Una donna sui generis

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Una donna sui generis


Cesira, da giovane, era stata bella con un corpo sottile e aggraziato; con il tempo si era allargata sempre di più, tanto da guadagnarsi l’appellativo di “Cesirona”.
Era abbastanza alta, abbastanza grassa e abbastanza autoritaria.
Aveva un incarnato bianco e roseo, liscio come quello di un bambino; una faccia piccola da furetto, che contrastava con la sua grande mole; occhi vivaci, capelli a ricciolini legati sulla nuca.
Aveva tre figli maschi, tre discoli, non facilmente gestibili, ma Cesirona sapeva come farli rigare dritti e, se necessario, distribuiva schiaffi a destra e a manca, fino a quando, dopo aver fatto giustizia sbrigativa e sommaria, ricreava l’ordine in famiglia.

Cesira non si concedeva per sé il minimo lusso e la sua parsimonia rasentava l’assurdo.

Era però tanto modesta con se stessa quanto generosa verso gli altri.
La si vedeva spesso aprire un borsellino logoro e bisunto, in cui teneva caramelle conservate per tempi migliori, assieme a stropicciate monete di piccolo e medio taglio, che distribuiva equamente tra nipoti, conoscenti ed amici.
Cesirona era analfabeta ma si vantava di essere una grande esperta di Diritto, secondo la tradizione di famiglia, sempre in causa per problemi di eredità e per una vecchia pendenza con la Società Mineraria del paese, per un esproprio delle acque, che servivano a Cesira e ai suoi familiari per far funzionare un mulino destinato alla macinazione del grano.
Ogni volta che si presentava un problema legale, Cesirona entrava nel ruolo di esperta giurista, anche se conosceva a malapena le lettere dell’alfabeto e asseriva compunta “ Ma, il codice lo dice ?”

Portava, per tutte le stagioni, abiti informi; d’inverno metteva sulle spalle un grande scialle, sotto il quale nascondeva indifferentemente lo scaldino(1), una pagnotta di pane e l’immancabile borsellino, da cui non si separava mai.

La domenica però Cesirona si vestiva a festa; metteva, sopra l’abito, sgargianti grembiuli colorati; ne possedeva a decine, di tutte le tinte e fogge e li indossava per recarsi la domenica alla Messa delle 11, da noi chiamata Messa grande.
Si era sposata con Severino, proveniente da un’abbiente famiglia che commerciava in legname.
Ad un certo punto Severino, detto Sere, si era ammalato gravemente e Cesira si era decisa a chiamare il medico condotto.
Durante la visita medica Cesirona chiese: “ Dottor Rosario, ma che ha “chestu filimonosu?”( termine dialettale per significare una persona ipocondriaca, che esagera i propri mali).

Il “filimonosu” dopo due ore era morto!

Passato il periodo di lutto, secondo il rispetto delle convenzioni sociali, si era risposata con Carlo, detto “Pignattu”, ma il matrimonio non aveva funzionato.
Da persone civili, i coniugi si erano divisi equamente i regali di nozze e gli oggetti che avevano comperato assieme durante la convivenza.
La divisione era avvenuta in modo a dir poco curioso: Cesirona buttava a terra piatti e zuppiere di porcellana, bicchieri di cristallo, soprammobili di terracotta e quant’altro; raccattava poi i cocci da terra e procedeva alla ripartizione: un coccio a me e un coccio a te e continuava nell’operazione fino a quando sul pavimento non restava più nulla.
La stessa cosa era successa per dei libri antichi: una grande quantità di testi rari, con splendide miniature in latino e in gotico, ricevuti da un parente lontano, come insolito regalo di nozze.

La ripartizione era avvenuta con lo stesso metodo delle stoviglie: una balla di libri a me, una balla di libri a te: opere prestigiose erano state spaiate e irrimediabilmente compromesse.
Come se ciò non bastasse; Cesirona aveva ritagliato le pagine dei preziosi libri in rettangoli tutti uguali e li aveva ammucchiati accanto al water; e fu così che l’opera di insigni letterati finì nel cesso!

1) Lo scaldino era un piccolo recipiente, in genere di rame, con un manico. Dentro lo scaldino veniva messa della brace ardente. Serviva per riscaldarsi, quando in casa non c’erano i termosifoni e l’unica fonte di calore era il focolare. Era, insomma, come una borsa termica di altri tempi.


Una donna sui generis

Testo di Impera Romani