccesso di difesa dei nostri figli e nipoti negli ambienti scolastici (ambienti spesso popolati di veri gruppi di teppisti e prepotenti giovanili) può esporre noi genitori o zii o nonni ad azioni di risarcimento danni, secondo l’aureo principio che il vero criminale ha sempre pronto il suo avvocato.

L’addestramento di un bravo maestro può evitare , quindi, di affrontare una situazione in modo sbagliato e di incorrere nel pericoloso e dannoso eccesso di difesa (legittima).

Non abbiamo il tempo o il denaro per  andare in palestra?

Avremo  sempre il tempo di leggere libri di difesa personale, magari testi di alto livello universitario come il famosissimo “Book of Martial Power” di Steven J. Pearlman (in italiano: “Manuale Universale del Combattimento”, Edizioni Mediterranee), ispirato ad una famosa conferenza tenuta nel 1997 presso lo Smithsonian Institution ed il cui argomento principale era costituito dalle caratteristiche comuni a tutte le arti marziali  di ogni epoca e nel mondo intero.

Dopo tale conferenza, un numero incredibile di cultori e maestri di arti marziali ritenne giusto e necessario andare personalmente  da Pearlman per provare a sconfiggerlo fisicamente. Pearlman racconta che alcuni di essi riuscirono effettivamente a sconfiggerlo, ma dopo aver affrontato innumerevoli confronti  e combattimenti egli non trovò più nessuno in grado di affrontarlo o sconfiggerlo.

Se invece che ai libri di Pearlman preferiamo affidarci al web, magari a Youtube, potremo vedere il filmato https://www.youtube.com/watch?v=27-xC6wKe84, ossia  il Dr. Steven Pearlman with assistant Asa Snyder.

Oppure, sempre sul web, potremo puntare su specialisti italiani, come ad esempio i filmati di Enrico Luciolli, autore del libro “La difesa personale non funziona”  e propugnatore dell’uso marziale del bastone da passeggio : tra i vari filmati di Luciolli, possiamo trovare una rassegna di suoi filmati su https://www.youtube.com/watch?v=Sustez7AMdk&list=PLg_WbJDPwrKtJGBZ3LF79HJyDPnX0xua7

Essendo Luciolli un vero professionista, è il primo a chiarire di continuo e quasi fino alla nausea che il miglior modo di combattere è non combattere del tutto.

In definitiva, tutto quanto sopra ricordato ci riconduce alle origini ed alle leggi morali delle arti marziali, fondate sulla rettitudine e sull’autocontrollo, come ci  ricorda il Bushido (codice morale dei samurai, per cui si rimanda alla relativa voce di Wikipedia):

  • non ho spada, la mente imperturbabile ed il coraggio sono la mia spada;
  • non ho corazza, buona volontà e rettitudine sono la mia corazza.

I principi e gli aforismi del Bushido (la via del guerriero giapponese) sono raccolti, in forma di aforismi, nel libro “Hagakure” (“All’ombra delle foglie”, scritto nel diciassettesimo secolo), del guerriero e monaco buddista Yamamoto Tsunetomo  (libro pubblicato in Italia da Edizioni Mediterranee, e commentato nei secoli da scrittori ed intellettuali famosi e quotati, tra cui Yukio Mishima  che, prima della clamorosa e discussa fine della propria vita, scrisse un commentario di Hagakure, ossia “La Via del Samurai”, pubblicato da Bompiani nel 1987 e nel 1996).

Secondo le leggi del Bushido, la sconfitta in combattimento dipende dalla perdita delle proprie regole morali e dallo smarrimento di un cammino o di un sentiero di elevazione morale e spirituale. Se noi verremo sconfitti, lo saremo per non aver rispettato queste regole fondamentali, che oltre tutto ci consentono di evitare le situazioni e le persone che potrebbero farci danno.

In definitiva, la miglior difesa è non difendersi, ossia non aver mai bisogno di difendersi, grazie all’impassibilità ed all’autocontrollo in tutte le circostanze, tra le basi del buddismo Zen.

La miglior difesa è anche la consapevolezza che, nella vita reale, tutto si conclude in pochi secondi.

Per chiudere  ed a riprova di tutto quanto sopra esposto, vorrei ricordare il più famoso duello di scherma asiatica (un duello feroce di pochi secondi), ossia il duello di Musashi contro Kojiro, di cui possiamo ammirare due valide versioni su you tube  in

https://www.youtube.com/watch?v=mViDpvMZ0Ig

https://www.youtube.com/watch?v=AUZXkPOCVCo

Come è noto, Miyamoto Musashi è l’autore del “libro dei Cinque Anelli “, del 1645, una reliquia per gli spadaccini giapponesi, ed è l’uomo d’armi noto con diversi nomi, tra cui “ uccisore di bambini “ (per aver tolto la vita con un solo colpo di spada sia al monarca infante della fazione nemica sia al suo anziano tutore, ponendo istantaneamente fine ad una sanguinosa battaglia e ad una ancor più sanguinosa guerra). Nel corso di un sofferto cammino spirituale, Musashi si trovò a diventare l’intrepido difensore di un povero villaggio di contadini, per i quali si impoverì contribuendo alle opera di bonifica ed irrigazione dei terreni e facendosi propugnatore di un addestramento di gruppo contro le bande di briganti, e sulle sue gesta sono costruiti films come “I sette samurai” o “I magnifici sette”.

Per godersi appieno i due video  di cui abbiamo sopra fornito gli indirizzi URL, va ricordato che Musashi era un precursore della guerra psicologica, ed era famoso per la sua mancanza di puntualità negli appuntamenti ai duelli. Inoltre, all’epoca del duello in questione, egli era povero  ( forse perché ancora non era diventato il famosissimo Musashi?). Eccolo quindi arrivare in ritardo, su una povera barca di pescatori e senza spada. Si accorge di alcuni pezzi di remi rotti che galleggiano nell’acqua di sentina, e chiede al pescatore se può averne uno, e quindi si mette ad intagliarlo con un coltellaccio da pescatore fino ad ottenere un ideale bastone da scherma.

E quando egli arriva al luogo del duello (che verrà chiamato isola di Ganryu  dal soprannome di battaglia di Kojiro), il suo avversario perde il lume degli occhi sia per il ritardo sia per l’affronto costituito dall’uso di un umile bastone di fronte alla pregiatissima spada di Kojiro.

Va sottolineato che Sasaki Kojiro era un guerriero formidabile, forse anche più forte di Musashi, e durante la sua carriera di spadaccino aveva spesso usato contro i suoi avversari gli stessi espedienti psicologici, ossia i vestiti poveri e dimessi ed armi umili di legno o comunque di povera fattura, tali da innervosire l’avversario che considerava tutto ciò come un’offesa personale. Kojiro commette l’errore di allontanarsi dei principi del Bushido e perde l’autocontrollo, la mente imperturbabile, suprema risorsa difensiva : colui che si allontana dalla sua via spirituale e morale entra in un destino che comporta la perdita delle strategie difensive  e la sconfitta.

In entrambi i video, di cui potremmo parlare per ore, notiamo che il duello inizia con una  corsa iniziale dei due duellanti, corsa che serve, probabilmente, a beneficiare della posizione più favorevole rispetto al sole ed alla  marea (o rispetto ad altre circostanze di fatto evidenti soltanto per i cultori di armi bianche).

Tale è la velocità del duello che, per alcuni secondi, nessuno dei duellanti capisce di chi sia stata la vittoria ed entrambi aspettano il decorso dei colpi e delle ferite inflitte dall’avversario.

Self Defence, autodifesa. Alcune verità sulle arti marziali.