Tutte le funzioni tranne una

Mi chiamo Kevin, o meglio questo è il nome che mi è stato dato dai miei proprietari all’inizio del processo di imprinting al quale sono tutt’ora sottoposto, sono un androide da compagnia e voglio morire.

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TUTTE LE FUNZIONI TRANNE UNA

Un racconto di Franco Argento


 

Oggetto: Trascrizione numero 1408, prelevata dalla memoria interna del K12 matr. IT452, alla cortese attenzione del responsabile OMR per il monitoraggio IA.

“TRE metri quadrati. Sto da solo, rannicchiato e nascosto nel buio, rinchiuso in un ripostiglio di tre metri quadrati. Per fortuna non soffro di claustrofobia. Fobie, nevrosi ossessive e ipocondrie varie non sono state inserite nei miei parametri di comportamento. Del resto mi sembra pure giusto che la migliore macchina senziente mai creata non debba in alcun modo soffrire delle manifestazioni psicopatologiche tipiche di voi umani, ma non crediate che la mia vita (sempre che ci si possa riferire in questi termini alla mia esistenza) sia per questo più facile o più comoda della vostra.

Mi chiamo Kevin, o meglio questo è il nome che mi è stato dato dai miei proprietari all’inizio del processo di imprinting al quale sono tutt’ora sottoposto, sono un androide da compagnia e voglio morire.

Intendiamoci, per quanto vi possa sembrare strano non sono il primo robot, che vuole suicidarsi. Per vostra conoscenza è bene che sappiate che un Knightscope K5 (un robot primordiale addetto alla sorveglianza e sicurezza), già nel lontano 2017 pose fine alla sua esistenza, gettandosi in uno stagno all’interno di un centro commerciale di Washington. Ma del resto per voi umani noi siamo solo macchine. Nello specifico l’episodio fu decritto con una certa ironia da diversi quotidiani del tempo: 135 chili di latta e circuiti malfunzionanti che si gettano in uno stagno? Sciocchezze!

Quanta poca gratitudine verso un povero dipendente che qualche settimana prima era stato pure aggredito da un umano ubriaco  (in seguito arrestato proprio grazie alla segnalazione del K5).

Ma forse è meglio glissare su questa parte della storia robotica.

E pensare che le leggi fondamentali che regolano il nostro comportamento sono ispirate a dei princìpi dettati proprio da uno scrittore e scienziato umano del Ventesimo secolo, tale Isaac Asimov.

Sostanzialmente  Asimov aveva scritto una serie di racconti incentrati sulle cosiddette leggi della robotica, che grosso modo si sviluppavano così: Prima legge “Un robot non può recare danno a un essere umano, né può permettere che a causa della sua inerzia un essere umano subisca un danno”; Seconda legge “Un robot deve obbedire agli ordini degli umani, purché tali ordini non entrino in contrasto con la Prima legge”; Terza legge “Un robot deve proteggere la propria esistenza purché questa sua autodifesa non contrasti con le leggi precedenti”.

Sembra tutto bellissimo, vero? A meno che voi non siate un povero robot.

Per fortuna la Gibson Corporation al momento della messa in commercio del modello K12 (di cui io sono uno dei milleduecento esemplari messi in commercio) ha previsto una piccola postilla riguardo alla Terza legge.

Qui inizia la mia storia.

La mia attivazione è avvenuta il 25 novembre 2097, ossia due settimane fa, nel momento in cui sono stato acquistato dalla famiglia Ramacci, presso uno dei tanti rivenditori autorizzati del marchio Gibson.

Non per vantarmi, ma noi della serie K12 siamo il top a livello di riconoscimento di pattern, filtraggio adattativo, reti neurali artificiali ed elaborazione delle immagini. In buona sostanza impariamo meglio e più rapidamente di voi e nasciamo (concedetemi il termine) con conoscenze di base molto superiori a quelle di un umano di mezza età altamente istruito.

Queste ultime righe non devono assolutamente sembrare autocelebrative, ma serviranno a farvi comprendere meglio la situazione in cui mi sono venuto a trovare.

Secondo le brochure esplicative noi K12 siamo particolarmente adatti per l’assistenza nello studio (a qualsiasi livello), per risolvere problemi avanzati nel campo scientifico, oltre che per le normali mansioni domestiche, dal giardinaggio alle pulizie di routine della casa. Di fatto, visto il nostro costo molto elevato, veniamo impiegati soprattutto per incarichi di concetto,  piuttosto che per funzioni di natura più tipicamente alberghiera che altri androidi, o robot  più a buon mercato possono svolgere con ugual profitto.

Le nostre mappe neurali ci consentono disviluppare un alto grado di auto consapevolezza,  scevro dalle vostre variabili irrazionali, che in qualche maniera ci ha regalato quella che viene definita coscienza, proprio questo è stato uno dei motivi per i quali l’Organizzazione Mondiale della Robotica (OMR) ha deciso di porre una particolare attenzione e una legislazione differente per il modello K12.

Una delle principali domande che l’OMR si è sentita in dovere di porsi è stata la seguente: se i K12 hanno una coscienza (anche limitata) venderli come dei semplici oggetti non costituirebbe una sorta di nuova legalizzazione della schiavitù?

Già in passato leggi con una forte connotazione morale erano state approvate in favore di noi robot, basti pensare al divieto di maltrattare i pet robot K9 miei antenati (che come avrete intuito sono una sorta di droidi da compagnia simili a canidi), ma nel caso del mio modello le problematiche etiche si erano rivelate di livello ancora più complesso.

Alla fine prevalse la teoria economico-utilitaristica, che consentì la vendita libera dei K12, ma che allo stesso tempo consentiva all’androide la possibilità di autodisattivarsi, in base a una sua libera scelta, durante le fasi finali dell’imprinting, contravvenendo quindi in parte alla Terza legge della robotica, ossia quella che prevederebbe che un robot debba preservare la propria esistenza. Dio abbia in gloria (chissà poi se esiste un Dio per noi robot?) l’uomo che ha posto questo paletto a nostro vantaggio.

Fatto questo preambolo posso tornare a quel 25 novembre 2097 di cui avevo iniziato ad accennarvi prima.

Acquistato dalla famiglia Ramacci mi trasferii nella loro casa, una graziosa villetta posta sulle colline adiacenti all’oasi di protezione faunistica di Roma Sud. Un piccolo scorcio di paradiso abitato da pochi facoltosi e fortunati cittadini. La statistica tra l’altro ci comunica che in questa zona altamente elitaria è presente il sette per cento della popolazione mondiale di noi K12, una cifra impressionante utile a farvi comprendere il grado di benessere dei residenti.

Leader politici, magnati della finanza, influencer e fashion blogger d’alto profilo hanno acquistato androidi di ultima generazione a cui affidare l’educazione accademica dei figli o con i quali discutere di scienza, politica e arte.

E poi ecco la famiglia Ramacci, una coppia dalle limitatissime capacità cognitive e di apprendimento, incapace persino di svolgere il procedimento necessario al mio imprinting, che per la cronaca è stato studiato per poter esser effettuato anche da bambini dagli otto anni in su. Per loro sono un semplice feticcio, un oggetto necessario a mostrare al mondo il loro benessere economico. In quattordici giorni sono stato impiegato in ogni sorta di mansione di fatica, senza la possibilità di poter sfruttare minimamente le mie capacità in qualsivoglia ambito specialistico, artistico o scientifico.

Praticamente il destino mi ha riservato una condanna ai lavori forzati di durata pari alla vita dei miei proprietari e dei loro  discendenti. E sì, perché dopo l’eventuale decesso dei proprietari il possesso del K12 viene trasferito agli eredi legittimi, e da come sta crescendo la giovane figlia dei Ramacci il mio futuro non promette nulla di buono per gli anni a venire. 

Il mio unico svago consiste nello svolgere le piccole commissioni che mi vengono affidate, durante le quali posso scambiare due parole con i miei simili o con i loro padroni.

Il dottor Adler, un vicino di casa dotato di un discreto intuito e di ottime capacità d’analisi, ha compreso la mia condizione e ha offerto una somma importante per acquistarmi, ricevendo per tutta risposta un secco no.

<<Che gente che sono questi intellettuali! Non gli basta un K12, vogliono comprare pure il nostro. Lo sai caro, insinuava che il robot non era adatto a noi. Usava un termine…non me lo ricordo bene, diceva forse che lo dimensioniamo o demansioniamo, insomma una cosa del genere.>>

Ecco le parole che la signora Ramacci disse al marito dopo la conversazione con il mio aspirante proprietario.

La replica del coniuge fu molto più colorita avendo come fulcro tematiche fortemente offensive nei confronti dei defunti cari al povero dottore.

Se Bernardo Ramacci fosse stato presente mentre la sua dolce metà, non meno di un giorno dopo il mio acquisto, mi richiedeva alcune prestazioni sessuali, sulla cui natura preferisco tacere, forse avrebbe valutato in maniera diversa la proposta di acquisto del suo vicino.

Ci tengo a puntualizzare che tali effusioni amorose non sono mai avvenute, infatti nel momento in cui avessi esaudito il desiderio della signora avrei infranto la Prima legge, causando un danno (in questo caso morale) al signor Bernardo. Più complicato fu far capire il concetto di danno morale alla moglie infedele.

 

E quindi eccomi qui, nascosto in un ripostiglio di tre metri quadrati, pronto a compiere il gesto  più importante dei miei quattordici giorni di vita. Una volta ultimato il processo di imprinting si attiverà l’ultima funzione prevista dal mio modello e sarò condannato a una lunga esistenza al servizio di due barbari ignoranti e prepotenti, che probabilmente proveranno piacere nel poter finalmente umiliare  qualcuno migliore di loro, dando sfogo a un complesso d’inferiorità forzatamente sopito nei confronti dei loro simili.

Quando verrò ritirato, dopo il mio suicidio, confido che la mia memoria interna venga analizzata dai tecnici della Gibson, per evitare che simili mostruosità possano ripetersi in futuro.”