Caro coronavirus,

per fortuna ancora non ci conosciamo direttamente, ma ormai tutti sappiamo chi sei. Il tuo nome è onnipresente, si legge dappertutto. Questa è la dodicesima alba con te in cima ai miei pensieri. Sarai contento, in pochi giorni hai raggiunto la notorietà dei vip. È successo all’improvviso, forse neppure tu potevi immaginare di arrivare, in tempi così brevi, alla vetta della fama mondiale. Da quando ci sei, il mondo mi sembra cambiato: sei il primo argomento dei telegiornali, hai rivoluzionato a forza le nostre abitudini, sono tutti concentrati su di te: i ricercatori cercano di isolarti, lo fanno alacremente, i biologi esaminano centinaia di tamponi giornalieri alla tua ricerca, gli addetti della protezione civile e le forze armate fanno turni h24 per assicurare ordine nelle zone rosse e gialle, i politici si presentano quotidianamente davanti ai microfoni con nuove possibili soluzioni, ma tu rimani irraggiungibile. Con questo darsi da fare nel mondo contro di te che sei nemico comune, mi pare di intravedere un nuovo e inaspettato senso di unità generale, una collaborazione genuina, quasi una fratellanza ormai scomparsa dai rapporti sociali. Da un lato ci sei tu, dall’altro il genere umano ravvicinato e pronto a combatterti. I parenti e gli amici vicini e lontani si chiamano per solidarietà e per informarsi della reciproca salute, i capi di Stato supervisionano la situazione nei luoghi più colpiti e si adoperano con ogni mezzo per migliorare la situazione, il Papa prega per i contagiati. Ho il sottile sospetto che tu, potenzialmente pericoloso certo (ma solo per anziani e gente già affetta da altre patologie), tu che vieni associato alla parola pandemia, stia avendo inaspettatamente anche effetti benefici. Tu, invisibile, infinitesimo essere, stai mettendo in ginocchio l’economia mondiale, ormai sei tra noi, mimetizzato, per alcuni innocuo, ma semini panico più col pensiero che con la reale diffusione. Sei un virus del corpo, ma agisci molto di più sulla mente, anche da lontano, senza alcun contatto, ed è lì che fai danni peggiori. Nei supermercati amuchina, candeggina, alcool sono ormai introvabili come le mascherine vendute in rete a cifre esorbitanti, gli scaffali dei generi alimentari la sera rimangono vuoti, prontamente riempiti durante la notte. La gente cammina frettolosa e un colpo di tosse o uno starnuto genera sospetti e ansie che mai avremmo immaginato. Le città e i luoghi di aggregazione come cinema, teatri, locali sono vuoti e mostrano una triste inattività a cui non siamo abituati, sembrano set abbandonati di un film rimasto a metà, ma adesso puoi ammirarne i dettagli, le particolarità a cui prima non avresti fatto caso. Le strade, le piazze e i monumenti sgombri da traffico si mostrano nei loro colori cangianti pronti a diventare ispirazione per fotografi, pittori, artisti e scrittori. I nostri occhi scoprono città, paesi e panorami di cui non si erano mai accorti per la fretta, e possono fermarsi, indugiare sulle anomalie, riflettere su di esse, percepirne la bellezza, la poesia. Per fortuna dunque questa paura, questo dilagante delirio che si è innestato sulle nostre menti, non produce gli stessi effetti per tutti. Alcuni hanno questa straordinaria capacità di resistere alle pressioni da panico pandemico e, seppur chiusi in casa, non si annoiano: si legge, si studia, si suona, si cucina, si guarda un film interessante, si pensa a nuovi progetti, si discute, insomma per alcuni eletti l’isolamento si trasforma in un’occasione di silenzio salutare, un’opportunità di riflessione su grandi e piccole tematiche, ma più di tutte su vita, morte, sulle nostre meschinità e su quelle del mondo che ci circonda e alle quali, fin troppo spesso, non prestiamo attenzione volgendo la mente ad altro. Quest’obbligo a fermarci, a guardarci dentro forse è la peggiore delle esperienze. Lo specchio interiore che ci riflette non sempre ci lascia contenti. Ma forse questa immagine con la quale siamo costretti a confrontarci è il miglior antidoto per una buona coltivazione di noi stessi, perché quella immagine riflessa sta a noi costruirla giorno per giorno e, casomai, migliorarla. Ecco, forse sei nato inviato a questo scopo, perché la paura di te fa più breccia dentro il cuore, la mente e la nostra più intima essenza e ci obbliga a fare i conti col nostro io. Un io che esige attenzione, che bisogna costruire con fatica e impegno, a cui bisogna dedicarsi con amore. Allora forse spegnere la televisione delle chiacchiere inutili, i social petulanti, i contatti frivoli può lenire non solo la paura, ma può essere un’opportunità di retrocedere dalla realtà esterna e dedicarsi alla vera coltivazione di noi stessi, ad una crescita umana improntata ai veri valori e ad un amore autentico per noi stessi e per chi ci sta accanto dai quali quotidianamente ci allontaniamo per rincorrere obiettivi futili e una felicità effimera che non ci rendono mai sazi. Gli obiettivi veri e buoni si ottengono solo con tempo e fatica, a dispetto di un mondo che va sempre più veloce. La serenità non è mai fuori, in un altrove lontano, ma va cercata sempre dentro di noi.

Quindi caro coronavirus, continuo ad augurarmi di non conoscerti personalmente, ma ti rispetto perché credo che tu abbia reso un servizio utile alle menti umane più affinate: un attimo di pausa dall’opprimente velocità a cui siamo quasi assuefatti. Ti ringrazio per questa opportunità. Ti ricorderò sempre come un fastidioso pungiglione, una bacchettata sulle mani che ti fa intravedere la retta via: starà a noi seguirla per il resto della vita.