Rosa fresca aulentissima, parte seconda

115

Siamo a Palermo, nella Magna Curia di Federico II.

Nella dolce mattinata di una giornata di sole rinfrescata da una leggera brezza marina, un giullare di corte e una fanciulla si trovano dentro le mura ospitali di un lussureggiante giardino. Lei si è appena alzata da una panchina di pietra accostata alle mura, e sta ribattendo, punto su punto, a una dichiarazione d’amore cui lui da non molto ha dato inizio.

Immaginiamocelo così il prosieguo de Rosa fresca aulentissima, il ‘contrasto’ entrato nella storia della letteratura italiana scritto da Cielo d’Alcamo, uno tra i più autorevoli rappresentanti della Scuola Siciliana.

Giullare (adulatorio):

“Quante sono le schiantora che m’ha’ mise a lo core,
e solo purpenzànnome la dia quanno vo fore!
Femina d’esto secolo tanto non amai ancore
quant’amo teve, rosa invidïata:
ben credo che mi fosti distinata”.

Fanciulla (derisoria):

“Se distinata fósseti, caderia de l’altezze,
ché male messe fòrano in teve mie bellezze.
Se tutto adiveníssemi, tagliàrami le trezze,
e consore m’arenno a una magione,
avanti che m’artocchi ’n la persone”.

Giullare (intimidatorio):

“Se tu consore arènneti, donna col viso cleri,
a lo mostero vènoci e rènnomi confleri:
per tanta prova vencerti fàralo volontieri.
Conteco stao la sera e lo maitino:
besogn’è ch’io ti tenga al meo dimino”.

Fanciulla (affranta):

“Boimè tapina misera, com’ao reo distinato!
Geso Cristo l’altissimo del tutto m’è airato:
concepístimi a abàttere in omo blestemiato.
Cerca la terra ch’este granne assai,
chiù bella donna di me troverai”.

Giullare (dileggiante):

“Cercat’ajo Calabrïa, Toscana e Lombardia,
Puglia, Costantinopoli, Genoa, Pisa e Soria,
Lamagna e Babïlonia e tutta Barberia:
donna non ci trovai tanto cortese,
per che sovrana di meve ti prese”.

Fanciulla (conciliante):

“Poi tanto trabagliàstiti, faccioti meo pregheri
che tu vadi adomànnimi a mia mare e a mon peri.
Se dare mi ti degnano, menami a lo mosteri,
e sposami davanti da la jente;
e poi farò le tuo comannamente”.

Giullare (pungente):

“Di ciò che dici, vítama, neiente non ti bale,
ca de le tuo parabole fatto n’ho ponti e scale.
Penne penzasti mettere, sonti cadute l’ali;
e dato t’ajo la bolta sottana.
Dunque, se poti, tèniti villana”.

Fanciulla (acidamente):

“En paura non mettermi di nullo manganiello:
istòmi ’n esta grorïa d’esto forte castiello;
prezzo le tuo parabole meno che d’un zitello.
Se tu no levi e va’tine di quaci,
se tu ci fosse morto, ben mi chiaci”.