Va tutto bene

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Una soffusa luce inonda la stanza. L’inonda d’ombre.

Inerpicati su muri, libri: neglette, obliate, impolverate, vite. Vissute e no, brandelli di memoria e cicatrici immaginarie, spezzoni di lacrime insinuatisi in commedie e frammenti di risa infiltratisi in tragedie, pianti guardati a colori e sorrisi ascoltati in bianco e nero. Il caos regna nella stanza. Al centro, un Uomo. Al suo fianco, un violoncello. L’Uomo fissa, apatico, la porta: è rimasta socchiusa. Lentamente, la chiude. Via. Va’ via. Va’ via. Va’ via. Lei era fuggita, rigettata dal caos. Della stanza, dell’Uomo. Affrettatamente, avev’afferrato tutta la vita sua e, inorridita, era fuggita. Il caos, intanto, aumenta. Aumenta nella stanza, aumenta nell’Uomo. Aumenta la rabbia, la confusione, l’angoscia, il rifiuto.

Eppur è tutt’immobile, tutto tace. Un assordante silenzio colma la stanza. Colma l’Uomo.

Tanto da svuotarlo, da non poter più nemmeno pensar un pensiero o un ricordo, che subito questo precipiterebbe, scivolando e rotolando, rovinosamente, nel vuoto. Nel suo vuoto. Cautamente, si china a raccoglier la vita sua. Con dolcezza ed accortezza, stringe tra le braccia ‘l suo violoncello. Con le dita, delicatamente, ne sfiora le corde, l’accarezza con l’archetto, soavemente. Tutt’il vuoto, la musica, riempie. Riempie la stanza. Riempie l’Uomo. Le note attraversano l’anima dello strumento e s’infilano nell’anima dell’Uomo. L’Uomo abbraccia ‘l suo violoncello e questo vive e la musica abbraccia l’Uomo ed egli vive.

L’Uomo, poi, però, esce dalla stanza e si scontra col mondo. Cos’hai? Cos’è quella faccia? Cos’è successo? Niente. Non è successo niente.

L’Uomo è solo stanco. L’Uomo è solo e stanco. Così dice. Non è successo niente. Il mondo lo fissa, lo indica, lo addita, ma l’Uomo è lontano, è distratto, è distrutto, il suo sguardo è fisso nel vuoto. Ma non è successo niente, tranquilli, non è successo niente. Va tutto bene. La stanza, questa volta, è buia. Anche le stelle son scappate, stanotte. In sottofondo, solo l’eco pesante dei pensieri dell’Uomo. Incubi tremendi, che lo scuotono e lo tormentano nella notte. Incubi che, nel buio, lo strozzano. Lentamente. L’Uomo,senz’aria, si sveglia. S’alza di colpo, un colpo sordo, al cuore. Gli manca l’aria, gli manca la vita. Apre la finestra, ma ne entra solo ulteriore buio. Ulteriore soffocamento. Allora esce fuori, affronta ‘l buio, affronta ‘l vuoto.

Vuoto. Il vuoto continua anche fuori.

Il caldo estivo è soffocante, la solitudine è palpabile, un velo di desolazione ricopre la città. Anche la città lo soffoca e lo schiaccia fra le sue mura strette. L’Uomo è prigioniero. Egli stesso s’è imprigionato fra quelle mura, egli stesso s’è imprigionato nel suo corpo, nella gabbia della sua mente, nelle catene del suo cuore. Passeggia, solitario, fra le sue rovine. Fra pezzi di coccio rimasti per terra, fra schegge di vetro schizzate via. Si rifugia in un vicolo stranamente affascinante, cerca la pace. Non trova nessuno. Solo freddi muri di mattoni antichi e sbiaditi. Solo l’edera, come unica ed insostituibile decorazione. S’arrampica fra quei mattoni, quasi a scappare, anch’essa, come l’Uomo.

Sotto la luce flebile e dorata dei lampioni, l’Uomo all’improvviso smette di scappare. Smette di cercare. Smette di lottare.

Un colpo dritto al petto lo trafigge. Un colpo preciso e perfetto gli strazia ‘l cuore, gli lacera la carne. Un coltello lo trafigge da parte a parte, gli penetra tra le costole. Allarmato, si volta, si gira, scappa, cerca ‘l suo assassino. Ma tutto è vuoto, deserto. È passato. È il passato. Il suo passato. Si porta le mani al viso, v’è sangue ovunque, l’Uomo vede rosso ovunque e grida e urla, sfinito. Nessuno lo sente. Ed è forse questo ‘l dolore più grande. Ed è forse la vita ‘l dolore più grande. E cosa mai può mancare, si chiede l’Uomo: benessere, fama, talento.

Cos’altro ci serve da queste vite? Queste vite perfette ed invidiabili, eppur così vuote, insignificanti, senza senso.

L’Uomo è stanco. Stanco della sua vita, del suo passato che, imperterrito, ritorna. Anche dopo esser stato ucciso, il passato, strisciando, ritorna. Ritorna ed uccide. Lo uccide. L’Uomo sale sul tetto del palazzo. 213 gradini. Le scale girano tutt’attorno all’edificio e s’arrestano lì, sul tetto. L’Uomo è stanco. Stanco di salire gradini, stanco di combattere, stanco di vivere. Stanco di guardare panorami vuoti dal tetto d’un palazzo vuoto. Stanco di guardare un cielo vuoto di stelle dal tetto di un palazzo vuoto. Guarda giù. Da bambino, aveva paura delle altezze, delle scale aperte, delle grate, dei tombini, dei pavimenti e delle pareti di vetro.

Ma quando la vita non ha più senso, nemmeno la paura ha più senso.

Sale sul parapetto. Sale sul parapetto e si erge, con un equilibrio nuovo, che mai aveva avuto. Se ne sta lì. Aspetta. Aspetta un momento. Che senso ha aspettare? Aspetti qualcuno? Chi aspetti? Aspetti qualcuno che ti fermi? Chi ti ferma? Aspetti qualcuno che ti ami? Chi ti ama? È questo, vero? Tu vuoi qualcuno che ti ami. Che ti fermi. Che, come l’Oceano fa con le sue onde, ti lasci andare e, all’ultimo secondo, ti riprenda fra le sue braccia. Tu vuoi qualcuno che ti salvi. Eppure sei arrivato fin qui, Uomo,sii sincero con te stesso. Non ti mancano i sentimenti, Uomo, né le emozioni, né le passioni. Non ti manca niente. Non sei vuoto, straripi. Com’un fiume in piena. Un fiume che solo l’amore può contenere.

Ti uccidi, Uomo, ma la verità è che tu ami la vita.

Tu ami la vita, è solo che non ti piace quella che t’è toccata. Non essere sciocco, Uomo. Non aver fretta, la Nera Signora arriva per tutti, prima o poi. E allora vivi, Uomo, recita la tua parte in quest’assurdo spettacolo della vita e chissà che non ti piacerà, che non vorrai più lasciare quel palcoscenico. E suona, Uomo, suona la vita. Ma l’Uomo non sa nulla. Non sa chi realmente è, dove va, cosa l’aspetta oltre ‘l parapetto. Cosa l’aspetta oltre ‘l buio. Però non teme nulla. Nulla può uccidere la sua libertà, in bilico su quel parapetto, nulla, nemmeno ‘l dolore. Lentamente si siede. I piedi abbandonati nel vuoto.

Aspetta. Si gusta gli spettacoli del mondo. Spettacoli grandiosi o patetici. Dipende dal finale. Il finale. La fine.

Stai seduto, Uomo. Stai seduto e aspetta. L’Uomo è seduto su d’una comoda poltrona di pelle. Davanti a lui, uno psicologo. Una scrivania di pregiato legno li separa. Ho un problema, Dottore, ma non so quale sia. Ma va tutto bene, Dottore, davvero. Va tutto bene. L’Uomo sembra felice. Sorride. Ha chiuso la porta, è uscito dalla stanza, è sceso dal parapetto, ha ripercorso i 213 gradini a ritroso, saltellando, è vivo. Sembra felice. Sembra. Felice. Cautamente, si china a raccoglier la vita sua. Con dolcezza ed accortezza, stringe tra le braccia ‘l suo violoncello. Con le dita, delicatamente, ne sfiora le corde, l’accarezza con l’archetto, soavemente.

Lo guarda. L’uccide. Con le mani tremanti lo spacca, si rompe ‘l cuore, si frantuma l’anima.

Col viso rosso e gl’occhi lucidi di pianto e rabbia e disperazione, in silenzio copre la sua maschera di dolore con le mani a pezzi e stringe pezzi di carne, di cuore, fra le dita piagate. Stringe e stringe, ma, come sabbia, tutto scivola via fra le fessure della mano. Come sabbia, la vita scivola via fra le fessure del dolore. Ma va tutto bene, Uomo, davvero. Va tutto bene. Qualcuno ti salva. Una soffusa luce inonda la stanza. L’inonda d’ombre. Inerpicati su muri, libri: neglette, obliate, impolverate, vite. Vissute e no, brandelli di memoria e cicatrici immaginarie, spezzoni di lacrime insinuatisi in commedie e frammenti di risa infiltratisi in tragedie, pianti guardati a colori e sorrisi ascoltati in bianco e nero. Il caos regna nella stanza.

Al centro, una Donna. Al suo fianco, una penna e dei fogli, per terra, spiegazzati, accartocciati, strappati.

La Donna fissa, apatica, la porta: è rimasta socchiusa. Lentamente, la chiude ed apre la finestra. Con un urlo straziante lancia fuori la catenina ch’aveva al collo. Un regalo del Mostro. Scoppia a piangere. Via. Va’ via. Va’ via. Va’ via. Il Mostro era fuggito, respinto dalle urla. Respinto dalla paura. Affrettatamente, avev’afferrato tutta la vita sua e, senz’un saluto, era fuggito. Il caos, intanto, aumenta. Aumenta il caos, aumenta la paura, aumenta ‘l pianto che la divora. Aumenta nella stanza, aumenta nella Donna. Aumenta la rabbia, la confusione, l’angoscia, il rifiuto. Eppur è tutt’immobile, tutto tace. Un assordante silenzio colma la stanza. Colma la Donna. Tanto da svuotarla, da non poter più nemmeno pensar un pensiero o un ricordo, che subito questo precipiterebbe, scivolando e rotolando, rovinosamente, nel vuoto.

Nel suo vuoto. Cautamente, si china a raccoglier la vita sua.

Con dolcezza ed accortezza, stringe tra le mani i suoi manoscritti, i suoi fogli sbattuti via, la sua penna. Con le dita, delicatamente, ne sfiora qualche pagina, accarezza con la punta della penna qualche riga, soavemente. Tutt’il vuoto, la musica, riempie. Riempie la stanza. Riempie la Donna. Le parole attraversano l’anima delle pagine e s’infilano nell’anima della Donna. La Donna scrive la sua vita e le pagine vivono e le pagine raccontano la sua vita ed ella vive.

La Donna, poi, però, esce dalla stanza e si scontra col mondo.

Cos’hai? Cos’è quella faccia? Cos’è successo? Niente. Non è successo niente. La Donna è solo stanca. La Donna è sola e stanca. Così dice. Non è successo niente. Il mondo la fissa, la indica, la addita, ma la Donna è lontana, è distratta, è distrutta, il suo sguardo è fisso nel vuoto. Ma non è successo niente, tranquilli, non è successo niente. Va tutto bene. La stanza, questa volta, è buia. Anche le stelle son scappate, stanotte. In sottofondo, solo l’eco pesante dei pensieri della Donna. Incubi tremendi, che la scuotono e la tormentano nella notte. Incubi che, nel buio, la strozzano. Lentamente. La Donna, senz’aria, si sveglia. S’alza di colpo, un colpo sordo, al cuore. Le manca l’aria, le manca la vita. Apre la finestra, ma ne entra solo ulteriore buio. Ulteriore soffocamento. Allora esce fuori, affronta ‘l buio, affronta ‘l vuoto. Vuoto. Il vuoto continua anche fuori.

Il caldo estivo è soffocante, la solitudine è palpabile, un velo di desolazione ricopre la città. Anche la città la soffoca e la schiaccia fra le sue mura strette.

La Donna è prigioniera. Ella stessa s’è imprigionata fra quelle mura, ella stessa s’è imprigionata nel suo corpo, nella gabbia della sua mente, nelle catene del suo cuore. Passeggia, solitaria, fra le sue rovine. Fra pezzi di coccio rimasti per terra, fra schegge di vetro schizzate via. Si rifugia in un vicolo stranamente affascinante, cerca la pace. Non trova nessuno. Solo freddi muri di mattoni antichi e sbiaditi. Solo l’edera, come unica ed insostituibile decorazione. S’arrampica fra quei mattoni, quasi a scappare, anch’essa, come la Donna. Sotto la luce flebile e dorata dei lampioni, la Donna all’improvviso smette di scappare. Smette di cercare. Smette di lottare. Un colpo dritto al petto la trafigge. Un colpo preciso e perfetto le strazia ‘l cuore, le lacera la carne. Un coltello la trafigge da parte a parte, le penetra tra le costole. Allarmata, si volta, si gira, scappa, cerca ‘l suo assassino. Ma tutto è vuoto, deserto. È passato. È il passato. Il suo passato.

Si porta le mani al viso, v’è sangue ovunque, la Donna vede rosso ovunque e grida e urla, sfinita. Nessuno la sente. Ed è forse questo ‘l dolore più grande.

Ed è forse la vita ‘l dolore più grande. E cosa mai può mancare, si chiede la Donna: benessere, fama, talento. Cos’altro ci serve da queste vite? Queste vite perfette ed invidiabili, eppur così vuote, insignificanti, senza senso. La Donna è stanca. Stanca della sua vita, del suo passato che, imperterrito, ritorna. Anche dopo esser stato ucciso, il passato, strisciando, ritorna. Ritorna ed uccide. La uccide. La Donna cammina sui binari. 213 passi. Lenti. Le rotaie sono infinite, orrendamente dritte e proiettate nel vuoto. La Donna è stanca. Stanca di camminare, stanca di combattere, stanca di vivere. Stanca di guardare infiniti vuoti dal letto di binari vuoti. Stanca di guardare un cielo vuoto di stelle da un pezzo di rotaia vuoto. Guarda dritto davanti a sé. Un treno. Da bambina, aveva paura delle infinità, del vuoto, delle grate, dei tombini, dei pavimenti e delle pareti di vetro. Ma quando la vita non ha più senso, nemmeno la paura ha più senso. Continua a camminare. I binari tremano. Si siede s’una rotaia. Il treno urla. Lei se ne sta lì. Aspetta. Aspetta un momento. Che senso ha aspettare? Aspetti qualcuno?

Chi aspetti? Aspetti qualcuno che ti fermi? Chi ti ferma? Aspetti qualcuno che ti ami? Chi ti ama? È questo, vero?

Tu vuoi qualcuno che ti ami. Che ti fermi. Che, come l’Oceano fa con le sue onde, ti lasci andare e, all’ultimo secondo, ti riprenda fra le sue braccia. Tu vuoi qualcuno che ti salvi. Eppure sei arrivata fin qui, Donna, sii sincera con te stessa. Non ti mancano i sentimenti, Donna, né le emozioni, né le passioni. Non ti manca niente. Non sei vuota, straripi. Com’un fiume in piena. Un fiume che solo l’amore può contenere. Ti uccidi, Donna, ma la verità è che tu ami la vita. Tu ami la vita, è solo che non ti piace quella che t’è toccata. Non essere sciocca, Donna. Non aver fretta, la Nera Signora arriva per tutti, prima o poi. E allora vivi, Donna, recita la tua parte in quest’assurdo spettacolo della vita e chissà che non ti piacerà, che non vorrai più lasciare quel palcoscenico.

E scrivi, Donna, scrivi la vita.

Ma la Donna non sa nulla. Non sa chi realmente è, dove va, cosa l’aspetta oltre ‘l treno. Cosa l’aspetta oltre ‘l buio. Però non teme nulla. Nulla può uccidere la sua libertà, in bilico su quei binari, nulla, nemmeno ‘l dolore. Lentamente si alza. I piedi nudi passeggiano nel vuoto. Torna indietro. Aspetta. Si gusta gli spettacoli del mondo. Spettacoli grandiosi o patetici. Dipende dal finale. Il finale. La fine. Torna indietro, Donna. Torna indietro e aspetta. La Donna è seduta su d’una comoda poltrona di pelle. Davanti a lei, una psicologa. Una scrivania di pregiato legno le separa. Ho un problema, Dottoressa, ma non so quale sia. Ma va tutto bene, Dottoressa, davvero. Va tutto bene. La Donna sembra felice. Sorride. Ha chiuso la porta, è uscita dalla stanza, è scesa dai binari, ha ripercorso i 213 passi a ritroso, correndo, è viva.

Sembra felice. Sembra. Felice.

Cautamente, si china a raccoglier la vita sua. Con dolcezza ed accortezza, stringe tra le mani i suoi manoscritti, i suoi fogli sbattuti via, la sua penna. Con le dita, delicatamente, ne sfiora qualche pagina, accarezza con la punta della penna qualche riga, soavemente. Li guarda. L’uccide. Con le mani tremanti li strappa, si rompe ‘l cuore, si frantuma l’anima. Col viso rosso e gl’occhi lucidi di pianto e rabbia e disperazione, in silenzio copre la sua maschera di dolore con le mani a pezzi e stringe pezzi di carne, di cuore, fra le dita piagate. Stringe e stringe, ma, come sabbia, tutto scivola via fra le fessure della mano. Come sabbia, la vita scivola via fra le fessure del dolore. Ma va tutto bene, Donna, davvero. Va tutto bene. Qualcuno ti salva.

Camilla Frattolillo – Idea di: Bruno Pierre Bezerra Marques.

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