La cembalara

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Tutto nacque da una telefonata.

Laura, ciao! Come stai? la voce di Paola squillante e allegra come al solito la ridestò dalla monotonia di quel pomeriggio autunnale.

Bene, e tu?

Tutto bene, al solito… proseguì poi con un tono di voce più calmo e attento.  

Ascolta…

Dimmi tutto, risposi, premendo bene il ricevitore contro l’orecchio. Paola si era trasferita da pochi mesi a Milano e avevo sempre l’impressione che questa distanza si manifestasse in qualche modo anche al telefono.

Ti volevo dire che l’altro giorno ho letto un articolo interessante su un corso di liuteria, e ho pensato a te. Dovresti assolutamente andare, è un’occasione da non perdere! Promettimi che ti informerai, incalzò la voce di Paola, e fai presto, perché la domanda scade tra pochi giorni.

Fu così che decisi di dedicare sei mesi della mia vita alla liuteria e mi ritrovai iscritta al corso di costruttore e manutentore di clavicembali, 500 ore di formazione, non esattamente una sciocchezza. Il corso si sarebbe svolto sull’Appennino tosco-emiliano, in un paesino a ridosso delle foreste del Casentino, “praticamente in mezzo ai lupi, o quasi” era diventata la mia frase preferita quando raccontavo la cosa agli amici.

In realtà fu più un corso di sopravvivenza che un semplice corso di liuteria, certamente da ricordare come un’esperienza unica, una specie di esperimento sociale perché noi eravamo realmente tagliati fuori dal mondo, bloccati in quel paesino di poche anime con i soli negozi per la sopravvivenza spicciola quotidiana, una chiesa, l’ufficio postale e il mercato settimanale della domenica.

Ci cambiò così tanto quell’esperienza che al nostro ritorno a casa ci fu chi cambiò lavoro, chi cambiò moglie e perfino chi decise di abbracciare esperienze mistiche.

Già il fatto di vivere sempre insieme aveva il proprio peso, sembrava di vivere in una comune. Trascorrevamo in laboratorio 8 ore al giorno, avevamo una moka enorme per un’infinità di tazze, e la pausa caffè era uno dei momenti più belli della giornata lavorativa, poi la sera ognuno rientrava a casa. Io avevo trovato una casetta molto carina che condividevo con una compagna di corso, al nostro ritorno preparavamo la cena con Colombo in sottofondo.

Colombo sei un figo, commentava Chiara con la cantilena veneta che la contraddistingueva, poi la doccia a turno per togliersi tutti quei trucioli di dosso e spesso dopocena ci incontravamo di nuovo con gli altri, tanto non c’era assolutamente niente da fare in paese. Nel nostro bilocale, un tipico rustico da montagna, avevamo un cimelio storico ancora funzionante, un televisore b/n addirittura senza telecomando e durante il mitico festival di Sanremo il nostro divertimento preferito era diventato scommettere sul colore dei vestiti delle cantanti, anzi vi dirò che la famosa telefonata a casa l’avevamo già inventata noi, per verificarne l’esattezza.

Andavamo a piedi in falegnameria, anche se ormai c’era la neve, e Chiara, entusiasta di natura, in quei primi 3 mesi invernali cantilenava continuamente “bellissimo, meraviglioso” non facendo altro che mandarmi in bestia, e in tutta risposta ai suoi bellissimo-meraviglioso io avevo grugnito tutto l’inverno.

Dopo tanti anni, sono ancora convinta che sia difficile comprendere determinate sensazioni se non si provano in prima persona. Diventa fondamentale anche fissarle nella memoria per non perderle.

Non sempre ci rendiamo conto che certi comportamenti acquisiti che sono parte integrante del nostro vivere quotidiano in realtà non ci appartengono affatto, ma sono altro, a volte anche specchio dell’agiatezza. Ad esempio, non ci si poteva concedere il lusso di decidere in anticipo cosa cucinare, perché alcuni alimenti non sempre erano disponibili nelle piccole bottegucce di un paese montano così isolato.

Fu così che, un giorno di spesa come tanti, mi aggiravo all’interno dell’alimentari sotto casa, cercando un po’ d’ispirazione culinaria. Ero nei pressi del banco quando un movimento attirò la mia attenzione. Loris, il figlio della proprietaria, stava sistemando in bella vista qualcosa che mi era familiare.

Buongiorno Loris, bellissime queste mozzarelle, sembrano fresche.

Grazie signora, eh ce le hanno appena consegnate, oggi è venerdì.

Loris, ti ho detto tante volte di non chiamarmi signora, non ho neanche trent’anni, dissi ridendo, e un sorriso compiacente apparì sul suo viso da adolescente.

E da dove provengono? Incalzai curiosa.

Mah, a dirle il vero non saprei, le chiamano le ciociarine. Poi aggiunse, sempre sorridendo: Dicono che siano molto buone.

Il dubbio sulla loro familiarità si dissolse presto e si trasformò in certezza quando, osservando meglio l’incarto, riconobbi il nome di una nota marca di latticini a due passi da casa mia.

Feci appena in tempo a dire: Loris, ne prendo un paio, che sentivo già le lacrime montarmi per la gola. Così corsi su a casa, lì in montagna, posai la mozzarella sul tavolo, la guardai come si guarda una cosa rara e preziosa e scoppiai in un pianto liberatorio. Mentre piangevo sentii una voce dentro di me. Vergogna, diceva la voce, ma come ti sei ridotta, ma guardati un po’, a piangere per una mozzarella! Così mi venne da ridere, ridevo e piangevo e non capivo più niente, perché la lontananza da casa fa di questi scherzi e chi non la prova non la può capire.

Poi, quasi d’improvviso, arrivò la primavera, con i suoi colori e profumi, sciolse la neve e dissolse i grugniti, con Chiara diventammo amiche, e lei leggiadra su tutto, sorrideva sempre e finalmente sorridevo anch’io.

Chi poteva pensare che tu fossi così, con tutti quei mugugni di 3 mesi fa, mi diceva.

Mi si attenuò perfino la nostalgia di casa con lei che cantava, con Debussy che risuonava in casa mentre facevamo colazione, e mi piaceva addormentarmi con quel suo respiro regolare che mi aveva curato l’insonnia. Mentre gli strumenti del corso erano quasi ultimati, scoprimmo il vecchio mulino, comprammo farina e miele, mangiavamo biscotti fatti in casa, conditi col miele, e avevamo preso l’abitudine di andare sotto la grande quercia secolare a goderci l’assoluto silenzio della valle. Le giornate si erano allungate di molto e noi facevamo lunghe passeggiate raccogliendo ginestre fino a riempirne casa. In ultimo, poi, scoprimmo il fiume, e la bellezza dei bagni nelle sue acque gelide e trasparenti.

Ve lo ripeto, quell’esperienza cambiò tutti noi, profondamente.

E io, quando partii da quel paradiso, mi sentii spezzare il cuore, come mai prima.