I segreti del convento

Vestite di bianco e nero le monache ricevevano le visite dei loro parenti e accoglievano i turisti desiderosi di sperimentare i ritiri spirituali ed immergersi in un clima di quiete assoluta, lontano dal mondo.

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I segreti del convento

I SEGRETI DEL CONVENTO

Il chiosco brulicava di piccoli esseri minuscoli che, visti dall’alto, sembravano allegri pinguini.

Vestite di bianco e nero le monache ricevevano le visite dei loro parenti e accoglievano i turisti desiderosi di sperimentare i ritiri spirituali ed immergersi in un clima di quiete assoluta, lontano dal mondo.

Si era ai primi di agosto, un’aria calda da togliere il fiato, il cielo soffuso di quella rara foschia, carica di umidità, che preannuncia la pioggia.

Sotto il loggiato l’ombra perenne dava un po’ di ristoro, le aiuole coltivate con cura odoravano di erba fresca e le rose erano sbocciate grazie all’acqua del pozzo situato al centro del convento che permetteva alle operose suore di annaffiare ogni giorno abbondantemente.

Suor Chiara aveva solo vent’anni e si trovava in quel luogo nascosto agli occhi del mondo perché era il suo rifugio, l’ultimo approdo di un’esistenza piena di sofferenze e privazioni.

Sua madre l’aveva abbandonata alla nascita, oramai ne aveva la conferma, era iscritta all’elenco dei ‘trovatelli’ di un arido registro riservato, cui lei aveva avuto accesso dopo aver inoltrato ripetute richieste.

Per lei un tempo infinito, durante il quale a sostenerla erano, come di consueto in queste situazioni, la curiosità di sapere perché era stata adottata e l’illusione che forse avrebbe ritrovato la sua vera madre.

I genitori adottivi le avevano sempre nascosto la verità per paura di perderla, il loro non era vero amore, ma un attaccamento morboso a quella che sarebbe dovuta diventare il ‘bastone della vecchiaia’ , la spalla su cui piangere e lamentarsi, il capro espiatorio degli errori che commettevano senza nemmeno accorgersi.

Erano persone prive di cultura caratterizzate da una mentalità ristretta ed un’educazione severa, gente piena di denaro, che amava far trasparire sfacciatamente dallo stile di vita, ricco dei simboli del successo.

La macchina ultimo modello, gli abiti alla moda, la tappezzeria del divano e delle poltrone sostituiti al primo accenno di logorio, i tendaggi e le tinteggiature alle pareti spesso rinnovati.

La Madre Badessa dell’Orfanotrofio aveva accolto di buon grado l’istanza della coppia che voleva adottare una bambina, sembrava gente così perbene, aveva persino elargito un lauto compenso al convento perché potessero acquistare nuove culle e nuovi lettini.

E di culle e di lettini ve ne erano usciti anche in avanzo.

L’avevano chiamata Diletta e già prima che uscisse dal convento avevano preteso che la piccola fosse cambiata e indossasse quei preziosi vestitini cuciti a mano da un’abile sarta fatti di pizzi e trini, fiocchi e balze, sulla testina una cuffia color rosa pallido che circondava il volto di quel fagottino di appena pochi giorni.

La Madre Badessa, prima di congedarli, aveva consegnato ai genitori adottivi un piccolo pacco dicendo: “Prendete, è tutto ciò che resta alla neonata, l’unica testimonianza del suo passato” e aveva mostrato lo scarno contenuto, un piccolo lembo di stoffa scolorita e consunta dagli anni, un tessuto di seta pura damascata colore verde con le rifiniture solo da un lato, poiché la stoffa era stata strappata.

Lungo il tratto di stoffa ancora intatta era cucito un pizzo lavorato all’uncinetto, dal quale pendevano piccoli mappi di colore giallo e quasi nascosta compariva una scritta: ‘Made in Japan’.

La nuova madre della piccola aveva guardato quella stoffa con aria di sufficienza, quasi seccata, ma si era sforzata di non darlo a vedere e mentre si allontanava rimuginava tra sé: “Mia figlia non vedrà mai questa stoffa e mai saprà di essere stata adottata!”.

La verità Desiderata l’aveva appresa un giorno di primavera a scuola, quando le amiche, riunite in un angolo del giardino antistante l’edificio, sembravano scambiarsi segreti indicibili osservandola ad intervalli regolari.

Con coraggio si era avvicinata ed aveva chiesto cos’era che lei non dovesse sentire, visto che di quel gruppo festante dell’ora di merenda, di cui aveva sempre fatto parte, quel giorno sembrava evitarla.

Così era accaduto che una di loro aveva parlato, mentre le altre annuivano, e le parole l’avevano ferita come lame taglienti :- “Quelli che tu chiami papà e mamma non sono in realtà i tuoi veri genitori, sei stata adottata! Mia madre lo sa bene, non mi racconterebbe mai certe fandonie se non ne fosse sicura”.

Era stato così che la verità era venuta a galla in tutta la sua crudezza.

Sua madre appena adolescente era rimasta incinta, l’aveva partorita da sola con grande dolore ed un lunghissimo travaglio, e dopo aver attraversato i campi di notte l’aveva abbandonata lungo i margini di un fosso.

Era riuscita così a disfarsi della ‘prova del peccato’, certa com’era che la sua famiglia, cui fino a quel momento era riuscita a nascondere la gravidanza, l’avrebbe cacciata di casa e la società giudicata per sempre come una ‘reietta’.

Senza provare rimorsi, senza sospettare che la sua mente fosse malata, compromessa dai lunghi mesi di gravidanza sopportata a stento, a lungo ‘odiata’, l’aveva abbandonata così, nella speranza che morisse.

Era stata una contadina intenta a ripulire il fosso dagli arbusti a ritrovarla, dopo aver udito un suono emesso ad intervalli, che era un misto tra i vagiti e il pianto.

L’aveva subito raccolta, rivestita e consegnata al più vicino monastero posandola sulla ‘ruota dei trovatelli’, nella certezza che qualcuno si sarebbe preso cura di lei.

Sconvolta, ferita, offesa, quasi sentendosi derisa, appena giunta a casa Diletta, questo era il nome che le avevano dato, aveva chiesto ai genitori quale fosse la ‘vera’ verità ed essi insistentemente negavano.

Trascorrevano così ore di grande apprensione per loro e di disperazione per Diletta, la quale aveva deciso che per punirli delle loro luride menzogne, appena avesse potuto, se ne sarebbe andata via per sempre da quella casa.

Raggiunta la maggiore età infatti, non erano certo il loro amore egoista a trattenerla né il senso di colpa per ciò che stava per fare.

Convinta di aver preso la decisione ‘giusta’, fermamente decisa ad abbandonarli al loro destino e lei andare per la sua strada, un bel giorno se n’era andata di casa portando con sé quattro stracci e sbattendo la porta.

Nel convento dove aveva scelto di rifugiarsi le monache l’avevano accolta bene sin da subito, la Superiora aveva parlato a lungo con lei cercando di scandagliarne a fondo la personalità, coglierne le emozioni, carpirne i sentimenti, eppure non era riuscita a conoscere la verità.

Alla solenne cerimonia dei voti la Superiora, affezionatasi profondamente a lei, aveva voluto vestirla di persona, calzandole quegli abiti dal colore smunto che tanto erano distanti da quelli indossati da Diletta nella vita di tutti i giorni: la tonaca, il velo, la cocolla e lo scapolare, simboli della sottomissione alla volontà di Dio, della povertà e dell’umiltà.

Quanto al nome da suora Diletta aveva scelto di chiamarsi Chiara, come la sua amica d’infanzia, la più cara e affezionata, quella con cui aveva condiviso per anni i giochi e l’allegria, unica che l’aveva capita, lasciando che piangesse a lungo sulla sua spalla nei momenti di maggiore sconforto.

Per lei iniziava una nuova vita, finalmente aveva la possibilità di studiare e non limitarsi ad apprendere l’arte del cucire, cucinare, lavare, stirare e riassettare la casa come volevano i suoi, intenti a tirar su la ’ donnetta di casa esemplare ’, destinata al ruolo obbligato di moglie e madre.

Ora era libera, e non si sentiva certo reclusa fra quelle pareti spoglie, così come entro i muri della sua celletta; d’altronde i genitori non la lasciavano che uscire molto di rado, non le facevano frequentare le amicizie più care e non acconsentivano che conducesse una vita al pari delle sue coetanee, che lei invidiava.

Aveva scelto d’intraprendere gli studi di Scienze Naturali, si sentiva attratta dalle numerose varietà di erbe che le consorelle coltivavano nel piccolo fazzoletto di terra retrostante il convento, il posto più soleggiato e si era dedicata con grande abilità alla coltivazione delle erbe officinali, mostrando una particolare dedizione per una pianta altamente tossica: la ‘cicuta virosa’, nota per le sue indicazioni calmanti.

Dai libri aveva appreso che le proprietà medicamentose della cicuta, così come quelle tossiche, erano già note secoli prima ed era usata come narcotico, antispasmodico, antitetanico e antirabbico.

Gli Ippocratici la usavano sia per via esterna che per via interna, i Greci preparavano con i frutti immaturi il veleno da somministrare ai condannati a morte.

La componente più nociva di questa pianta era la ‘conilina’, un alcaloide attivo, soprattutto nella cicuta maggiore, che agiva a livello delle sinapsi neuromuscolari.

Le suore la utilizzavano sotto forma di tisana, in minima quantità, a scopo curativo e lenitivo per trattare in particolar specie il dolore nelle consorelle più anziane.

Suor Chiara accudiva amorevolmente suor Concetta, la più avanti negli anni di tutta la comunità, molto malata e piena di acciacchi, ed ogni sera era solita recarsi al suo capezzale per somministrarle la bevanda che si premurava di dolcificare con abbondante miele di api.

Bevi suor Concetta, vedrai che tra un po’ ti sentirai meglio e potrai riposare…”

Le leggeva poi dei passi delle Sacre Scritture presi a caso dal grosso libro della Bibbia che era sul comodino, ma tornava sempre su quello che suor Concetta amava tanto ascoltare: il ‘Cantico dei cantici’.

Ogni volta che suor Chiara apriva quel libro dalla copertina indurita dal tempo, lucidato nei punti in cui le dita lo avevano levigato, riportante un’elegante scritta placcata in oro: “La Sacra Bibbia”, provava la stessa sensazione.

In quel testo lei trovava tutte le cose già accadute nel mondo, gli uomini e le donne conosciuti, i suoi genitori adottivi, persino sua madre…

Leggeva e rileggeva fino a che l’anziana donna non si addormentava, solo allora lei si allontanava stanca per ritornare nella sua celletta, ove continuava a leggere e pregare sino a tarda notte.

Aveva imparato a recitare a memoria molti passi, mostrando predilezione per il discorso della montagna: “Beati coloro che …”

Trascorrevano i mesi e la stagione cambiava.

Un mattino fresco di ottobre giungeva al convento un gruppo di fedeli di una lontana città, in testa il loro parroco che dopo i necessari convenevoli si era messo a discutere con la superiora quale sistemazione dare ai suoi seguaci, pronti a frequentare gli esercizi spirituali.

Tra di essi vi era una donna di circa trentotto anni che suor Chiara aveva notato subito per gli abiti dai colori sgargianti, i capelli arruffati di un biondo finto ben riconoscibile anche a distanza e l’espressione noncurante del mondo circostante come di una persona che si reca in quei luoghi tanto per fare ‘un’esperienza diversa’, mentre in cuor suo in realtà pensa: ‘se non fa bene, non farà neanche male…’.

Era rimasta sconcertata, e si chiedeva come avesse fatto quella donna così diversa ad inserirsi in un gruppo di persone all’apparenza tanto devote e composte.

Al momento restava un mistero che nei giorni a venire si era ripromessa di scoprire, tanta era la curiosità che si era impadronita di lei.

I giorni passavano puntuali seguendo alle notti, comparivano e scomparivano le albe ed i tramonti, si alternavano il sole e la pioggia.

E fra Vespri e Lodi al Signore, Litanie e ritiri spirituali la signora mostrava sempre la stessa indifferenza, se ne stava immobile per delle ore seduta nella panchina, lo sguardo fisso al ritratto di una ‘Madonna con Bambino’ dipinto nel muro del loggiato, apparentemente insensibile a tutto ciò che le succedeva intorno.

Che strana donna è costei, chissà quale passato ha alle spalle…” pensava suor Chiara, qualcosa la scostava da lei, una sorta di disprezzo inconscio, una repulsione istintiva e spontanea, ma al contempo si sentiva fortemente attratta senza riuscire a darsi una spiegazione quando la donna rispondeva con gentilezza alle sue numerose domande che lei le rivolgeva ogni tanto, rompendo l’incanto della sua solitudine.

In certi tratti del volto, alcune espressioni del viso ed i gesti delle mani rivedeva lei stessa ed era curioso tutto questo perché suor Chiara era certa che fossero come l’alfa e l’omega, lo Zenit ed il Nadir.

La conferma che invece si somigliassero davvero in qualcosa l’aveva avuta il giorno che la donna di nome Adele si era tolta le scarpe, seduta sulla panchina del loggiato, intenta a lamentarsi per quanto dolore aveva ai piedi.

Erano orribilmente deformi, la donna era piena di artrosi nonostante non avesse un’età avanzata.

Suor Chiara si era proposta subito di aiutarla, sapeva di poterle praticarle dei massaggi con i suoi unguenti benefici e alla domanda se il gesto fosse stato gradito la donna aveva risposto, sorridendo già grata, di ‘si’.

Non appena aveva accolto sulle ginocchia il piede sinistro, poggiandolo sulla sua tonaca, Suor Chiara aveva notato una distanza rilevante tra il mignolo e le altre dita, qualcosa di ridicolo se non le avesse già notate ai suoi piedi provando lo stesso disgusto.

Avevano i piedi identici, persino le unghie larghe ed appiattite, a Chiara sembravano ridicole e sgraziate ma erano proprio del tutto simili.

E tutto iniziava a svolgersi in un lampo nella mente di suor Chiara, offuscata da mille pensieri.

La confusione era massima, troppe le domande, ma non un filo di voce per chiedere qualcosa, nemmeno un bicchiere d’acqua del quale avrebbe avuto tanto bisogno.

Le tempie le pulsavano con violenza, il cuore aveva accelerato i suoi battiti, le sembrava che la testa le scoppiasse.

Trovata una scusa banale si allontanava recandosi nell’ufficio della superiora, chiedendole di intrattenere con una scusa qualsiasi la signora Adele il più tempo possibile.

Le aveva confidato ciò che pensava, forse aveva ritrovato la sua vera madre, però aveva bisogno di prove e in maniera soppiatta dopo pochi minuti, accertatasi che la Signora Adele si fosse recata a colloquio nell’ufficio della superiora, s’introduceva nella sua camera.

Iniziava frugare ovunque, aveva rovesciato la bottiglia d’acqua sul comodino, aperto il cassetto ma di documenti neanche l’ombra, solo vettovaglie.

Mentre rovistava nell’armadio scorgeva oltre agli abiti, un golfino, due camicette e un maglione, continuando affannosamente a frugare, poco prima che la rassegnazione e la delusione l’assalissero notava, piegata sul fondo, una bella coperta di seta leggera, damascata, dal colore verde con dei mappi gialli lungo il bordo lavorato all’uncinetto.

Improvvisamente si era sentita mancare, ricordava dove aveva già visto quella seta, nella soffitta di casa sua, un giorno che era andata a rifugiarsi per giocare con le bambole, di nascosto dei suoi genitori che le avevano severamente vietato di recarsi in soffitta.

L’aveva sorpresa sua madre mentre cullava Carlotta, la sua bambola preferita, tenendola dolcemente in braccio avvolta in un panno che aveva trovato per caso, rovistando tra le vecchie cose; era di stoffa damascata colore verde, liscia e morbida riportava la scritta “Made in Japan”, non sapeva ancora leggere e non capiva ma ora che rivedeva ‘ricordava’.

Con estrema durezza sua madre le aveva strappato di mano il lembo di stoffa rimproverandola aspramente, al che Diletta si era messa ad implorare: “No mamma, Carlotta ha freddo, non togliermi la copertina, ti prego!”, ma sua madre le aveva risposto urlando inferocita, con gli occhi iniettati di sangue: “Ti faccio vedere io come va a finire questo straccio sporco e puzzolente, vieni con me così un’altra volta impari a disobbedire, ti avevo proibito di venire in soffitta!”.

Trascinata a forza la bambina lungo le scale a spinte e strattoni, l’aveva portata in giardino, aveva gettato dell’alcool sul pezzo di stoffa e lanciato sopra un fiammifero acceso, appiccando il fuoco.

Rideva con un ghigno maligno e la soddisfazione di aver eliminato per sempre le prove che legavano Diletta, sua unica figlia voluta a tutti i costi, al suo passato di trovatella.

Mentre il lembo bruciava la bambina urlava e piangeva, si disperava, non capiva il perché di tanta cattiveria e non si spiegava la crudele reazione di sua madre.

Ora aveva la certezza, Adele era sua madre.

D’improvviso Adele rientrava nella stanza dove sorprendeva suor Chiara con le lacrime agli occhi, il volto stravolto, i suoi vestiti sparsi alla rinfusa sul pavimento e la coperta di damasco poggiata sulle ginocchia, stretta in un abbraccio.

Figliola stai male, avevi bisogno di qualcosa, volevi un mio vestito forse? Te ne piace qualcuno? Non preoccuparti posso dartelo, siamo alte uguali, forse dovrai stringerlo un po’ perché tu sei così magra…ma non farti vedere così mi fa male, dimmi, come posso aiutarti?”

Suor Chiara non aveva risposto, si era risollevata da terra e farfugliava qualcosa come:“mamma….mamma…” , ma non si capiva bene.

Anche Adele a quel punto aveva intuito qualcosa, da tempo suor Chiara le faceva troppe domande, voleva sapere del suo passato, se aveva avuto dei figli, se era sposata e da quanto tempo, quanti uomini c’erano stati e quante avventure avesse avuto in età giovanile, se era stata amata o tradita.

Nutriva un sospetto grave e pesante mentre faceva velocemente dentro di sé il calcolo di quanti anni avrebbe avuto oggi quella figlia se, invece che morire come lei aveva sperato, fosse invece sopravvissuta.

Tremava come una foglia dalla paura, ma con fare deciso e l’espressione apparentemente tranquilla aveva cercato di aiutarla a risollevarsi da terra e non appena riaccompagnata all’uscio, certa che se ne fosse andata, aveva deciso di fare i bagagli in tutta fretta e di andarsene via dal convento, scappando come un ladro di notte.

Adele abitava a trecento chilometri di distanza da quell’eremo, erano molti, sarebbe stata al sicuro; la figlia a quel punto era una minaccia.

Era assalita dalla paura terribile di essere stata scoperta poichè se la neonata era sopravvissuta al tempo dell’abbandono chi l’aveva trovata avrebbe potuto lasciarla avvolta in quel panno di seta dal quale lei aveva strappato un lembo, per disfarsene il più in fretta possibile.

Altrimenti per quale motivo aveva trovato suor Chiara in singhiozzi, incollata a quella stoffa, versante lacrime sulla seta come stille di sangue?

Preferiva non saperlo, e fuggendo l’abbandonava per la seconda volta.

Suor Chiara non aveva chiuso occhio durante tutta la notte e rimuginava fra sé mille pensieri, mille congetture.

Al mattino di buonora, poco prima dell’alba, aveva letto la Bibbia e pregato, recitando i versetti che conosceva a memoria.

Quando il sole era alto, con gesti calmi e posati, non si era vestita da suora come ogni giorno ma aveva indossato il vecchio abito con cui era entrata in convento che le stava un poco stretto e corto.

Si era poi recata nell’ufficio della madre superiora e le aveva parlato così: ”Cara madre, lei non sa cosa sto per rivelarle, è una cosa grande, grandissima, una gioia che mi riempie il cuore e mi fa venire i brividi al solo pensiero…forse ho ritrovato la mia vera madre! Si tratta della signora Adele capisce, sono sempre più sicura, è lei, deve essere lei…”.

Mi dispiace figliola ma la signora Adele è andata via ieri in tarda serata, ha voluto che le chiamassi un autista e ha detto che si faceva accompagnare alla stazione per tornare al suo paese, diceva che doveva andare da sua sorella che si è improvvisamente ammalata. Ma ne sei sicura? Come fai a dire questo?”.

Non ne sono proprio sicura, ho solo dei sospetti ma ‘sento’ che può essere lei e adesso che mi dice che se n’è andata mi sento mancare il terreno sotto ai piedi, ma perché l’ha fatto, proprio ora che ci eravamo ritrovate..”, e si era gettata fra le braccia della suora per cercare conforto, singhiozzando.

Mettiamo un po’ d’ordine nella tua testolina, tu hai sofferto molto Chiara, vedi dovunque l’immagine di una donna che ti ha abbandonato per un errore di gioventù, la vedi buona, di cuore, ma magari è lei a non volerti capisci? E poi, con quello che ti ha fatto, ha tentato di ucciderti mi dici. Non andare incontro a delusioni, frena la tua fantasia, se vuoi io ti aiuto a rintracciarla, basterà che parli con Don Mario Carolis, ma devi essere sicura che è quello che vuoi veramente, e poi che combini stamattina, ma come ti sei vestita?”

Madre, ho deciso di campare solo per riunirmi a mia madre, se è per me desidererei solo la morte, ma voglio vivere per lei ed accompagnarla tutti i giorni che le restano ancora da vivere, condividere gioie e tristezze, addormentarmi la sera con un suo bacio sulla fronte ed alzarmi al mattino felice di avere il suo viso davanti.

Le sarò accanto durante tutta la sua vecchiaia e la farò essere orgogliosa di me!

Mi tolgo le vesti e rinuncio ai voti; non cerchi di dissuadermi, oramai ho deciso!”.

La superiora dapprima esterrefatta vedendola così convinta, così accorata nelle sue implorazioni, pensava in cuor suo che riunire madre e figlia in un abbraccio così insperato per una fine così bella che… neanche nelle fiabe, fosse ‘cosa buona e giusta’ e aveva promesso di aiutarla a rintracciare la signora Adele e a scioglierla per sempre dal vincolo del voto.

Non era stato difficile per la superiora fare tutto questo, in particolare rintracciare la signora Adele che dopo una lunga lettera inviata al Parroco, su invito di quest’ultimo si presentava in canonica e, sconfitte le prime resistenze, si era aperta a lui e confidata, raccontandogli la sconcertante verità.

L’iter per sciogliere i voti non era breve, anzi, si profilava decisamente lungo e articolato, molti erano i passaggi che doveva fare l’istanza di suor Chiara per giungere sino a Sua Santità, ma finalmente un giorno le veniva recapitata una lettera apportante la Bolla Papale ed il timbro di provenienza dalla città del Vaticano.

Quanto ti ho attesa…” aveva pensato la giovane, sentendosi già nei panni di una ritrovata ‘Diletta’.

Ora so cosa debbo fare, l’ho pensato tante volte, finalmente è giunta l’ora di ‘ritornare’…” ripeteva ad alta voce.

Congedatasi dalla madre superiora tra il dolore e la commozione per quella felicità espressa nel volto che Diletta emanava, tutte le consorelle si mettevano a salutarla, abbracciarla, farle gli auguri e raccomandarle di scrivere se stava bene o no nella casa in cui sarebbe andata ad abitare.

Avevano aggiunto qualche piccolo dono, fatto da ciascuna di loro con le proprie mani; chi una marmellata, chi un indumento lavorato ai ferri, chi un centrino all’uncinetto e via dicendo…

Diletta aveva riposto i doni in un apposito bagaglio a parte e se n’era andata felice, radiosa, piena di progetti per l’avvenire, con una valigia leggera per le poche cose che le erano rimaste, la misera eredità che le rimaneva.

Aveva portato con se’ un grosso tomo scientifico sulle piante officinali, contenta di poter realizzare il grande sogno, un orticello tutto suo dove sarebbero cresciute la lavanda e la menta, il timo e la melissa, la malva e il rosmarino e tante, tante rose per farle trovare al centro del tavolo a sua madre ogni mattina.

Lei si sarebbe alzata molto presto, abituata come sempre a farlo alle quattro in punto, le avrebbe preparato la colazione e l’avrebbe intrattenuta con le tante cose che aveva da raccontare.

Sua madre l’aspettava sulla porta, era quasi l’imbrunire di una sera d’aprile, aveva saputo l’orario del treno, avvisata dalla madre superiora e tanto era che pensava a quel ritorno che sperava solo sua figlia avesse dimenticato.

Diletta non aveva tardato a darle la conferma; prima l’aveva guardata a lungo con commozione e poi l’aveva abbracciata forte quasi a farle male, mentre le diceva accorata: “Mamma, mammina, ora siamo di nuovo insieme, vedrai come staremo bene, io ti farò sempre compagnia e noi non ci separeremo più!”.

Vieni qui figlia mia, perdonami se sono scappata, avevo creduto che tu mi avresti odiato, ma come farebbe a portare odio un’anima pura come la tua…impossibile, sei troppo buona e dolce e cara, una santa, ecco cosa sei, una santa!”.

La sera avevano fatto le ore piccole sotto il pergolato, intente a chiacchierare parlando di tutto, ma Diletta non aveva mai accennato al passato e neanche sua madre l’aveva fatto.

Entrambe forse avevano scelto di stendere un ‘pietoso velo’ sulla storia passata e certo era stata la cosa migliore.

I giorni passavano e così i mesi, la vita procedeva ad un ritmo tranquillo anche perché Diletta aveva bisogno dei ‘suoi tempi’ per fare le cose, al contrario di sua madre che si muoveva con troppa fretta.

Gradualmente però anche lei, sull’esempio di sua figlia, aveva imparato ad andare più piano e si godeva lo spettacolo di quella figlia sempre affettuosa che la riempiva di baci, le faceva trovare i fiori sul tavolo, sceglieva le erbe migliori per preparare decotti e tisane da bere la sera, prima di addormentarsi.

Se aveva dolori alle giunture Diletta la massaggiava sapientemente con unguenti profumati nelle parti dolenti e Adele sembrava risanata.

Durante i pasti Diletta, non più vincolata al silenzio come in convento, amava ridere e scherzare, aveva persino imparato a raccontare barzellette e sua madre si scompisciava dalle risate.

Ma dove le hai imparate Diletta?” le chiedeva divertita.

Diletta rispondeva con disinvoltura: “In paese, quando sono andata dal fornaio o non ricordo forse il macellaio, ma che importa, l’essenziale è che ti faccio ridere no?”.

Era perfetta, solo a volte, improvvisamente, si adombrava, rispondeva un po’ male serrando i denti e mostrandosi seccata per qualcosa che sua madre aveva detto o fatto; Adele non capiva ma sopportava pensando “tanti anni che ci hanno separato, ci può stare…è comprensibile, pazienza”.

Quando cambiava umore Diletta andava in giardino e si dedicava al suo orto zappando estirpando e togliendo tutte le erbacce che minacciavano le sue ‘sacre’ colture.

Era un angolo di mondo che riusciva a riconciliarla con Dio, ci rimaneva per ore, poi si stancava e tornava in casa non senza un mazzolino di aromi o delle infiorescenze selvatiche che avrebbe messo al macero e tenuto al buio per una decina di giorni.

Adele un giorno era stata colta da fortissimi attacchi allo stomaco, dei crampi violenti le attanagliavano l’addome e si contorceva dal dolore.

Sua figlia si era preoccupata subito di darle il braccio per sostenerla e poi l’aveva aiutata a sedersi sulla comoda poltrona del salotto.

Cercava di capire se e quanto fosse in se poiché per un attimo era impallidita al punto che sembrava stesse per svenire, appariva disorientata nel tempo e nello spazio, farneticava e si lamentava per i forti dolori.

Stai tranquilla mamma, ci penso io, so cosa fare…”, ma sua madre implorava: “Diletta, chiama un dottore, fai presto, sto per morire..”.

Figurati il dottore, che ti riempie di medicine e ti avvelena, ci penso io, fidati, ora ti vado a prendere una pozione mista che ho preparato per questi casi, la somministravo sempre alle suore del convento, funziona…aspetta..”.

In un istante aveva messo a riscaldare un pentolino d’acqua e appena questa aveva iniziato a bollire aveva gettato una manciata di foglie triturate e mescolato per fare più in fretta.

Ecco bevi mamma, ti farà stare subito meglio”, Adele bevve dalla tazza grande quella mistura tiepida e dolce dall’odore piacevole e stette subito meglio.

Dopo cinque minuti esclamava: “Un miracolo figlia mia, un miracolo… non ho più dolori!”.

L’episodio però non era rimasto isolato, ma solo l’inizio di quello che si sarebbe rivelato ben più grave, Adele era andata del suo medico e dopo aver eseguito esami accurati aveva saputo di essere affetta dal Morbo di Crohn, una malattia autoimmune degenerativa.

Iniziava il calvario delle cure farmacologiche per contrastare i dolorosi sintomi come nausea, diarrea, vertigini e febbre, uniti ad un lento ma progressivo dimagrimento.

Diletta scrutava a lungo sua madre anche mentre dormiva, e di giorno cercava di trattarla in maniera garbata, anticipando ogni sua mossa, ogni suo pensiero, ogni suo desiderio.

Era rito che ogni sera le somministrasse la preziosa tisana, Adele la beveva avidamente perché era conscia della sensazione di sollievo che ne sarebbe scaturita.

Sua figlia dormiva poco la notte, aveva gli occhi scavati e s’irritava per un nonnulla se in cucina qualcosa le andava storto, come il cibo che veniva troppo salato, la pasta scotta, le verdure mezze crude o le si rompevano le uova.

Sapeva fingere bene però ed alla madre non lo dava a vedere; Adele intuiva qualcosa solo perché dalla camera da letto, dove trascorreva ormai la maggior parte del tempo, udiva degli strani rumori come piatti sbattuti, pentole rovesciate, coperchi urtati con violenza e non di rado odore di bruciato.

Era inverno, il sole sempre più pallido, l’aria pungente e fredda ed il pergolato solo un ricordo di quando madre e figlia trascorrevano il tempo a chiacchierare di questo o quel vicino, a volte sparlandone o ridendone alle spalle, della sagra di paese, dell’ultimo matrimonio o battesimo di qualche parrocchiano.

Diletta era accanto a sua madre e come tutte le sere le leggeva qualcosa che l’avrebbe aiutata ad addormentarsi, aveva preparato la solita tisana ma questa volta era di un colore più scuro e in maggiore quantità, servita in una tazza più grande.

La madre l’aveva bevuta tutta d’un fiato e nel giro di pochi secondi aveva esclamato rivolta a Diletta: “ Mi sta venendo da ridere, era qualcosa che hai messo nella tisana per caso?”.

Come ci pensi mamma, è la stessa di sempre ma se ti viene da ridere bene, sei fortunata, al tuo posto non riderei tanto!”.

Perché dici questo, e poi cos’hai da guardarmi con quegli occhi stralunati, che ho detto di male, ho solo detto che mi viene da ridere…” .

E’ solo il primo effetto della sostanza che hai bevuto, in principio si ride, ci si sente leggeri, poi la cosa cambia…”

Cosa vuoi dire? Spiegati, non ho forti dolori, a che serve quello che mi hai dato stasera?”.

A spedirti nel mondo dei sogni cara mamma, perché è quello che meriti e ringrazia Dio che la tua vita finirà tra lenzuola bianche e pulite, profumate e stirate da me stamattina, scusa se non ho allestito il catafalco”.

Il catafalco, ma che dici farnetichi? Quello serve per i morti! Tu figliola sei esaurita, domani ti accompagno dal dottore, farnetichi…mi stai facendo preoccupare, smettila con queste battute”.

Non sono battute è la verità e tu lo sai, se era per te io sarei dovuta morire mangiata dalle bestie selvatiche, rosicchiata dai topi, accecata dai corvi che avrebbero gradito volentieri come pasto i miei occhi, e gli occhi dei bambini come ben sai sono grandi e fanno gola…oppure non lo sai, perché quando sono nata non mi hai neanche guardato tanto ti facevo schifo, pensavi solo a sbarazzarti di me; la coperta mamma ti ha tradito, la coperta, è stato quello il tuo sbaglio, se te ne fossi sbarazzata prima oggi avresti salva la vita ”.

Allora fino ad oggi hai recitato, hai finto per tutto questo tempo, sei stata capace di tradirmi in questo modo, sei una bastarda, maledetta dal giorno che sei nata, vattene o chiamo la polizia”.

Nooooo…….mamma, tu non chiamerai nessuno perché tra poco inizierai a sentire un formicolio alle gambe, poi alle braccia ed avrai una sensazione di freddo che niente potrà scaldarti, cercherai di gridare ma ti mancherà la voce, proverai a difenderti ma non ci riuscirai, ed infine arriverà la paralisi totale, potrai muovere appena gli occhi; ma per ultimo si spegnerà il tuo udito ed a me basterà perché ascolti cosa ho da dirti e cioè quanto ti odio, quanto in tutti questi anni ho desiderato la tua morte per aver voluto tu la mia, senza alcuna pietà, per avermi lasciato crescere con gente che non mi amava, facendomi passare le pene dell’inferno, per le tribolazioni e le continue umiliazioni, per aver lasciato che scoprissi la verità dalle chiacchiere di una compagna di scuola mentre le altre mi deridevano e si prendevano beffa di me ed infine per avermi abbandonato una seconda volta scappando dal convento, solo perché avevi scoperto chi fossi e temevi di essere stata ‘smascherata’.

Lurida vigliacca, non meriti di vivere.”

Adele la fissava negli occhi incredula, terrorizzata, già mezza paralizzata e impossibilitata a muoversi.

Cos’hai da guardare? Mi hai scocciato smettila, sei dura a morire, è il demonio che si è impossessato della tua anima, presto lo vedrai perché finirai tra le fiamme dell’inferno…” poi proseguì recitando un passo delle Sacre Scritture:

Ezechiele 25:17. “Il cammino dell’uomo timorato è minacciato da ogni parte dalle iniquità degli esseri egoisti e dalla tirannia degli uomini malvagi.

Benedetto sia colui che nel nome della carità e della buona volontà conduce i deboli attraverso la valle delle tenebre, perché egli è in verità il pastore di suo fratello e il ricercatore dei figli smarriti.

E la mia giustizia calerà sopra di loro con grandissima vendetta e furiosissimo sdegno su coloro che si proveranno ad ammorbare e infine a distruggere i miei fratelli.

E tu saprai che il mio nome è quello del Signore quando farò calare la mia vendetta sopra di te.”

Sua madre era immobile, i muscoli del viso paralizzati erano rimasti in una smorfia di terrore, le usciva della bava dalla bocca.

Diletta era rimasta a guardarla senza battere ciglio, senza scomporsi, e mentre raccoglieva con gesti composti la tazza, il cucchiaio, il tovagliolo, china sul comodino recitava delle parole come fossero preci e diceva a voce alta: “Ora tolgo le prove perché sono più furba di te, e prima che io scenda in giardino a sotterrare tutte le erbe vorrei dirti che la piantina più curiosa, quella di cui fingevo di non ricordare il nome con te, era il ‘curaro’ cara mammina, il più potente veleno che esista in natura, e domani mi mostrerò afflitta al tuo funerale, credo che riuscirò anche a piangere, in fondo l’ho fatto tante volte.

E tu sciocca ci hai sempre creduto, hai pensato che io fossi tornata a braccia aperte, ma quanto sei idiota! Ed ora credo che se non ti sbrighi a crepare sarò costretta a soffocarti con un cuscino, ti avverto, non è una bella morte!”.

Ma Adele aveva spirato appena udite quelle ultime parole, “Ecco fatto” aveva esclamato Diletta “era tanto difficile? Però, hai la pelle dura!”.

Il giorno successivo in molti erano al funerale, Diletta aveva pianto mostrando il suo dolore, e tutti ci avevano creduto.

Aveva chiuso la casa, portato via con se pochi abiti rinchiusi in una piccola valigia e si era diretta verso l’antico convento, dove sicuramente le suore l’avrebbero accolta con amore e compassione, riempita di baci e abbracci, consolando il suo povero cuore ferito.

La superiora le aveva confidato: “Sai Diletta, ho tanto temuto per te in questi anni, conoscendo a fondo la crudezza della tua storia, mi confortavano solo le tue lettere piene di belle parole cariche di amore per tua madre, io non so se al tuo posto sarei riuscita a fare altrettanto, sei da ammirare, ma dimmi tua madre ha sofferto molto prima di…..insomma voglio dire hai capito”.

No cara madre, è passata dal sonno alla morte senza nemmeno accorgersi ed io l’ho sempre vegliata, dovevo pregare per la sua anima”.

Brava figliuola, sono orgogliosa di te e adesso cosa farai? Sai, oramai hai sciolto i voti e sarebbe difficile ridiventare suora…tu capisci cosa voglio dire”.

No, non è necessario che io prenda i voti di nuovo Madre, voi mi conoscete, sono un’anima pura e buona, chiedo soltanto di rimanere in convento per riprendere gli studi, interrotti per andare a vivere con mia madre cambiando totalmente la mia vita.”

Povera creatura, come ti capisco, ma adesso avrai scordato ogni cosa, ed il tuo orto come farai, anche quello avrai dimenticato come si coltiva…”

No di certo Madre, a casa avevo il mio orto dove coltivavo tutto ciò che avevo qui, le stesse piante, ogni sera davo a mia madre una bella tisana ma non so perché lei peggiorava di giorno in giorno, peccato, ho fatto di tutto ma non è stato sufficiente a risparmiarle la morte”.

Spero tu non abbia coltivato la pianta del curaro Chiara!”.

Eccome, ed era quella che somministravo a mia madre per il dolore…tutte le sere, lei non lo sapeva e stava tranquilla”.

A quelle parole la superiora si era scurita in volto, di colpo aveva cambiato espressione, non riusciva più a parlare.

Era stato un attimo, le era passato per la mente un pensiero assurdo, un dubbio, un atroce sospetto …..ma lo aveva tenuto per se, e mentre accompagnava silenziosamente la ex suora nella sua vecchia celletta, ove ogni cosa era rimasta al suo posto quasi si fosse aspettata che un giorno sarebbe ritornata, aveva trovato la forza di dirle: “ Prega figliuola mia, prega per l’anima di tua madre e prega anche per la tua, la Bibbia è sempre al suo posto, sopra il comodino”.

Poi si allontanava battendosi il petto mentre sussurrava: “Perdonami o Dio, perdonami, sono stata io a gettarla fra le braccia di sua madre!”.

Nutriva la certezza che Chiara aveva avvelenato lentamente sua madre, ma se così era stato nessuno doveva sapere, nessuno.

I conventi custodiscono sovente dei grandi segreti e anche questo rimaneva imprigionato fra le sue mura, trasparente agli occhi di Dio, nascosto per sempre agli occhi del mondo.