Mia madre ascoltava, guardava … sorrideva e pregava

Mamma per me resti un esempio di accettazione e di amore sconfinati, che non trovano limiti perché illimitata è la purezza della tua anima.

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La notte in cui mia madre stette male per la prima volta rimasi paralizzata dalla paura.

Immobile, sospesa tra mia e la sua esistenza, sempre vissute in simbiosi fino alla mia età di 18 anni, compiuti da poco, restai in ascolto del richiamo di mio padre che invocava ‘Aiuto.. vostra madre si sente male…’.
L’esitazione durò un attimo, rimasta insensita come se il mio corpo non avesse voluto sentire quel grido, in due secondi scesi dal letto e gridai forte alle mie due sorelle ed a mio fratello: “Presto prendiamo la macchina e portiamola al Pronto Soccorso, guido io e babbo la sorregge lungo le scale!”.
In un primo momento mio padre sembrò esitare, la paura che mia madre aveva sempre nutrito verso l’ospedale era nota a tutti noi, forse avrebbe voluto evitargliela, ma secondo me, che sembravo impazzita quasi fosse un presentimento che avvertivo da tempo, non c’era tempo da perdere.

Guidai di corsa più che potei la ‘fiat 500’ rossa di babbo ed arrivammo al PS.

Fu così che restò ricoverata in Medicina Generale.
Scambiata una gravissima emorragia cerebrale da rottura di aneurisma alla comunicante anteriore, per causa dei disturbi da vomito (i medici insistevano che avesse ingerito sostanze tossiche tipo funghi velenosi, sebbene la sera mia mamma aveva cenato solo con un po’ di latte ed una pera) per circa una settimana nessuna indagine ulteriore le fu fatta, soprattutto sbagliammo a non chiedere un immediato trasferimento all’ospedale dei Torrette.
Eravamo negli anni ’70.
L’esito fu che dopo una settimana riportò un’emiparesi alla gamba e braccio destro, aveva solo 42 anni ed era una bellissima e sanissima donna!

Iniziò il calvario in diversi ospedali, Geriatrico INRCA, Torrette, ed alla fine Oncologico, qui finalmente al bivio tra la vita e la morte per un’ennesima nuova emorragia mamma fu ritenuta dai medici idonea ad un’operazione al capo.

La paralisi oramai sarebbe rimasta, ma le avrebbero potuto salvare la vita, a noi la scelta, e mio padre non esitò.
Voleva ancora mia madre accanto, l’avrebbe amata ed accudita con più amore di prima se così poteva essere, tanto l’aveva sempre amata e seppure era consapevole che giovane com’era avrebbe avuto davanti una vita difficile, in pratica si stava decidendo di affibbiarle per sempre una enorme ‘croce’.

E così fu, anche se i bravissimi medici Prof. Papo e Prof. Caruselli le salvarono a vita.

Mentre mamma era sotto ai ferri guardavo per ore (l’intervento ne durò 11) il via vai di fronte alla finestra della sua linda sterile cameretta. Andavano e venivano donne che portavano fiori sulle tombe, centinaia di tombe, tutte in fila, poste su altrettanti livelli di terreno paralleli.
Fiori, fiori e lumicini rossi.

Alcune di esse indossavano lunghe vesti diverse da noi, eravamo nel 1975, in capo un velo tutt’intorno al viso, vedevo che erano di un’altra nazionalità.
Altre avevano all’interno del reparto i loro piccoli bambini ricoverati con tumore alla testa che piangevano e si lamentavano tutte le notti, uno strazio.
Ci si scambiavano flebili accenni di sorriso ma non usciva una parola, non si poteva commentare, solo assistere nell’attesa che terminasse l’angoscia della cupa notte, ed al mattino la suora iniziasse a cantare le ‘laudi’ al signore.

Quell’Ave Maria’ sempre eguale e sempre sommessa, ma recitata con tanta fede, parlava per ogni lingua e ogni popolo ed a me allargava il cuore.

Pensavo “Se allora c’è ancora speranza di vita, forse anch’essa seppur cambia è pur sempre una forma di vita…coraggio..in qualche modo ce la faremo..”
Dovevo farmi coraggio e sapevo cosa ‘mi’ e ‘ci’ aspettava per stare accanto alla mamma nella condizioni in cui ce l’avrebbero restituita.
L’intervento andò bene, anzi quando uscì dalla sala operatoria aveva ripreso uno sguardo sveglio, attento e finalmente era finito per lei il dolorosissimo atroce mal di testa che la stava affiggendo da mesi.
S’iniziò il nuovo calvario della riabilitazione, una speranza in più, per nove mesi non riuscì a proferire parola, era stata lesa l’area del “Broca”, collegata alla parte destra colpita, e il primo fiato che riuscì ad emettere fu “Auguri!”.
Le dissi che il giorno dopo mi sarei sposata andando a vivere con i suoceri:

“Sai mamma, babbo ha dovuto smettere di lavorare, Enrica ancora studia Medicina, Enrico frequenta solo il secondo anno dei Geometri, e la piccola Elisabetta frequenta appena il liceo linguistico, sarei di peso alla famiglia, se mi sistemo tolgo un peso economico a tutti. In fondo mi sono diplomata, vedrai troverò presto un lavoro e potrò aiutare senza pesare su di voi.”

Mai compresi che in fondo lei ne provò un dispiacere, perché avrebbe voluto tanto partecipare alle mie nozze, ma io non avevo nulla da festeggiare, sentivo solo un gran peso nel cuore e la voglia di aiutare, ancora oggi mamma perdonami, a quel tempo ero convinta di non avere altra scelta!
Sentivo una forza in corpo quasi sovrumana, riuscivo a svolgere turni di assistenza che andavano sino a 48 ore continuate, nessuno dei miei familiari ci riuscì mai.
La custodivo come una bambola, quando iniziò a parlare la curavo molto, mi dedicavo tanto a pettinarla, alle mani, le davo anche lo smalto alle unghie e lei era contenta, e poi mai avesse riportato una ferita, una piaga, sempre asciutta, pulita, profumata.
Tornata a casa mio padre iniziò la sua opera grandiosa di recupero con la quale la fece ‘rinascere’ una seconda volta.

Lei non avrebbe voluto più uscire perché le amiche di un tempo non erano tutte capaci di farle coraggio.

Ancora s’imbatteva in quella che esordiva “Povera Vittoria, che t’è successo…che gran disgrazia…”..appena uscita dalla Chiesa dei Paolotti alla sua prima uscita.
E mio padre : “Ma che dite? Vittoria sta bene, guardate come cammina pianino appoggiata ad un bastone, vedete? L’ho portata a Lourdes con il treno dei malati e dentro la vasca l’ho fatta sollevare piano piano, dapprima avvertì un gran dolore poi riuscì ad accorgersi che rimaneva in posizione eretta, la gente intorno iniziò a gridare ‘le miracle, le miracle..’ ed ebbe paura, furono più le loro grida a spaventarla.
Siamo andati in treno sul letto e l’ho riportata seduta in carrozzina.
A casa ha salito addirittura le scale appoggiandosi al corrimano!”
A quel punto le donne tacevano e …stupivano incredule.
I medici avevano sentenziato più di una volta :

”Lei è un illuso povero sig. Cimarelli, questi casi rimangono per sempre a letto, uno su mille forse riesce a risollevarsi.”

Ma mio padre insistette sempre per sottoporla a frequenti sedute riabilitative senza mai rassegnarsi, ed i risultati ci furono.
Mamma camminava e parlava, per noi era tornata la mamma quasi di sempre, non solo non ci pesava la sua condizione ma quasi non ci facevamo caso, tanto era il grado di autonomia che era riuscita a raggiungere.
Ora che mamma, all’età di 83 anni, trascorre la maggior parte delle ore a letto sia per l’avanzare dell’età che per la debolezza dovuta a più di 40 anni di questa sofferente esistenza le ricordo spesso di quando babbo la portava con sè al mare, a Marina di Montemarciano.

Sia in estate che in inverno babbo credeva molto che i milioni di particelle oligominerali sprigionatesi dalle onde del mare, respirati a pieni polmoni soprattutto nelle giornate ventose, avrebbero fatto tanto bene a mamma, lui ne aveva compiuto degli studi.

Babbo era un grande studioso, amava approfondire ogni argomento ed in particolare dopo questo episodio che segnò la vita di mamma era riuscito, a volte persino portandola con sé nei vari luoghi designati, a frequentare ben due Corsi di Teologia per Laici, e chiacchierava lunghe ore con l’allora nostro Vescovo Padre Oscar Serfilippi.

Apprezzava la vita e comprendeva la morte, vedeva al di là dell’apparente, era capace di grandi riflessioni, che avvicinavano al mondo del divino.

Si attrezzava per andare al mare acquistando da coloro che oramai gli erano divenuti amici, come Gaetano del Ristorante ‘La Marinella’, del buon pesce che andava a consumare sopra gli scogli piatti, neanche fossero stati piazzati apposta per una tavola da imbandire, sotto il bel sole che spesso bruciava anche d’inverno.
Il passeggio era fitto specie nei periodi non troppo caldi e passeggiavano a volte mamme con bambini stranieri sul lungomare spingendo i loro carrozzini.

Allora mamma si beava nel sorridergli e parlargli, alle mamme chiedeva quando tempo avessero, il loro nome, da dove venivano e quelle donne marocchine, arabe, indiane, rispondevano contente ed iniziavano uno scambio con lei.

Vedevo nei loro sguardi una pietà che non ha nome .
La luce di una speranza che avrebbero voluto regalare quelle donne a mia madre.
La compassione nel vero senso della parola, un patire insieme, senza razza, lingua, religione.
Ed i loro bambinetti curiosi che si lasciavano accarezzare dall’unica mano che mamma poteva muovere verso di loro con un’immensa tenerezza.
Un giorno in cui mamma mangiava un broccoletto crudo un bimbo indiano mostrò di averne voglia, la mamma glielo fece assaggiare e fu subito contento da volerne un altro pezzettino.
S’incuriosì anche la sua mamma e lo volle, poi chiese a mia madre come si cucinava così iniziarono da quel giorno a scambiarsi le ricette.

Ogni giorno successivo si davano appuntamento al solito ‘scoglio’ e portavano le loro ricette per gli assaggi, fu uno scambio molto proficuo che durò fino a tutta l’estate, e questo non per uno , ma due, tre anni.

A volte cambiavano i protagonisti perché gli stranieri si avvicendavano, non rimanevano sempre gli stessi, ma la storia restava eguale, bella, umana, intensa.
Mamma cara, sei ancora oggi una lezione di vita, la tua lo sappiamo ormai tutti, è una vita ‘santa’.
Quante donne della tua età e condizione le ho solo sentito dire ‘era meglio che fossi morta’ ‘guarda qua che croce mi ha dato il padreterno, che condanna’ .
Ma da te, donna di vera fede e saldi princìpi, maturati fin da quand’eri giovane presidente dell’Azione Cattolica e noi eravamo piccolissimi, ho ascoltato solo frasi come ‘Dio ti ringrazio che mi ha fatto sopravvivere, ho potuto assistere alla nascita dei miei nipoti e pronipoti, accetto la mia croce che tu hai accettato la tua e prego, prego sempre per tutti …’.

Mamma per me resti un esempio di accettazione e di amore sconfinati, che non trovano limiti perché illimitata è la purezza della tua anima.

Un messaggio però lo voglio dare, e dico al comune di Marina che tante volte ha visto passeggiare e camminare pianino mia mamma, agli stradini, ai cantonieri, alla polizia municipale, ai carabinieri, nonostante le evidenti difficoltà (a recarti in un bagno che per un ventennio è rimasto lo stesso, stretto, sporco, trascurato e solo per uomini, dove tu dovevi compiere acrobazie per non cadere e noi ti sorreggevamo …) è stato davvero così impossibile sostituire magari la spesa di un lampione di meno lungo la strada per donarti un bagno decoroso?

Poverina, ci avrebbe tenuto tanto, e magari sarebbe servito anche alle dolci giovani mamme immigrate coi loro bambini …
Di fronte a tanto esempio di dignità che dire, non credo sia stata fatta una scelta che possa fare andare a testa alta l’amministrazione.
Se foste riusciti a costruirlo sareste stati dei grandi, ma oramai nella memoria siete ‘ piccoli’.
Mamma però tu hai vinto e resterai sempre una vincente!
Con un amore che riempie il Creato nella speranza che allunghi la tua esistenza per ogni attimo e per ogni respiro,

tua figlia Marinella


Mia madre ascoltava, guardava … sorrideva e pregava

Racconto di Marinella Cimarelli