Ragazzi fenice. Per chi come me un padre non ce l’ha più.

Scrivo per noi, figli esodati appesi lì a metà e dimenticati da tutti.

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Io non voglio fare pena a nessuno sia ben chiaro, l’unica cosa che voglio è far sentire la mia voce, la mia storia e quella di chi come me un padre non ce l’ha più. Ma non perché è morto o partito, semplicemente perché ha scelto di non esserci più preferendo un’altra vita a quella che aveva generato.

Sento sempre parlare di quei padri a cui le ex mogli non permettono di vedere i figli e allora mi sento di scrivere anche per loro. Perché non si arrendano perché l’amore di un padre fa davvero benissimo e siano fieri della lotta che portano avanti. Perché c’è chi non sa apprezzare un figlio e per questo la loro battaglia vale di più.

Ma soprattutto scrivo per noi, figli esodati appesi lì a metà e dimenticati da tutti.

Ma chi parla di noi? Chi parla di quel tipo di padri e questo tipo di figli?

Migliaia, anzi milioni di persone si separano ormai, è una quotidianità eppure non se ne parla davvero . Non completamente. Nessuno racconta di quei padri che non lottano per i figli, nemmeno li chiamano ogni tanto. Quei padri che semplicemente pensano che divorzio e trasloco siano la stessa cosa, così impacchettano ben bene tutto e se lo lasciano alle spalle.

Ho 24 anni e dieci anni fa i miei genitori si sono separati e senza saperlo anch’io mi sono separata. Separata dalla classica idea di famiglia, dagli affetti, dalla casa di sempre, da quella e quello che ero sempre stata.

Senza ipocrisie io ne ero anche contenta. Basta litigi, basta porte che sbattono,basta urla, basta soffrire. Ma non avevo idea di quanto fosse grande quel basta. Un po’ come quelle insegne luminose, che da lontano ti sembrano sempre molto promettenti, solo man mano che ti avvicini ti rendi conto di quanto grandi siano e le luci che ti attiravano prima diventano piccole piccole.

E il basta per me si è preso un po’ tutto. Persino mio padre. È scomparso lentamente, esattamente come i suoi vestiti dall’armadio bianco a destra. Un pezzo alla volta fino al giorno in cui apri la porta e ti trovi solo il vuoto.

Ti metti a cercare di tutto in quel vuoto, parole, abbracci, carezze persino rimproveri e ti dici “cavolo quante cose che ci stanno in questo vuoto!” E quante ne mancano.

Continui a cercarle giorno dopo giorno, come se ne avessi sete, apri quell’anta e non le trovi. Provi a farti delle colpe, provi a piangere, a riportare indietro situazioni, persone e ricordi ma c è solo un modo, diventare forte e andare avanti.

Avanti perché c’è un mondo intero oltre quell’armadio e quelle foto, c’è la vita, la tua vita e se qualcun altro ha scelto di vivere male la sua perché mai dovresti buttarla via anche tu?
Non me lo sono detta da un giorno all’altro alzandomi dal letto, c’è voluto tempo e aiuto. Aiuto psicologico e aiuto del cuore, perché non si può pensare che se siamo stati abbandonati una volta allora lo saremo per sempre. Mi sono circondata di persone e cose belle e la voglia di stare bene ha pulsato sempre più forte fino a diventare il mio mantra. Adesso non vedo mio padre da anni ma ogni mattina vedo allo specchio una giovane donna che mi piace, non è ancora perfetta, ma nonostante tutto è migliorata e allora lo posso dire.

Sono fiera di me per come ho saputo farmi forte e allo stesso modo dev’essere fiero chiunque abbia cercato di rinascere più forte di prima. Perché un sorriso di felicità a chi non ha pensato al male che ci stava facendo è la vittoria più bella.

Spero di essere riuscita ad aprire un finestra su di noi e tra di noi. Dobbiamo essere fieri di noi ragazzi fenice!