Grovigli a cena

166

Grovigli a cena


Ma tu che ne sai

di quanto fa male ogni giorno

sentirsi dire che non c’è ritorno

che non sei quercia ma bonsai,

che la solitudine non la superi mai?

Tu la senti questa vena?

Pullula, pompa fino a scoppiare

di veleno. Lo bevo per cena

ogni sera.

Tu cosa mangi per cena?

Io la zuppa mia piangente,

come il salice e Maria.

Se avanza c’è anche a colazione,

bevo tutto e corro via.

Ma tu lo sai dove si corre

se hai sassi lì sul petto?

Non respiro, ma ti aspetto,

ci vediamo a mezzanotte.

Nel silenzio e nella notte,

ecco, arrivi senza biglietto.

Come un cielo in una stanza,

un giudizio universale personale.

Quante storie e quanti inganni,

notti insonni, tosse e malanni.

Hai osservato letti soli,

mani sole e desolazione

che si cercano e si trovano.

Hai visto volti nuovi,

cosce note a colazione.

Hai contemplato tanto amore,

torce rosse, ardenti ed arse.

Di riparo le hai cosparse,

come le grida e la disperazione.

Tu solo sai chi siamo

nel profondo del silenzio,

che è più assordante di un fucile.

Spara! Spara! Spara!

Lì mi hai visto – sanguinante-

Io gemevo ma ero ferma,

dentro me un mostro nero

mi lacerava – ed io ero statua.

I suoi rami si spandevano per

colonizzare i miei organi.

Il mio battito incespicava,

asmatico il respiro,

i pugni nello stomaco.

Il suo nome è innominabile,

definirlo è già un confine.

Vive in me, è sangue e bile.

Mi distrugge ma ci sguazzo,

mi accarezza quando piango,

lo combatto e lo rimpiango.

È una guerra, ma chi vince?

Un fronte solo e una trincea

Se gli sparo, non respiro,

mi dilanio se lui vive.

Sono in guerra, ma a chi miro?

Dentro ho un vuoto,

ma lui lo colma e lì mi infetta,

mi sorseggia se mi giro,

mi prosciuga e più non nuoto.

Stai tranquillo, è solo un gioco.

Vieni per cena, io sono il cuoco.


Grovigli a cena