Nella buona e nella cattiva sorte, #sempreMilan!

Il Milan non è una semplice passione ma è un qualcosa che ti entra dentro, arriva al cuore, scorre nel sangue e ti invade l’anima. È una “malattia” stupenda per cui non esiste cura.

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Sono milanista dalla nascita, anzi, da prima che nascessi. D’altronde, per una ragazza venuta al mondo il 10 Maggio 1994 non poteva esserci un destino differente: 9 giorni prima i rossoneri avevano festeggiato lo scudetto, mentre 8 giorni dopo avrebbero conquistato la Champions. Cresciuta in una famiglia di milanisti, la mia passione negli anni non ha fatto altro che aumentare fino a diventare una vera e propria fede sportiva. Non mi perdo mai una partita, cerco di andare allo stadio appena posso seppur viva a 500 km di distanza da Milano, seguo notizie, video, articoli e ogni cosa che possa riguardare la mia squadra del cuore.sempremilan

Quando i maschi mi chiedono sghignazzando se sappia cosa sia il fuorigioco scoppio a ridergli in faccia: non solo lo so, ma conosco tutte le regole del calcio, so cosa sia un trequartista, se si parla di 4-3-1-2 non penso siano dei numeri da giocare al lotto e via discorrendo.

Ho vissuto emozioni uniche grazie al Milan, momenti indelebili, vittorie storiche e anche sconfitte brucianti.

Ho goduto come una matta il 28 Maggio 2003, uno dei punti più alti nella storia del club. Vittoria in finale di Champions contro la Juventus dopo aver battuto l’Inter in semifinale: se uno sceneggiatore avesse voluto scrivere un copione perfetto avrebbe sicuramente scelto quello. Ho pianto lacrime amare nella tragica notte di Istanbul, nel Maggio 2005, per poi urlare di gioia due anni dopo nell’insperata rivincita. Ricordo lo scudetto del 2011, l’ultimo prima dell’inizio del dominio juventino in Italia. Mi sono commossa vedendo Paolo Maldini dare l’addio al calcio giocato. Sono cresciuta con Sheva e Kakà, arrivandoli a considerare come dei fratelli maggiori di cui essere terribilmente fiera. Gli occhi di Andrij prima del rigore decisivo contro Buffon non li dimenticherò mai, così come Evra che si schianta contro Heinze e che non può far altro che ammirare Ricardo segnare.

Ho guardato incredula il Deportivo umiliarci per 4-0 nei quarti di ritorno della Champions, dopo averli strapazzati a San Siro all’andata.

Mi sono persa il Milan di Sacchi, di Capello, degli olandesi, di Rivera, di Baresi che alzò la Coppa dopo il mitico 4-0 a Barcellona, di Donadoni che partiva sulla fascia e nessuno riusciva a fermarlo. Nonostante questo, sono cresciuta ascoltando i racconti di mio padre che, ovviamente, non si ricorda cosa ha mangiato ieri a pranzo, ma se gli chiedi l’11 titolare di Steaua-Milan te lo sciorina in due secondi. Ho visto ore e ore di puntate dedicate alle grandi vittorie rossonere e a casa abbiamo delle videocassette che custodiamo come dei cimeli storici che raccontano le più grandi imprese fino agli anni 2000.

Sì, abbiamo subìto sconfitte brucianti e da diversi anni siamo finiti in un limbo da cui sembra impossibile uscire. È come se avessimo fatto un patto che ci ha permesso di ottenere risultati incredibili, ma al prezzo di sconfitte estremamente dolorose. Da un eccesso all’altro, o si vince tutto o si sopravvive nei bassifondi, non ci sono vie di mezzo. Sì, viviamo di ricordi. Sì, attualmente abbiamo una squadra scarsa. Mi sapete dire, però, quale altra squadra italiana gode di questo prestigio internazionale riconosciuto in ogni parte del globo? Mi sapete dire chi ha un passato così glorioso, una bacheca così ampia (o che riuscirà ad eguagliarla)? Mi sapete dire come mai ci sono sempre 60.000 persone allo stadio se oscilliamo tra la sesta e la decima posizione e fino a poco fa rischiavamo la retrocessione?

La risposta sta nel fatto che il Milan non è una semplice passione, ma è un qualcosa che ti entra dentro, arriva al cuore, scorre nel sangue e ti invade l’anima. È una “malattia” stupenda per cui non esiste cura.

Quando entro a San Siro e sento i cori della Curva Sud, vedo i sorrisi nei volti delle persone e incito la mia squadra capisco quanto lo sport sia magico e abbia la capacità di regalare emozioni uniche. Credo che se i giocatori si rendessero davvero conto di quanto amore ci sia nei loro confronti darebbero l’anima ad ogni partita perché non hanno la minima idea di cosa significhi avere il Milan nel cuore.

Per citare un grandissimo tifoso rossonero, nonché immenso (compianto) campione come Kobe Bryant: “Ho sempre detto che se mi tagliassero il braccio sinistro uscirebbe sangue rossonero”. Nella buona e nella cattiva sorte, in cima al mondo o in serie B, #sempreMilan.