Come fanno le ostriche

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Come fanno le ostriche

Se lo portava dietro come un tesoro, il suo dolore.

Quasi fosse un gioiello, una perla da sfoggiare.

Che poi lo era, una perla.

Come fanno le ostriche, aveva preso il suo dolore che come un detrito marino le si era ficcato dentro senza chiedere permesso e lo aveva ricoperto, piano piano, strato dopo strato: lo aveva trasformato in una perla.

Ed eccolo qui, il suo dolore, trasformato in una cosa bella.

Non era stato facile, non era stato per niente facile. All’inizio aveva pensato che fosse impossibile trovare qualcosa di buono in quello che le era accaduto. Si era lasciata travolgere dal dolore, come sotto un’onda che ti investe e non ti fa tornare a galla: più cercava di tornare su e più la spingeva a fondo. Il dolore l’aveva attraversata e adesso lei lo guardava e pensava ‘Guarda cosa sono stata capace di fare!’ e volte si chiedeva ‘Ma davvero sono stata io?’

Si! Era fiera di sé stessa.

Quando l’ennesimo uomo sbagliato, dopo quello troppo grande, quello troppo geloso, quello violento, quello tossico, l’aveva lasciata a morire sul marciapiede, nel suo stesso sangue, quel dolore, stavolta anche fisico, l’aveva risvegliata dallo stato di assuefazione in cui viveva da quando aveva diciotto anni.

La solitudine l’aveva spinta tra le braccia di un fidanzato geloso, che non le aveva permesso di iscriversi all’Università. Poi tra le braccia di uno che poteva essere suo padre e sembrava così premuroso, così attento, ma era solo un ragno che l’avviluppava dentro la sua ragnatela, per renderla del tutto dipendente da lui, economicamente e emotivamente.

E infine lui, che dopo ogni schiaffo sembrava più innamorato di prima, che dopo il primo pugno, i primi punti, il primo No mamma ho sbattuto allo spigolo della dispensa, aveva pianto e le aveva promesso che non sarebbe mai più successo.

Ma poi era successo.

E lei non poteva credere di meritare le botte, i calci, gli sputi… la solitudine.

E allora si era obbligata a credere che lui non potesse vivere senza lei, che quel ceffone fosse solo amore.

Le aveva chiesto di sposarla e di andare a vivere insieme.

Lei sapeva che ogni sera, un qualsiasi gesto o una frase detta male lo poteva far esplodere.

E si era data la colpa, si era maledetta per aver cotto troppo il pollo. Era colpa sua se lui aveva dovuto infilarle la testa nella pattumiera insieme a quello schifosissimo pollo stoppaccioso! Era colpa sua se una sera, mentre vedevano la partita sul divano, le era venuta voglia di un bicchiere di latte, si era alzata e aveva fatto inavvertitamente cadere la sua birra.

Se lei non avesse versato a terra la birra, lui non avrebbe dovuto pulire coi suoi capelli. E per fortuna che la bottiglia non si era rotta! Per fortuna non c’erano vetri in terra! Era stata fortunata, molto fortunata!

Viveva piano, da allora, con movimenti ovattati e voce sottile, non doveva sbagliare.

E non aveva più commesso errori, ne era certa! Eppure lui aveva trovato un motivo per farle la pipì addosso, una notte mentre lei dormiva. Si era svegliata sognando di correre in un prato sotto la pioggia, in fondo lei, voleva solo un po’ di libertà. Quando aveva aperto gli occhi aveva visto un würstel scuro che le versava addosso un liquido, poi aveva sentito la puzza.

Che cosa aveva fatto? Se lo era meritato anche stavolta? In che modo poteva uscirne?

Non lo sapeva e anche se non aveva più paura di restare sola, non sapeva come farla finita.

Forse farla finita era l’unico modo. Una volta lo aveva davvero preso in considerazione e se non avesse amato tanto sua mamma e suo papà, l’avrebbe fatto, perché invece la vita non l’amava più. Avrebbe voluto solo lasciarsi inghiottire dalle onde.

Ed ecco il suo dolore, forte acuto spavaldo incurante.

Un dolore egoista che si cibava di lei. A lui, al suo dolore, non importava chi avesse colpe. Lui, il suo dolore si nutriva della sua sofferenza e ci stava comodo: ci si appallottolava come un gatto e pareva sorridere sadico mentre i suoi capelli grondavano urina.

Poi semplicemente, lui l’uomo del würstel l’aveva quasi uccisa, per strada, davanti a tutti.

Era finito in carcere.

Lei aveva dormito una settimana, in un letto d’ospedale e quando si era risvegliata sembrava averlo fatto grazie al bacio di un Principe Azzurro. Il suo nuovo amore: il suo orgoglio, la sua forza, la sua resilienza.

Era sopravvissuta alla sua codardia e alla sua ingenuità, ma non se ne vergognava. Aveva accolto e avvolto il suo dolore, lo aveva ricoperto, piano piano dentro sé, per trasformarlo in una perla.

E ora quella perla splende sotto al suo bel sorriso, mentre parla con donne come lei, che hanno paura e non hanno coraggio o non sanno come si fa. Alcune non sanno nemmeno che è sbagliato. Lei e la sua perla adesso accolgono le piccole anime fragili che cercano un posto sicuro in cui rinascere.