Peace Be Upon You, Davos – antologia poetica edita da Rokiah binti Hashim (2019, ed. Dream Culture, Zagabria, Croazia)

Un poeta osserva e sa prima di tutti, riesce a sentire la luce del giorno e la tristezza del mondo, come una moderna Cassandra. 

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17 poeti e 55 poesie, questi sono in breve i numeri di questa silloge in versi voluta fortemente dalla poetessa malese Rokiah Hashim.

Già il titolo ne racchiude in sé l’essenza ultima: pace e armonia come linguaggi propri della poesia, come mano aperta per accogliere la differenze e per cambiare il mondo. In questo momento storico di globalizzazione selvaggia e distruzione lenta, inesorabile del nostro pianeta, di divario sempre più profondo tra ricchezza e povertà assoluta, di guerre, devastazioni e di nuovi oscuri nazionalismi, solo nel confronto con l’altro si diventa sé stessi. In un mondo in cui compassione e umanità sono diventate merce rara, in cui morte e sofferenze rimbalzano mille volte sulle pagine virtuali dei nostri telefoni senza più toccare le coscienze, “ Peace be upon you, Davos ” è una denuncia e nello stesso tempo un dialogo aperto, nel rispetto della diversità, nell’anelito accorato di pace e di amore che scorrono sovrani tra le parole e i versi.

Le opere proposte sono espressione poetica di un sentire universale ma anche manifestazione di istanze personali, umane, intellettuali.

Distinte nel linguaggio eppure vicine nell’espressione del sentire, le voci poetiche che compongono questa antologia provengono da storie individuali e percorsi artistici multiformi, da culture, lingue e aree geografiche differenti. Avvicinate l’una all’altra, le singole sezioni si fanno dialogo tra le voci dissimili dei poeti: frammenti di memoria, realtà urlate, espressioni intime svelate. Sono testimonianze d’amore, grida di sofferenza, moniti implacabili, in una parola sono segnali di vita nella sua interezza. La linea immateriale di confine tra un poeta e l’altro non segna una cesura. Diventa invece mescolanza e comunione, l’inquietudine singola diviene corale: si trasforma in un momento d’incontro profondo per raccontare la bellezza eil dolore del mondo, per dilatare i confini del visibile, lì dove lo sguardo diviene percezione.

Alcune poesie sono denunce forti, dirette, descrivono i conflitti, raccontano i nomi, le vite, come le poesie di SITI RUQAIYAHHASHIM (Malesia)che ci rivela gli estremi, le guerre decise a tavolino per la necessità di pochi, o il monito di ZDRAVKO ODORCIC (Croazia) che ci ricorda come l’odore dell’Olocausto ancora arda sulla pelle e nelle anime bruciate, come l’uomo è il solo essere che distrugge sé stesso.Similmente, nei versi di MOHAMED ABDUL AZIZ RABIE(di Gerico, vive a Washington, D.C.) ingiustizie, repressioni e sofferenza non hanno confini; la vera guerra è quella dei paesi ricchi e potenti, che con i propri interessi sottomettono i poveri. Rabie ci esorta a raccontare ogni storia, a urlare la miseria, perché si può e si deve ancora sognare:

 “to keep the dream alive and true, we need to join hand in hand.”

Altri versi percorrono la Storia passando attraverso il racconto e i simboli delle realtà personali. Così LUIS ALBERTO AMBROGGIO (Argentina) narra le voci del passato che si rincorrono con quelle a venire, le memorie private diventano pietre miliari, radici e fonti di un cammino genetico, una linea che corre fino al futuro. AHMAD ZAKARNEH di origine palestinese, raccontando la propria vita per decadi, simbolicamente s’intreccia intimamente alla Storia più grande, in silenzio. BILJANA Z. BILJANOVSKA (Macedonia) in modo accorato ci presenta la voce antica, la forza e l’eticadei padri, degli antenati che ancora oggi non si arrendono.

È  voce potente, quella di OSAMA ESBER, poetessa siriana, che dipinge con profonda empatia le madri siriane che portano il peso dell’assenza nel ventre inaridito, e quegli “strani frutti” che di nuovo penzolano dagli alberi (come già tristemente accadeva in un passato ancora recente negli Stati Uniti). ROKIAH HASHIM, ci ricorda che è nel piccolo che nasce la pace, da fratello a fratello, nella mano baciata del padre morente, nell’amore elegiaco.

Anche nello stile e nella struttura poetica le differenze diventano dialogo di creatività. In piena libertà di visioni e codici diversi, i poeti qui rappresentati si esprimono con tecniche e linguaggi diversi, dal j’accuseal simbolismo, dal pensiero ellittico a quello narrativo e figurativo. Così l’intonazione lirica e allegorica conversa con geometrie di parole scolpite.

ISTVAN TURZCI (Ungheria) ci prende per mano con delicatezza e lirismo. Le sue brevi prose sono fatte di momenti intimi, descrittivi. Il poeta si ritrova solo a cospetto di sé stesso ed è immerso nella natura, isomero del proprio sentire. Delicate e potenti allo stesso tempo, le sue parole ci lasciano sospesi proprio nel luogo dove nasce la poesia, come quando ad esempio guarda un cervo negli occhi. Il tempo si ferma e passato e presente si confondono. AGRON SHELE  (di origine albanese, Vive in Belgio) sa dire con sapienza come per un poeta tutto diventi profondo, assoluto.

Un poeta osserva e sa prima di tutti, riesce a sentire la luce del giorno e la tristezza del mondo, come una moderna Cassandra.

JIA RONG XIANG(Cina) ci racconta la rivoluzione culturale cinese con sinestesia sensoriale. Nei suoi versi il suono richiama il cromatismo simbolico: il mare ruggente è rosso di sangue, i canti sono intessuti di verde dei sogni e l’amarezza è vino che fermenta in viola. Anche le poesie di HASNA JASIMUDDIN MOUDUD (Bangladesh)hanno una forte qualità visiva e sensoriale, ci propongono i colori e i profumi del suo Paese che riempiono le stanze vuote, mentre il bambino siriano che attraversa il deserto con gli abiti della madre in un sacchetto diventa uno straziante racconto per immagini.  OYUNTSETSEG JAMSRANDORJci descrive i colori della sua Mongolia,la strada gialla, la neve e il bianco del latte, la lentezza di un modo contadino, la domanda infinita di una madre che chiede ai viandanti notizie di suo figlio scomparso, e poi l’amore che scioglie la neve, i bambini e gli uccelli.

Dall’altra parte dello spettro poetico ci sono le liriche intagliate di parole scarne, essenziali – “Shall we carve words capable of tearing rocks” si chiede e ci chiede ZAKARIA ABDUL HAKIM CISSE (Ghana).

L’espressione poetica di SHAIP EMERLLAHU (Macedonia) diventa veicolo di senso vitale, si fa pietra e scultura simbolica.PADMAJA IYENGAR-PADDY (India), con la sua Hatredfatta di lemmi singoli, trasforma il gesto poetico in un segno assoluto. Le parole semplici, vitali, di YUN DA YANG (Cina), scavano primarie nel senso, restituendo la percezione della natura che dialoga e plasma l’ordinario.

Forse questo libro può essere letto anche come una lunga preghiera: la risposta al j’accusesi può trovare nella natura, nella sua magia, nella nostra capacità di guardare alle cose essenziali con occhi di bambini, perché “anche i girasoli sconfiggono la pioggia” (RABIE). I versi di KNUT ODEGARD (Norvegia) sono preghiere accorate e si rivolgono  a tutto il creato con stile e linguaggio diretti, essenziali, semplici e contemporanei. Quelli di ZAKARIA ABDUL HAKIM CISSE sono un’invocazione all’umanità e ci ricordano come noi stessi e i nostri figli siamo territori e coscienze, siamo umanità  ancora in divenire.

Queste sono opere che nascono dai colori e dai suoni del nostro mondo, dai drammi, dai conflitti, dalle ingiustizie, ma anche dalle implicazioni personali, dagli universi interiori di ogni autore.

La lirica e la tensione esistenziale si completano nella dimensione dell’altro, non si tratta di semplice confronto ma di valorizzazione e comprensione delle differenze. Nelle liriche proposte, nella coralità di voci, si trova unità di coscienza. Lentamente la poesia di ogni autore esce dal proprio spazio per confrontarsi con un altro reale, senza confini. Parole, suoni e immagini diversi si fondono in nuovi discorsi a tratti armoniosi a tratti dissonanti, ma coesi nel simbolico e onnicomprensivo spazio della parola. Così la poesia pone radici comuni e si sedimenta, diviene denuncia, anelito, proposta di nuovo. Attraverso la propria voce, ogni autore rimodella e configura il mondo, “ Peace Be Upon You, Davos ” è una battaglia corale le cui uniche armi sono le parole e la bellezza, l’amore, lacomunione armonica, in una parola la pace.