Dacrifilia: oltre il sadomasochismo

Provare piacere vedendo piangere il proprio partner

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La dacrifilia è una parafilia, ovvero una perversione sessuale, in cui un individuo esperisce piacere sessuale vedendo il partner piangere.

Tale pratica è stata resa nota dal film “Kiki e i segreti del sesso” uscito al cinema lo scorso giugno, in cui una delle protagoniste prova eccitazione ogni volta che il suo fidanzato piange.

Questa condotta è spesso associata al sadomasochismo, poiché la sua componente peculiare è una risposta eccitatoria dinnanzi alle sofferenze o ai disagi altrui; tuttavia non è del tutto assimilabile ad esso.
Infatti, come puntualizza lo psicologo e psicoterapeuta Alessandro Pedrazzi, è raro trovare una persona che utilizzi questa via come unica fonte di gratificazione sessuale: essa è quasi sempre accompagnata da altre forme di eccitazione, che possono essere o meno consuete.

Pertanto, mentre ad esempio esistono feticisti dei piedi o delle scarpe che raggiungono l’orgasmo esclusivamente attraverso queste modalità, la dacrifilia va intesa come una tendenza psicologica che non esaurisce in maniera assoluta le preferenze di un individuo.

Contrariamente a ciò che si può pensare la dacrifilia può essere anche passiva: in questo caso è la persona che piange a provare piacere, poiché le lacrime inducono un cambiamento emotivo che genera un rilascio di endorfine da parte del cervello, incrementando il tono dell’umore del soggetto.
In questa situazione è chiaramente presente l’elemento della disparità: mentre uno dei due protagonisti si trova in un ruolo di fragilità, l’altro assume lo status di dominatore. E’ proprio la possibilità di affermare il proprio potere e il proprio controllo, in un’illusoria percezione di superiorità, che innesca le fantasie dacrifiliche.

Talvolta la tristezza del partner può eccitare il dacrifilo anche mediante le dimensioni della tenerezza e dell’empatia, laddove queste ultime implichino l’opportunità di aiutare la persona bisognosa che si troverà in una posizione di inferiorità rispetto al compagno.

Sia che la dacrifilia venga innescata dalla sfera dell’empatia che da quella del dominio l’esito finale è lo stesso: l’eccitazione è inestricabilmente legata alla convinzione di essere migliore e alla sensazione di essere utile all’altro. Queste dinamiche possono essere riscontrate anche in alcune persone che assistono chi è in difficoltà (ad esempio individui con handicap o malati), le quali si eccitano nell’esperienza stessa del sacrificio.

Il pianto non viene provocato di proposito dal dacrifilo ma si presenta spontaneamente, e il suo effetto è lo stesso indipendentemente dalle ragioni che lo hanno causato: sia che si tratti di lacrime di gioia, dolore o stanchezza esse riconducono sempre al filone dominatore/sottomesso all’origine di questa parafilia.

Al momento non ci sono dati statistici significativi su tale condizione, probabilmente perché raramente chi ne è affetto chiede un consulto ad un professionista.

Solo qualora la dacrifilia comportasse una rilevante compromissione nella vita privata, sociale o lavorativa aumenterebbero le probabilità di un confronto con un terapeuta. In tal caso, sarebbe consigliabile concentrarsi sul valore che l’empatia e il controllo rivestono per il paziente, così da capire che significato assume la tendenza dacrifilica.