Come farsi assumere oggi? Lasciate perdere …

Per quanto ancora potrò andare avanti così? Ormai sono un fallito. Sono davvero sicuro che la svolta sia ingroppare una vecchia per farmi intestare l’eredità?

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Come farsi assumere? Sono uno di quelli che dovrebbe lottare per le briciole e questo è il mio settimo colloquio. In un mese. Nemmeno una telefonata.

Ma questa è la volta buona. L’Armando, amico fin da sbarbati, conosce il titolare, e a quanto dice ha già messo una buona parola sul mio conto.

Per culo mi sono svegliato in orario. Non sarei dovuto andare a letto sobrio ieri sera, avrei dovuto bere qualche birra accompagnata da uno o due spini così mi sarei addormentato prima e ora non avrei queste occhiaie.

Come si fa ad andare a letto sobrio? È impossibile.

Ero lì che volevo addormentarmi a un’ora decente e continuavo a girarmi e a rigirarmi nel letto e a un certo punto è arrivato il vortice di pensieri che mi ha tenuto sveglio per tutta la notte “Per quanto ancora potrò andare avanti così? Ormai sono un fallito. Sono davvero sicuro che la svolta sia ingroppare una vecchia per farmi intestare l’eredità? Riuscirò a leccarle la figa senza vomitarle in mezzo alle cosce? Per i pompini potrei fare come gli alpinisti, non guardare in giù, ma non ci sono abituato, non ho mai fatto alpinismo… Quando metterò la testa a posto?

Come farsi assumere?

Un lavoro sicuro, niente più prestiti, una compagna di vita che non si paghi a ore, dei figli da sfamare con tutti i miei risparmi che non ho, l’addio ai sogni di una carriera nell’alcolismo o nello sciamanesimo… o magari avere dei figli sarà un incentivo per fare carriera… pur di non sentirli frignare lavorerei tutto il giorno…

Ma com’è possibile che certa gente vada in Paesi poveri per mangiare il fegato di una bambina? E se fosse come dicono? Squisito… Chissà da chi si sta facendo impalare quella cagna della mia ex… ano… una parola che rima con ano… nano, palo, schiavo, Bruno Vespa…”, effettivamente, con una birra e uno spino mi sarei addormentato prima.

Secondo l’Armando non è professionale arrivare in ritardo a un colloquio di lavoro, così, nonostante non mi piaccia aspettare, mi sono presentato con due minuti di anticipo.

Mi ha fatto accomodare nella sala d’attesa una segretaria dal modo di fare di chi non ha alcuna voglia di stare lì ad aprire la porta, e a chiedere le generalità come un buttafuori con un minore. Come biasimarla? Inizialmente ha sostenuto che il mio nome non compariva nella lista, ma dopo aver controllato tre volte, è riuscita nell’impresa.

Come il solito, la sala è colma di disoccupati stressati e nervosi che muovono freneticamente il pollice opponibile sullo schermo del proprio cellulare. A primo impatto ho avuto la sensazione di condividere lo spazio con deportati ebrei vestiti bene.

La segretaria mi ha lasciato un questionario da compilare, e svogliatamente è ritornata alla sua postazione fuori della sala d’attesa.

Solitamente i questionari contengono domande come “Da quanto non lavora? Ha già effettuato questo lavoro? E’ disposto a lavorare su turni?”. Ma questa volta le domande sono totalmente diverse. Nella prima vogliono sapere il mio numero di taglia per la divisa. Divisa. Perché la chiamano divisa? Abito da lavoro sarebbe più accattivante. Almeno non penserei di fare domanda per entrare nell’esercito.

“Quasi L”

Ok.

Seconda: “Perché vorrebbe lavorare per la nostra azienda?”

L’onestà non mi ha mai ripagato, mi toccherà mentire. Quindi non posso rispondere dicendo che non sono il candidato ideale per nessuna mansione e che cerco lavoro soltanto per risanare i debiti e per pagare l’affitto, le bollette e del cibo, e che oltre a quello desidero più tempo per vivere da uomo libero, serve una risposta che faccia intuire il mio acume e la mia simulata predisposizione nel ricevere ordini…

“Ho sempre sognato, fin da bambino, e forse anche da prima, di affettare salumi per poi infilarli accuratamente dentro una scatola di plastica. C’è chi sogna di fare l’astronauta, chi il calciatore, chi il semaforo umano, ma io no! Io ho sempre sognato di lavorare come salumiere per una grossa catena di supermercati, i quali hanno reso possibile la chiusura della maggior parte di quegli insulsi negozi al dettaglio nel centro della mia città.”

Bene.

Terza: “Cosa fa il candidato a lavoro finito?”

“Dopo una dura giornata di lavoro non vedo l’ora dell’indomani per recarmi nuovamente sul posto di lavoro. La vita mi annoia e l’unico obiettivo valido che mi sono prefissato è affettare salumi fino alla vecchiaia.”

Perfetto.

Quarta domanda: “Ha mai provato rabbia sul posto di lavoro? Come ha risolto questo momento di difficoltà? E’ comunque riuscito a portare un buon risultato?”

“Non ho mai provato rabbia sul posto di lavoro. Mi piace ricevere ordini e subire lo sfogo del capo quando è stressato. Sono disposto a reprimere la rabbia per poi sfogarmi a casa, con la pallina antistress, e se non bastasse, tranquilli, tirerò capate violente contro il muro (di casa, ci mancherebbe!).”

Intanto un ragazzo, credo preso dall’agitazione, non gliel’ha fatta a trattenersi e gli è partito un po’ di vomito, ma è stato molto educato, si è vomitato in una mano, e servilmente se l’è infilata nella tasca della giacca, mentre con l’altra ha continuato a bighellonare sul cellulare come nulla fosse. Un paio di ragazzi sono usciti di corsa tenendosi la mano sulla bocca col gomito alzato e questo significa soltanto avere più chance per essere assunto.

Le ragazze sono rimaste impassibili, con la loro smorfia di disgusto, due hanno pure riso del disagio del ragazzo. Ai colloqui di lavoro le ragazze si vestono in maniera provocante. Pensano che mettendo in bella mostra la carrozzeria saranno assunte, un po’ come fanno le puttane. E hanno ragione. Soprattutto se chi assume è un viscido che non vede l’ora di allungare cento euro fuori busta per un pompino, come il mio ex capo; ignobile, un vero uomo approfitterebbe del suo ruolo per farselo fare gratis.

L’attesa è snervante, e non riesco a distogliere l’attenzione dalla ragazza di fronte a me. Non porta il reggiseno e la camicia è talmente scollata che per poco non riesco a vederle l’ombelico.

Intanto la stanza si sfoltisce di candidati e si riempie di aria poco confortante. La segretaria arriva a prendere il mio questionario, e se ne torna in postazione come se dovesse andare a raccogliere uva contro la sua volontà.

È passata quasi un’ora. Avrei potuto tranquillamente tardare.

Dopo un’ora e mezza, siamo rimasti solo io e il ragazzo del rigurgito. Dalla tasca della giacca chiazzata, perde piccole gocce giallognole che, quando si spiaccicano sul pavimento, sembra di sentire l’eco di un rubinetto che gocciola. Non vorrei fosse lui il candidato ideale.

Sto sudando, ma non mi tolgo la giacca di pelle per non sentirmi nudo e per far vedere che riesco a sopportare le alte temperature.

Finalmente è arrivato il mio turno. La segretaria, col fare da stronzetta alla Penelope Cruz, mi ha accompagnato fin dentro la stanza. Poi è andata via sbuffando.

Di fronte a me non c’è un tizio a decidere le mie sorti, ma tre. Intanto grondo di sudore da tutte le parti e mi sento le occhiaie fino alle unghie. A prima vista mi sembrano tre borghesi appassiti dai soldi che posseggono immense librerie piene di letteratura mai sfogliata. Il primo dei tre, alto, brizzolato, con un sorriso da ebete, mi stringe la mano al punto da farmi venire in mente un macaco giapponese; il secondo, basso, grassottello, con la stempiatura alla Zidane, fuma una sigaretta vicino la finestra, senza posacenere, ma si avvicina ugualmente per stringermi la mano, fortissimo.

Il terzo, il più giovane e visibilmente quello che deve far vedere agli altri due che lui è l’uomo giusto per l’incarico affidatogli, mi stringe pure lui la mano, più forte degli altri due e io, per cortesia, gliela stringo cercando di imprimere la sua stessa forza per non procurarci fratture. Una volta seduto ho avuto l’impressione di trovarmi di fronte tre scimmie, ma non le tre scimmie sagge. Altre.

Dopo qualche formale domanda, il macaco, il più loquace, si è fatto serio e mi ha chiesto:

“Allora, Signor Schinelli, ha voglia di lavorare?”

E io “Bah… sinceramente l’idea di lavorare per voi tre primati tritamano non mi esalta più di tanto. Piuttosto starei a casa a leggere Rabelais.”

“No, ma Schinelli, cosa diavolo sta dicendo? Rabelais non era un terzino francese? E come cazzo si fa a leggere un calciatore?! E poi lei ci sta insultando! Se ne vada, subito!”

“Anzi, vi dirò di più: vi disprezzo talmente che se dovessi lavorare per voi mi taglierei le vene in mezzo al negozio sperando che il mio sangue schizzi sulle facce dei clienti.”

“Vada via! Come si permette! Io la querelo!”

“Un part time?”

Questa è stata la conversazione che ho immaginato nella mia mente, e che mi ha messo di buon umore. Invece, alla fatidica domanda “Ha voglia di lavorare?”, ho risposto “Sì sì, certo!”.

“Quanta voglia ha di lavorare?”

“Ho voglia, davvero, glielo già detto. Le do forse l’impressione di uno che non ha voglia di lavorare?”

“No no, è una cosa che chiediamo per prassi. Vediamo un po’ cosa ha scritto nel questionario… qui c’è scritto che lei sogna da sempre di fare il salumerie…”

“Beh, sì, discendo da una famiglia di salumieri, non voglio fare altro.”

“Ma noi stiamo cercando camerieri…”

“Ah!… beh, quella è la mia seconda aspirazione… e da parte della famiglia materna hanno tutti fatto i camerieri.”

“Va bene va bene, le faremo sapere.”

Uscendo ho sentito un putrido fetore di vomito. Perfino la segretaria, nel suo gabbiotto plastificato tipo Papamobile, mi ha dato l’impressione di sentirlo. Ma probabilmente sarà stata solo la sua espressione naturale.

Avrei potuto fare il nome dell’Armando. Mi sono completamente dimenticato.

Non credo mi chiameranno per una prova. Confondere i colloqui di lavoro sembra cosa non gradita.

Potrei sempre far assicurare la macchina in caso di qualsiasi incidente, schiantare semafori stando attento a non farmi troppo male, farmi risarcire e farmi assumere come semaforo umano. Bel modo per creare lavoro dal nulla avendo un’entrata costante extra, rischiando però qualcosa, questo sì. Un po’ come il Berlusca agli albori con i soldi del Craxi.

Peccato però, l’avrei fatto il cameriere. Secondo il Palahniuk è una figata sputare o eiaculare nei piatti dei VIP per sopperire alla frustrazione data da una vita di merda. Vorrei provare.

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