Confessioni di una strega

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Confessioni di una strega


Buongiorno a tutti. Mi chiamo Babà Jaga e di professione faccio la strega.

È da un po’ di tempo, non so quanto di preciso, che mi interrogo sull’eventualità di raccontarmi, anche se ad ogni mugugno incerto persisto nel mio silenzio, taccio, e continuo a comparire tra una pagina e l’altra di una fiaba per poi svanire, scivolare giù dalla memoria dei vostri figli, e riaffiorare solo di notte, nei loro incubi. Non capita spesso, anche perché qualcosa di più spaventoso, là fuori, li angustia, li contorce tra le lenzuola, ma quando succede mi sveglio pure io nel bel mezzo del mio riposo, con la bocca ancora impastata, o l’unico orecchio sano teso all’eco greve di un bambino che strilla il mio nome. Francamente, non lo trovo affatto giusto scomodarmi ad ogni ora del giorno, soprattutto se ho trascorso tutto il tempo sulla soglia di casa ad aspettare Ivan, o nel forno a cuocere dopo che Jikar mi ci ha cacciata dentro.

Ebbene sì, queste sono le mie giornate ogni qual volta, nel mondo, qualcuno legge una mia storia.

Pensate che un giorno ho incontrato per cento volte Vassilissa, la giovane con la bambolina magica, e per cento volte l’ho dovuta accogliere in casa, e per altrettante cento pure cacciare, a malo modo! E se non ci credete, restate qua con me, non servirà attendere molto: eccolo là, Ivan che si affaccia dalla palizzata ammuffita della mia izba, mentre le chiede di voltarsi per farlo entrare, farlo venire da me. La casa allora scricchiola, sento le zampe ruspanti affondare gli artigli nella ghiaia del tempo e accucciarsi davanti al piglio spavaldo di lui. E adesso mi tocca sedermi di nuovo e aspettarlo con la gamba di legno sulla sedia, l’altra – quella buona – sul tavolo magicamente apparecchiato, mentre la mia lingua scopa la fuliggine e il naso picchia sul soffitto.

Ma se è già di per sé vergognoso, oltremodo scomodo, paralizzarsi in questa posizione voluta dal narratore, devo pure tacere, pavida, e lasciarmi apostrofare come strega, per l’ennesima, ingiusta volta.

«Strega!» – se non fosse che è già tutto scritto lo cucinerei per davvero – «Fammi da mangiare!». Ogni tanto vorrei che ad ogni sua richiesta ci aggiungesse un per favore, anche solo un grazie, ma di nuovo seduta al bordo sbeccato del tavolo lo vedo divorare in un sol boccone tutto il mio cibo, che nemmeno sapevo di avere in pentola, ed andarsene non appena recito l’unica battuta del mio copione. Avete letto bene: l’unica! Ed è proprio in giornate come queste che mi soffermo sulla mia esistenza, a detta di molti solitaria, e sul significato di questa mia vita che strofa dopo strofa si confonde con il riflesso bestiale intravisto dal sudiciume delle finestre di casa, un’immagine che si appiccica a quella parola che non riconosco come mia, benché ciascuno non perda mai occasione di gridarmela.

Strega. Francamente non so cosa significhi questa parola, ma penso che nemmeno voi la conosciate perché dubito che ne abbiate mai intravista una, considerando che neppure io ci sono mai riuscita!

Però vi fa comodo chiamarmi così, associarmi a quel vasto immaginario offuscato che la vostra mente produce in un istante non appena i vostri occhi imbizzarriti nella lettura si arrestano sul più semplice, e per questo superficiale, vocabolo che leggete accanto al mio nome. E a confermare la mia natura di strega ci sono questi tratti abominevoli, o la mia fame insaziabile di carne umana, benché dall’alba dei tempi, e dalla prima strofa di ogni fiaba, non abbia mai mangiato un bambino.

A dire il vero, non capisco nemmeno io come sia riuscita a sopravvivere per tutto questo tempo: probabilmente il mio stomaco non assimila il cibo come invece è per Ivan, o per voi; piuttosto, il mio appetito si sazia di parole, di greggi di lettere che compatte si ammassano dentro il recinto del vostro pregiudizio, delimitando i confini della mia natura.

Ma come per le pecore la scelta di costiparsi tra le assi dello steccato non è loro ma del pastore, allora posso azzardare l’idea che a farci sembrare belli, o nel mio caso brutti, non è quindi la nostra natura, ma l’insufficienza della vista di chi ti guarda, o di chi ti legge in questo caso! E non faccio in tempo a sedermi, a dimenticare il mortaio su cui setaccio il bosco, che la voce stridula di Lipiniuška mi costringe ad inforcare il pestello per andare a rubarlo, solo perché così alla fine possa ricacciarmi nel forno e dimostrare a tutti i bambini che a fidarsi degli estranei si sbaglia, sempre.

Ma davvero la favola insegna quello che la sua morale palesa? Confesso che è proprio questa domanda a perseguitarmi, da anni, senza mai concedermi risposta, né ristoro, perché se per tutte le mamme che la leggono il messaggio appare univoco, esaurito non appena chiudono il libro alla vista del figlio addormentato, al contrario io mi sento sempre schiacciata tra quelle pagine che invece lasciano in sospeso una rivelazione ben più grande.

Temo che la verità si nasconda tra le pance gonfie e le gambe appuntite delle lettere che il nostro timbro carezza, spesso addenta, ogni qual volta apriamo bocca per raccontare e così raccontarci. In ogni fiaba mi descrivono sempre come una strega e così ho finito per diventarlo, mio malgrado, accontentando tutti quelli che mi stavano attorno e forse anche me stessa che, dopo una vita da emarginata, trovo solamente conforto nel distacco dall’umanità. Vorrei tanto che fosse questo mio bisogno impellente di riscatto a giustificare la banale malignità del mio essere ma sono stanca di tratteggiare la mia ombra dietro le corna dei demoni medioevali perché in fondo tutti siamo un po’ malvagi.

E se questo vale per voi, gente dall’altra parte del recinto, allora vale anche per una strega come me!

Se voi non siete sempre buoni, ecco che io non posso comportarmi sempre male, anche se il mio occhio cieco vi disgusta ad ogni sguardo o la mia treccia di paglia cinerina vi pizzica il pregiudizio. Non capita spesso, ma certe volte anch’io mi appago quando sfamo questi figli d’uomo che bussano alla mia porta in cerca di verità e mi dispiace tanto trattenerli per così poco perché è uno spettacolo vederli: mi viene in mente Ivan Bovino, con i suoi pantaloni di cuoio che tremano sopra le assi del mio pavimento, mentre i pugni stretti gli scivolano lungo le cosce e le spalle cigolano, contrariate. Ha la mascella tesa mentre mi chiede consiglio, capisco che non si fida e come dargli torto se con uno sbadiglio potrei ingoiarlo.

Però il suo cipiglio sfrontato, immaturo, svanisce al profumo di pane che il mio forno trattiene e che con un dito apro per darlo alla luce. Ivan Bovino allora si siede, si sazia e si ammansisce e con le mani al ventre guardo il forno vuoto, aperto, e poi il ragazzo che sta ancora masticando il boccone.

Sarò forse una scriteriata, ma certe sere benedico chiunque mi abbia dato la possibilità di incontrare tutti questi bambini, questi giovani ragazzi che nonostante la mia natura burbera e la mia cultura di strega, mi dimostrano di essere per loro più di un semplice personaggio perché, anche se per poco, mi sento madre. Non una qualunque, sia chiaro, perché non potrei mai accudirli, né amarli; a me basta solo consigliarli. Forse è questo il motivo per cui mi raggiungono ai confini della civiltà, al di là del villaggio che ho rifuggito anni fa, nel cuore della selva. Vengono da me perché sanno di trovare qualcuno che non li compiace, né compatisce e che pur non amandoli si prende la briga di conoscerli, capirli. E per quanto diversi tra aspirazioni e paure, tutti questi ragazzi si assomigliano perché in ognuno di loro colgo l’incertezza di un’esistenza che anno dopo anno, parola dopo parola, li abbandona a sé stessi.

Sono figli dell’uomo ma al contempo del destino e pretendono di parlare ad entrambi con lo stesso linguaggio, anche se l’ultimo sfugge alle previsioni del primo, da sempre abituato invece a riempirsi di regole che non riesce a rispettare. E che buffo accorgersi che il tutto si riduce in un problema di lingua perché se da piccoli era la loro età a impedirgli di farsi capire, adesso che comunicano come i padri persiste sempre lo stesso dilemma. Non sono mai stati quindi il potere o l’ignoranza a portare scompiglio in questo mondo, scritto o vissuto che sia, ma l’incoscienza di tutte quelle parole che ci divertiamo ad usare pur non conoscendole. Basterebbe allora accettare la verità che nessuna parola è in grado di rendere conto di quello che indica e il mondo diventerebbe forse un posto migliore, ma questo implicherebbe abbassare la guardia e impedire al linguaggio di adempiere al suo compito principale, e voi umani non potete permettervelo.

Lasciamo allora la vita per quello che è, un tentativo di ordine del caso, e releghiamo alle fiabe il piacere di dimostrarvi che le parole non sono sempre quello che dicono. Benché con dispiacere, resterò per voi sempre la Babà Jaga, la cattiva strega delle fiabe, anche se almeno per questa volta, in ultimo, posso convincervi del contrario.


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